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Parità di trattamento: no all’aumento se il collega guadagna di più

Una dirigente di un’Autorità Portuale ha citato in giudizio il suo ente per ottenere lo stesso stipendio di un collega con pari inquadramento, appellandosi al principio di parità di trattamento retributivo. La Corte di Cassazione ha respinto la sua richiesta. I giudici hanno stabilito un principio fondamentale per il pubblico impiego: la retribuzione deve derivare esclusivamente da quanto previsto nel contratto collettivo nazionale. La parità di trattamento non consente di estendere a un dipendente un trattamento economico più favorevole riconosciuto a un altro collega, se tale trattamento non è previsto dalla contrattazione collettiva. Questo principio serve a garantire imparzialità e a prevenire favoritismi, non a livellare gli stipendi verso l’alto sulla base di casi individuali.

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Pubblicato il 16 maggio 2026 in Diritto del Lavoro, Giurisprudenza Civile

Riferimento Ordinanza di Cassazione Civile Sez. Lavoro Num. 15401 Anno 2023 (Cass. civ. sez. lavoro n. 15401/2023)

Parità di trattamento: se un collega guadagna di più, ho diritto all’aumento?

Una recente sentenza della Corte di Cassazione affronta un tema molto comune nei luoghi di lavoro: la differenza di stipendio tra colleghi. Il caso riguarda una dirigente di un’Autorità Portuale che ha scoperto di percepire una retribuzione inferiore rispetto a un altro dirigente con lo stesso inquadramento. Sentendosi discriminata, ha avviato una causa per ottenere la stessa busta paga, basando la sua richiesta sul principio di parità di trattamento retributivo. La sua logica era semplice: a parità di mansioni e livello, deve corrispondere parità di stipendio. Tuttavia, la decisione finale dei giudici ha ribaltato questa aspettativa, stabilendo un importante confine all’applicazione di questo principio nel settore pubblico.

I fatti: due dirigenti, due stipendi diversi

La vicenda nasce dalla richiesta di una lavoratrice di un ente pubblico, un’Autorità Portuale. La dirigente chiedeva il riconoscimento di differenze retributive, sostenendo che il suo stipendio dovesse essere equiparato a quello di un altro dirigente. Quest’ultimo, a parità di ruolo, godeva di un trattamento economico migliore. La lavoratrice riteneva che questa disparità violasse l’articolo 45 del Testo Unico sul Pubblico Impiego, che sancisce appunto il principio di parità di trattamento. L’ente, dal canto suo, giustificava la differenza retributiva sulla base della particolare professionalità pregressa dell’altro dirigente, ritenendola una motivazione oggettiva e sufficiente.

Il principio di parità di trattamento retributivo nel pubblico impiego

Il cuore della questione non è se sia giusto o meno che due persone che fanno lo stesso lavoro guadagnino la stessa cifra. La domanda giuridica è un’altra: cosa significa esattamente parità di trattamento retributivo per un dipendente pubblico? Secondo la lavoratrice, significava il diritto a ricevere lo stesso trattamento del collega più fortunato. La Corte di Cassazione, però, ha fornito un’interpretazione molto diversa e più rigorosa. I giudici hanno prima chiarito che le Autorità Portuali, pur avendo rapporti di lavoro di diritto privato, sono a tutti gli effetti enti pubblici non economici. Di conseguenza, devono sottostare ai principi fondamentali che regolano la Pubblica Amministrazione, tra cui l’imparzialità e la trasparenza imposte dall’articolo 97 della Costituzione.

La fonte della retribuzione è solo il contratto collettivo

Per la Corte, il principio di parità di trattamento nel pubblico impiego ha una funzione precisa: impedire che la Pubblica Amministrazione conceda trattamenti individuali, sia migliorativi che peggiorativi, al di fuori di quanto stabilito dalla contrattazione collettiva. In altre parole, la busta paga di un dipendente pubblico deve trovare la sua unica e sola fonte nel contratto collettivo nazionale di riferimento. Questo contratto stabilisce in modo oggettivo e uguale per tutti i livelli, gli scatti di anzianità e le indennità. La parità di trattamento, quindi, non è uno strumento per livellare gli stipendi verso l’alto, prendendo come riferimento il collega che guadagna di più. Al contrario, è una garanzia che l’ente non possa agire in modo arbitrario, creando favoritismi.

Le motivazioni: perché la parità di trattamento retributivo ha un’interpretazione restrittiva

La Corte ha spiegato che ammettere la richiesta della lavoratrice creerebbe un effetto a catena insostenibile. Se un dipendente ottenesse un trattamento individuale più favorevole (magari per un errore dell’amministrazione o per circostanze particolari), tutti gli altri potrebbero pretenderlo, disapplicando di fatto il contratto collettivo. Il principio di parità di trattamento retributivo serve proprio a evitare questo. La sua funzione è conservativa: proteggere l’integrità del contratto collettivo come unica fonte di diritti e doveri economici. Pertanto, l’eventuale corresponsione a un altro dipendente di maggiorazioni non previste dal contratto non può in alcun modo far nascere un diritto analogo in capo agli altri lavoratori. La posizione del collega più pagato è irrilevante, in quanto non costituisce una fonte di diritto.

Le conclusioni: l’ente vince, la lavoratrice no

La Corte di Cassazione ha rigettato la domanda della dirigente. La sua richiesta di adeguamento dello stipendio è stata respinta perché non fondata sul contratto collettivo, ma sulla situazione individuale di un altro dipendente. Questa sentenza chiarisce che, nel pubblico impiego, non si può invocare il principio di parità di trattamento retributivo per ottenere lo stesso stipendio di un collega. L’unica via per contestare la propria retribuzione è dimostrare che l’ente non sta applicando correttamente il contratto collettivo di categoria. La battaglia per l’equità salariale, quindi, si gioca sul rispetto delle regole uguali per tutti, non sulla rincorsa a eccezioni individuali.

Posso chiedere lo stesso stipendio di un mio collega che fa il mio stesso lavoro?
Nel pubblico impiego, no, se la sua retribuzione più alta non è prevista dal contratto collettivo applicabile a tutti. La fonte della retribuzione è solo il contratto collettivo, non il trattamento individuale di un altro dipendente.

A cosa serve allora il principio di parità di trattamento?
Serve a garantire che la Pubblica Amministrazione applichi a tutti i dipendenti le stesse regole, quelle del contratto collettivo, senza favoritismi o trattamenti peggiorativi individuali. Non serve a livellare gli stipendi verso l’alto basandosi su casi singoli.

Questa regola vale anche per i dipendenti delle Autorità Portuali?
Sì. La Cassazione ha confermato che le Autorità Portuali sono enti pubblici non economici e i loro rapporti di lavoro, pur essendo di diritto privato, devono rispettare i principi fondamentali del pubblico impiego, inclusa questa interpretazione della parità di trattamento.

Termini giuridici

Parità di trattamento
Nel pubblico impiego, è il principio che obbliga il datore di lavoro ad applicare a tutti i dipendenti le stesse regole economiche e normative previste dalla contrattazione collettiva, vietando trattamenti individuali migliorativi o peggiorativi.
Ente pubblico non economico
Un'organizzazione dello Stato che svolge funzioni di interesse pubblico senza scopo di profitto, soggetta a regole specifiche diverse da quelle delle società private.
Contrattazione collettiva
L'insieme delle regole che disciplinano il rapporto di lavoro, concordate tra le associazioni che rappresentano i datori di lavoro e le organizzazioni sindacali dei lavoratori.
Ricorso incidentale
Un contro-ricorso presentato dalla parte che, pur avendo ottenuto una decisione favorevole nel grado precedente, contesta specifici punti della sentenza per lei negativi.
Dispositivo (P.Q.M.)
La parte finale e decisoria di una sentenza, in cui il giudice enuncia il suo comando o la sua decisione in modo vincolante.

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La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

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