Il contrasto al traffico di sostanze proibite non passa solo attraverso la detenzione, ma anche colpendone i profitti. Recentemente, la Corte di Cassazione si è pronunciata su un tema cruciale: l’applicazione della confisca allargata stupefacenti anche nei casi di cosiddetto “piccolo spaccio”. Il caso esaminato riguarda un’imputata trovata in possesso di somme di denaro che il giudice di merito aveva inizialmente ordinato di restituire, ritenendo che non fossero il prodotto diretto del singolo reato contestato.
Quando scatta la confisca allargata stupefacenti?
La normativa vigente, in particolare l’art. 85-bis del d.P.R. 309/1990, è stata modificata per includere espressamente le ipotesi di lieve entità. Questo significa che, in caso di condanna, il giudice deve disporre la confisca del denaro o dei beni di cui il condannato non può giustificare la provenienza lecita, se il loro valore appare sproporzionato rispetto al reddito dichiarato o all’attività economica svolta.
Nel caso in esame, il Pubblico Ministero ha presentato ricorso perché il Tribunale aveva omesso di valutare proprio questa sproporzione patrimoniale, limitandosi a verificare se il denaro fosse o meno il “prezzo” dell’ultima cessione accertata. Tale interpretazione è stata considerata errata dalla Suprema Corte.
La decisione della Corte di Cassazione
I giudici di legittimità hanno accolto il ricorso, ribadendo che la finalità della confisca allargata stupefacenti è quella di sottrarre al reo risorse che verosimilmente derivano da attività criminose sommerse. Non è necessario dimostrare il nesso diretto tra il bene e il singolo reato per cui è intervenuta la condanna, ma è sufficiente accertare lo squilibrio economico e l’assenza di una giustificazione credibile sulla provenienza del denaro.
La Corte ha inoltre richiamato una recente sentenza della Corte Costituzionale, la quale ha confermato che anche il piccolo spaccio può generare vantaggi economici tali da giustificare una misura patrimoniale così incisiva, purché la condotta non risulti del tutto occasionale.
Le motivazioni
Le motivazioni della Corte si fondano sulla necessità di allineare l’ordinamento nazionale agli obblighi europei in materia di contrasto ai patrimoni illeciti. La Cassazione ha chiarito che il giudice deve verificare se il fatto di reato sia espressione di un habitus criminale. L’onere della prova della sproporzione grava sulla pubblica accusa, ma una volta accertato lo squilibrio tra possedimenti e redditi, spetta all’imputato allegare fatti o eventi che indichino la lecita provenienza dei beni. Inoltre, deve sussistere una congruità temporale tra l’acquisizione dei beni e il periodo in cui è stato commesso il reato.
Le conclusioni
Le conclusioni portano all’annullamento della sentenza impugnata nella parte relativa alla mancata confisca. La questione è stata rinviata alla Corte d’appello territorialmente competente, che dovrà rivalutare la situazione patrimoniale dell’imputata. Il giudice di merito dovrà accertare se le somme sequestrate siano effettivamente sproporzionate rispetto ai redditi leciti e se l’attività di spaccio, seppur di lieve entità, fosse inserita in un contesto di continuità tale da far presumere un’accumulazione di ricchezza illecita. Questa decisione rafforza l’idea che ogni profitto derivante da attività delittuose, anche se apparentemente minori, debba essere rimosso per ripristinare la legalità economica.
In quali casi il denaro sequestrato a uno spacciatore viene confiscato anche se non è profitto diretto del reato?
Il denaro viene confiscato se il suo valore è sproporzionato rispetto ai redditi dichiarati e se il condannato non è in grado di giustificarne la provenienza lecita.
La confisca dei beni si applica anche a chi commette spaccio di lieve entità?
Sì, la legge prevede che la confisca per sproporzione possa essere applicata anche nei casi di piccolo spaccio purché la condotta non sia isolata.
Chi ha l’onere di dimostrare che i beni posseduti da un condannato sono illeciti?
L’accusa deve provare la sproporzione tra beni e reddito, mentre l’imputato deve fornire elementi che ne dimostrino la provenienza lecita.