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Lavoro intermittente: età non basta, la discontinuità è d’obbligo

La Corte di Cassazione ha chiarito i requisiti del lavoro intermittente. Un’azienda aveva assunto una lavoratrice con contratto a chiamata, sostenendo che il solo requisito anagrafico (all’epoca, l’età superiore a 45 anni) fosse sufficiente per la sua validità. Tuttavia, l’INPS aveva accertato che la prestazione era continua e non discontinua. La Corte ha dato ragione all’INPS, stabilendo un principio fondamentale: la natura discontinua della prestazione è un presupposto essenziale e imprescindibile del contratto di lavoro intermittente, anche quando la legge prevede requisiti anagrafici specifici. Di conseguenza, il rapporto è stato riqualificato come lavoro subordinato a tempo indeterminato, con obbligo per l’azienda di procedere alla regolarizzazione contributiva fin dall’inizio del rapporto.

Riferimento:
Ordinanza di Cassazione Civile Sez. L Num. 11773 Anno 2026
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Pubblicato il 8 maggio 2026 in Diritto del Lavoro, Giurisprudenza Civile

Riferimento Ordinanza di Cassazione Civile Sez. Lavoro Num. 11773 Anno 2026 (Cass. civ. sez. lavoro n. 11773/2026)

Lavoro intermittente: non basta l’età, serve la discontinuità

Una recente ordinanza della Corte di Cassazione ha ribadito con forza quali sono i requisiti del lavoro intermittente, stabilendo che la natura non continuativa della prestazione è un pilastro fondamentale di questo tipo di contratto. La decisione chiarisce che il solo possesso di determinati requisiti anagrafici da parte del lavoratore non è sufficiente a giustificare l’uso del lavoro a chiamata se, nei fatti, l’attività lavorativa si svolge in modo costante e continuativo. Questa sentenza offre spunti cruciali per aziende e lavoratori sulla corretta applicazione di una forma contrattuale flessibile ma soggetta a regole precise.

Il caso: un contratto a chiamata solo sulla carta

La vicenda ha origine da un accertamento dell’INPS nei confronti di un’Azienda. L’ente previdenziale aveva contestato l’uso di un contratto di lavoro intermittente per una Lavoratrice. Formalmente, il contratto era stato stipulato sfruttando la norma che, all’epoca dei fatti, permetteva di assumere con questa modalità i lavoratori con più di 45 anni. Tuttavia, le verifiche avevano dimostrato che la Lavoratrice svolgeva le sue mansioni in maniera continuativa, senza le interruzioni tipiche del lavoro a chiamata. L’INPS ha quindi richiesto la riqualificazione del rapporto in lavoro subordinato ordinario, con il conseguente pagamento di tutti i contributi previdenziali arretrati.

La difesa dell’Azienda e i requisiti del lavoro intermittente

L’Azienda si è opposta fermamente alla richiesta dell’INPS. La sua linea difensiva si basava su un’interpretazione letterale della legge. Secondo l’Azienda, la norma che prevedeva il requisito anagrafico (l’età della lavoratrice) era una condizione a sé stante, sufficiente da sola a rendere legittimo il contratto. In altre parole, se il lavoratore rientrava in quella fascia d’età, non era necessario dimostrare anche la natura discontinua delle mansioni. Questa tesi mirava a creare una sorta di ‘corsia preferenziale’ per il lavoro intermittente basato sull’età, svincolandolo dal suo presupposto logico e funzionale: la necessità di coprire esigenze lavorative non costanti.

Le motivazioni: la discontinuità è la causa del contratto

La Corte di Cassazione ha respinto completamente la tesi dell’Azienda. I giudici hanno spiegato che la natura discontinua della prestazione non è un requisito accessorio, ma costituisce la ‘causa tipica’ del contratto di lavoro intermittente. Questo significa che la ragione stessa per cui esiste questo tipo di contratto è permettere alle aziende di gestire picchi di lavoro o esigenze non prevedibili e non costanti. Il requisito anagrafico, così come le altre causali previste dai contratti collettivi, serve solo a definire il ‘perimetro’ entro cui si può utilizzare questo strumento, ma non può mai sostituire il suo presupposto fondamentale. Permettere un lavoro intermittente per un’attività continuativa snaturerebbe il contratto, trasformandolo in un modo per eludere le tutele e gli oneri contributivi del lavoro subordinato standard.

Le conclusioni: l’Azienda perde e deve pagare i contributi

La Corte ha confermato la decisione dei giudici precedenti. Il ricorso dell’Azienda è stato rigettato. La sentenza ha stabilito che il rapporto di lavoro, fin dalla sua origine, doveva essere considerato come un normale rapporto di lavoro subordinato a tempo indeterminato. Di conseguenza, l’Azienda è stata condannata a pagare tutte le spese legali e, soprattutto, a versare all’INPS i contributi previdenziali calcolati sulla base di un rapporto di lavoro standard, a partire dalla data di assunzione formale della Lavoratrice. Questa decisione sancisce che non si può mascherare un lavoro continuativo dietro la forma di un contratto a chiamata, anche in presenza di requisiti anagrafici che ne consentirebbero l’uso.

Qual è il requisito fondamentale per un contratto di lavoro intermittente?
Il requisito essenziale è che la prestazione lavorativa sia effettivamente discontinua o intermittente. Un’attività svolta in modo continuativo non può essere regolata da questo tipo di contratto.

Avere i requisiti di età previsti dalla legge basta per stipulare un contratto a chiamata?
No. Secondo la Cassazione, i requisiti anagrafici non sostituiscono, ma si aggiungono, alla necessità che la prestazione sia per sua natura discontinua. L’età è una condizione, ma non l’unica.

Cosa succede se un contratto di lavoro intermittente viene dichiarato illegittimo?
Il rapporto viene riqualificato come un normale contratto di lavoro subordinato a tempo pieno e indeterminato fin dall’inizio, con l’obbligo per il datore di lavoro di versare tutti i contributi previdenziali arretrati.

Termini giuridici

Lavoro intermittente
Un contratto di lavoro, detto anche 'a chiamata', in cui il lavoratore si mette a disposizione del datore di lavoro per svolgere prestazioni di carattere discontinuo o intermittente.
Nomen juris
È il 'nome giuridico' che le parti danno a un contratto. La legge, però, guarda alla sostanza effettiva del rapporto e non solo al nome utilizzato.
Regolarizzazione contributiva
L'obbligo per il datore di lavoro di versare all'INPS i contributi previdenziali corretti, calcolati sulla base della reale natura del rapporto di lavoro.

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La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

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