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Chiamata in causa in arbitrato: assicuratore non paga senza consenso

Un ex amministratore delegato, citato in un giudizio arbitrale dalla sua ex azienda per un risarcimento danni milionario, tentava di coinvolgere le proprie compagnie assicurative. La Corte di Cassazione ha stabilito un principio fondamentale: la chiamata in causa del terzo in arbitrato è valida solo se il terzo accetta esplicitamente di partecipare. A differenza del processo ordinario, il potere dell’arbitro deriva solo dal consenso delle parti espresso nella convenzione di arbitrato. Poiché le compagnie assicurative non avevano firmato tale accordo e non hanno dato il loro consenso, non potevano essere costrette a partecipare. L’ex amministratore ha quindi perso il ricorso.

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Pubblicato il 1 maggio 2026 in Diritto Societario, Giurisprudenza Civile

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Riferimento Ordinanza di Cassazione Civile Sez. 1 Num. 8670 Anno 2023 (Cass. civ. sez. 1 n. 8670/2023)

Arbitrato Societario: L’Amministratore, i Danni e la Polizza Assicurativa

Una recente sentenza della Corte di Cassazione ha chiarito un aspetto fondamentale del diritto societario e processuale, relativo alla chiamata in causa del terzo in arbitrato. La vicenda riguarda un ex amministratore delegato, chiamato a rispondere di ingenti danni causati alla società che dirigeva. L’amministratore, forte di alcune polizze assicurative, ha tentato di coinvolgere le compagnie nel procedimento arbitrale per essere tenuto indenne. Tuttavia, la Corte ha stabilito che, in assenza di un esplicito consenso, l’assicuratore non può essere costretto a partecipare a un arbitrato al quale è estraneo. Questo principio protegge i terzi da procedimenti basati su accordi che non hanno mai sottoscritto.

Il Fatto: Una Richiesta di Risarcimento Milionaria

La controversia nasce quando un’azienda avvia un procedimento arbitrale contro il suo ex amministratore delegato. L’accusa è pesante: aver causato alla società un danno patrimoniale quantificato in oltre 6,6 milioni di euro. L’ex amministratore, convenuto in giudizio, decide di difendersi chiedendo agli arbitri l’autorizzazione a chiamare in causa le proprie compagnie assicurative. L’obiettivo era semplice: in caso di condanna, far ricadere l’onere del risarcimento sulle assicurazioni, attivando la cosiddetta ‘garanzia in manleva’.

Il Nodo della Questione: La Chiamata in Causa del Terzo in Arbitrato

Le compagnie assicurative, una volta ricevuta la notifica, hanno immediatamente chiesto di essere escluse dal procedimento. La loro motivazione era netta: non avevano mai firmato la clausola compromissoria (l’accordo per risolvere le liti tramite arbitrato) contenuta nello statuto della società. Di conseguenza, non si sentivano vincolate alla giurisdizione degli arbitri. Il collegio arbitrale ha accolto la loro richiesta, estromettendole dal giudizio. L’amministratore, condannato a pagare l’intera somma, ha impugnato questa decisione, portando il caso fino alla Corte di Cassazione.

La Differenza Cruciale tra Giudice Ordinario e Arbitro

Per comprendere la decisione della Corte, è essenziale capire la differenza tra un giudice e un arbitro. Il potere di un giudice deriva direttamente dalla legge. Egli può obbligare chiunque a partecipare a un processo. Il potere di un arbitro, invece, nasce dalla volontà delle parti. Sono le parti che, con un contratto o una clausola specifica, scelgono di affidargli la risoluzione della loro lite. L’autorità dell’arbitro (la sua potestas iudicandi) è quindi limitata a coloro che hanno firmato quell’accordo. Un terzo estraneo non può essere trascinato in un arbitrato contro la sua volontà.

Le Motivazioni: Perché la Chiamata in Causa del Terzo in Arbitrato Richiede Consenso

La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso dell’ex amministratore, confermando la decisione degli arbitri. I giudici hanno spiegato che la legge, in particolare l’articolo 816-quinquies del codice di procedura civile, è molto chiara. La chiamata in causa del terzo in arbitrato è ammessa solo a una condizione: che il terzo, le parti originarie e gli arbitri siano tutti d’accordo. In questo caso, le compagnie assicurative non solo non avevano firmato l’accordo iniziale, ma avevano anche manifestato espressamente la volontà di non partecipare. La loro opposizione era quindi sufficiente a impedire il loro coinvolgimento. Non esiste, in ambito arbitrale, un ‘litisconsorzio necessario’ di tipo processuale che possa forzare la partecipazione di un terzo non consenziente.

Le Conclusioni: L’Azienda Vince, l’Ex Amministratore Paga

L’esito finale è stato sfavorevole per l’ex amministratore. La Corte di Cassazione ha rigettato il suo ricorso e lo ha condannato a rimborsare le spese legali all’azienda. La sentenza ribadisce un principio cardine: la natura volontaria dell’arbitrato. Chi non ha firmato una convenzione di arbitrato non può essere costretto a subirne gli effetti. L’ex amministratore, quindi, non ha potuto attivare la sua copertura assicurativa all’interno di quel procedimento e rimane l’unico responsabile del pagamento del risarcimento milionario stabilito dal lodo arbitrale.

Posso obbligare la mia assicurazione a partecipare a un arbitrato se vengo citato per danni?
No, secondo la Cassazione non è possibile. La partecipazione di un terzo a un arbitrato, come una compagnia assicurativa, richiede il suo esplicito consenso, poiché non è parte dell’accordo originale che ha istituito l’arbitrato.

Qual è la differenza principale tra chiamare un terzo in un tribunale e in un arbitrato?
In un tribunale, il giudice ha il potere conferito dalla legge di ordinare la partecipazione di un terzo se necessario. In un arbitrato, il potere degli arbitri deriva solo dal contratto tra le parti. Pertanto, un terzo può essere coinvolto solo se accetta volontariamente.

Cosa succede se un terzo rifiuta di partecipare a un arbitrato?
Se il terzo rifiuta, il procedimento arbitrale prosegue solo tra le parti originarie. La parte che voleva coinvolgere il terzo dovrà eventualmente avviare un separato giudizio ordinario contro di esso per far valere le proprie ragioni.

Termini giuridici

Lodo arbitrale
La decisione emessa da un arbitro o da un collegio arbitrale per risolvere una controversia. Ha la stessa efficacia di una sentenza di un tribunale.
Chiamata in manleva
L'atto con cui una parte di un processo (il convenuto) chiama in causa un terzo soggetto, chiedendo di essere tenuta indenne (protetta) da eventuali conseguenze negative della sentenza.
Litisconsorte necessario
Un soggetto che deve obbligatoriamente partecipare a un processo perché la decisione finale avrà effetti diretti e inscindibili sulla sua posizione giuridica.
Clausola compromissoria
Una clausola inserita in un contratto con cui le parti stabiliscono di devolvere eventuali future controversie alla decisione di arbitri, invece che a un giudice ordinario.
Potestas iudicandi
Termine latino che significa 'potere di giudicare'. Indica l'autorità e il potere, conferito dalla legge a un giudice o dalle parti a un arbitro, di decidere una controversia.

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La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

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