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Fatto di lieve entità negato: 86g di cocaina non sono pochi

La Corte di Cassazione ha escluso la configurabilità del reato di spaccio come ‘fatto di lieve entità’ nel caso di un uomo trovato in possesso di 86 grammi di cocaina purissima, un bilancino di precisione e 11.200 euro in contanti. Secondo i giudici, la notevole quantità di droga (pari a 290 dosi), le modalità di confezionamento e l’ingente somma di denaro sono elementi che, valutati nel loro complesso, indicano un’attività criminale non marginale. Di conseguenza, il ricorso dell’imputato è stato dichiarato inammissibile, rendendo la sua condanna definitiva e obbligandolo al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.

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Pubblicato il 18 aprile 2026 in Giurisprudenza Penale

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Riferimento Ordinanza di Cassazione Penale Sez. 7 Num. 5288 Anno 2023 (Cass. pen. sez. 7 n. 5288/2023)

Spaccio: quando non si applica il fatto di lieve entità

La legge italiana distingue tra diverse gravità nel reato di spaccio di sostanze stupefacenti. Una delle distinzioni più importanti riguarda il cosiddetto fatto di lieve entità, un’ipotesi di reato meno grave che comporta pene significativamente più basse. Una recente ordinanza della Corte di Cassazione chiarisce quali elementi i giudici devono considerare per decidere se un caso rientri o meno in questa categoria. La decisione sottolinea che non basta guardare solo alla quantità di droga, ma è necessaria una valutazione complessiva di tutta la situazione.

I fatti: cocaina, bilancino e una grossa somma di denaro

Il caso esaminato ha origine dal ritrovamento, a carico di un uomo, di un considerevole quantitativo di cocaina. Nello specifico, le forze dell’ordine hanno sequestrato 86 grammi di sostanza stupefacente con un’elevata percentuale di purezza. Da questa quantità sarebbe stato possibile ricavare circa 290 dosi medie singole. La droga era già suddivisa in 24 involucri termosaldati. Oltre alla sostanza, sono stati trovati anche un bilancino di precisione e una somma di denaro contante pari a 11.200 euro, che l’imputato non ha potuto giustificare in base alle sue condizioni economiche.

La difesa dell’imputato: una richiesta di pena più mite

Di fronte a queste accuse, la difesa dell’uomo ha sostenuto che la sua condotta dovesse essere inquadrata nell’ipotesi del fatto di lieve entità. Questa qualificazione giuridica avrebbe comportato una pena molto più mite. La tesi difensiva mirava a sminuire la gravità complessiva della situazione, probabilmente puntando su singoli aspetti piuttosto che sulla visione d’insieme. L’imputato ha anche richiesto il riconoscimento delle attenuanti generiche, cioè quelle circostanze che possono portare a una diminuzione della pena, e ha contestato la severità della sanzione applicata nei gradi di giudizio precedenti.

La valutazione complessiva per escludere il fatto di lieve entità

La Corte di Cassazione ha respinto completamente la tesi difensiva. I giudici hanno ribadito un principio fondamentale: per stabilire se si tratta di un fatto di lieve entità, è necessario un esame globale di tutti gli indizi. Non si può isolare un singolo elemento, come la quantità, ma bisogna collegarlo alle modalità della condotta e ai mezzi utilizzati. In questo caso, la combinazione di più fattori ha reso impossibile considerare l’episodio come marginale. La Corte ha seguito l’orientamento delle Sezioni Unite, che impone una valutazione completa e non frammentaria della situazione concreta.

Le motivazioni della Cassazione: perché non è un fatto di lieve entità

La Corte ha spiegato in modo chiaro perché il ricorso fosse inammissibile. Primo, il dato quantitativo e qualitativo: 86 grammi di cocaina purissima non sono pochi. Secondo, le modalità della condotta: la droga era già divisa in 24 dosi pronte per la vendita, un chiaro segno di un’attività organizzata. Terzo, il possesso di strumenti professionali come il bilancino di precisione. Quarto, l’ingente somma di denaro contante, sproporzionata rispetto al reddito dichiarato, è stata considerata un forte indizio dei proventi dell’attività di spaccio. Tutti questi elementi, messi insieme, dipingono un quadro di un’attività criminale strutturata e non di un episodio occasionale o di minima importanza, escludendo così il fatto di lieve entità.

Le conclusioni: la condanna definitiva e le spese

L’esito finale è stato la dichiarazione di inammissibilità del ricorso. Questo significa che la Corte non è nemmeno entrata nel merito delle questioni, ritenendole manifestamente infondate. La conseguenza pratica è che la condanna decisa nei gradi precedenti è diventata definitiva. Oltre a ciò, l’imputato è stato condannato a pagare le spese processuali e a versare una somma di 3.000 euro alla Cassa delle ammende, una sanzione prevista per chi presenta ricorsi giudicati inammissibili. La sentenza conferma che per ottenere pene più miti non basta sperare, ma servono prove concrete che dimostrino la scarsa offensività della condotta.

Cosa si intende per ‘fatto di lieve entità’ nello spaccio?
È un reato di spaccio considerato meno grave, punito con pene più basse. La sua valutazione dipende da quantità e qualità della droga, modalità dell’azione e mezzi usati.

Quali elementi impediscono di riconoscere la lieve entità?
Grandi quantità di droga, elevata purezza, possesso di strumenti come bilancini, ingenti somme di denaro non giustificate e modalità organizzate di confezionamento e spaccio.

Se il mio ricorso in Cassazione viene dichiarato inammissibile, cosa succede?
La condanna decisa nei gradi precedenti diventa definitiva. Inoltre, si viene condannati a pagare le spese del processo e una somma di denaro alla Cassa delle ammende.

Termini giuridici

Fatto di lieve entità
Un reato di spaccio considerato meno grave sulla base di vari elementi (quantità, modalità, ecc.), che beneficia di una pena molto più bassa rispetto all'ipotesi base.
Inammissibile
Un ricorso che non può essere esaminato nel merito dal giudice perché manca dei requisiti formali richiesti dalla legge o è palesemente infondato.
Minimo edittale
La pena più bassa prevista dalla legge per un determinato tipo di reato. Il giudice non può scendere al di sotto di questa soglia, salvo casi eccezionali.
P.Q.M. (Per Questi Motivi)
È la sigla che introduce la parte finale della sentenza in cui il giudice enuncia la sua decisione in modo schematico.
Doglianze
I motivi di lamentela, le critiche specifiche che una parte muove contro la decisione di un giudice nel proprio atto di appello o ricorso.

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La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

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