Appello assoluzione: non sempre si può impugnare per un risultato migliore
Un imputato può fare appello contro la propria sentenza di assoluzione? La domanda può sembrare un paradosso, ma nasconde complesse questioni giuridiche. La recente sentenza della Corte di Cassazione n. 47044/2023 offre un chiarimento fondamentale sul tema dell’appello assoluzione, stabilendo i limiti entro cui un imputato può contestare una decisione a lui favorevole.
Il caso analizzato riguarda una persona assolta che, insoddisfatta della formula utilizzata dal giudice, ha tentato di ottenere una pronuncia diversa, ritenuta più utile in un altro contenzioso. Vediamo come la Suprema Corte ha risolto la questione.
I Fatti del Caso: Un’Assoluzione “Non Abbastanza Buona”
La vicenda ha origine da una sentenza di primo grado del Tribunale di Bergamo, che aveva assolto un’imputata dall’accusa di un reato fiscale (previsto dall’art. 2 del D.Lgs. 74/2000) con la formula “per non aver commesso il fatto”.
Nonostante l’esito pienamente favorevole, la difesa decideva di proporre appello. L’obiettivo non era, ovviamente, ottenere una condanna, ma la modifica della formula assolutoria in “perché il fatto non sussiste”. La ragione di questa scelta risiedeva in un procedimento tributario parallelo, pendente a carico di una società di cui la ricorrente era legale rappresentante. Secondo la tesi difensiva, un’assoluzione perché “il fatto non sussiste” avrebbe avuto effetti più favorevoli nel giudizio tributario, determinando l’esclusione delle obbligazioni fiscali contestate.
La Corte d’Appello di Brescia, tuttavia, dichiarava l’impugnazione inammissibile, ritenendo che la legge precluda all’imputato di appellare una sentenza di assoluzione con le formule più ampie.
La Decisione della Cassazione e l’Interesse nell’Appello Assoluzione
La questione è giunta dinanzi alla Corte di Cassazione, che ha confermato la decisione dei giudici d’appello, dichiarando il ricorso manifestamente infondato.
I giudici hanno richiamato il testo dell’art. 593, comma 2, del codice di procedura penale. Questa norma stabilisce chiaramente che l’imputato può appellare le sentenze di proscioglimento, “salvo che si tratti di sentenze di assoluzione perché il fatto non sussiste o perché l’imputato non lo ha commesso”.
La Corte ha quindi affermato che la formula utilizzata dal Tribunale di Bergamo rientra tra quelle che inibiscono il diritto di impugnazione per l’imputato, poiché rappresenta già il massimo risultato favorevole ottenibile nel processo penale.
Il cuore della decisione risiede nel concetto di “interesse a ricorrere”. Per poter impugnare una sentenza, una parte deve dimostrare di poter ottenere un risultato pratico e concreto più vantaggioso dalla nuova decisione. Nel caso di specie, la Cassazione ha spiegato perché tale interesse mancasse.
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Gerarchia delle Formule Assolutorie: Le formule “perché il fatto non sussiste” e “per non aver commesso il fatto” si pongono al vertice delle decisioni favorevoli all’imputato. Non esiste una formula assolutoria “migliore” o più liberatoria di queste. Pertanto, l’imputato che ottiene tale assoluzione non ha alcun interesse giuridicamente apprezzabile a chiederne una diversa.
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Irrilevanza della Motivazione: La difesa sosteneva che, nella motivazione, il giudice di primo grado avesse assolto per insufficienza di prove (formula dubitativa ex art. 530, comma 2, c.p.p.), e questo giustificava l’interesse a un’assoluzione più netta. La Cassazione ha respinto questa tesi, chiarendo che ciò che conta ai fini dell’impugnazione è il dispositivo della sentenza (la decisione finale), non le argomentazioni della motivazione. Inoltre, anche un’assoluzione basata su prove insufficienti o contraddittorie non comporta una minore “pregnanza” o effetti extra-penali ridotti rispetto a un’assoluzione basata sulla piena prova dell’innocenza.
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Effetti Extra-penali: La Corte ha sottolineato che le norme sull’efficacia del giudicato penale nei giudizi civili o amministrativi (artt. 651-654 c.p.p.) non distinguono tra le diverse ragioni che portano a una formula assolutoria piena. Un’assoluzione “per non aver commesso il fatto” esplica i suoi effetti liberatori in altre sedi a prescindere dal fatto che sia stata pronunciata per mancanza, insufficienza o contraddittorietà della prova. Non essendoci stato alcun accertamento positivo sulla commissione del fatto da parte dell’imputata, ma anzi il suo esatto contrario, non vi è alcun pregiudizio da rimuovere in altre sedi giudiziarie.
Le Conclusioni: Implicazioni Pratiche della Sentenza
La pronuncia della Cassazione consolida un principio fondamentale del diritto processuale penale: l’impugnazione non è uno strumento per ottenere mere precisazioni o soddisfazioni morali, ma per conseguire un vantaggio giuridico concreto. Un’assoluzione con formula piena rappresenta l’epilogo più favorevole per l’imputato. Pertanto, l’appello assoluzione da parte di quest’ultimo è precluso dalla legge, poiché non esiste un risultato migliore da raggiungere. Questa regola rimane valida anche quando l’imputato spera di ottenere un beneficio indiretto in altri contenziosi, come quelli di natura tributaria o civile. La sentenza chiarisce che il processo penale ha le sue regole e i suoi obiettivi, e l’interesse a impugnare deve essere valutato all’interno del suo perimetro, senza poter essere condizionato dalle strategie difensive di altri giudizi.
Un imputato assolto può fare appello contro la propria sentenza di assoluzione?
Di norma no, se l’assoluzione è avvenuta con le formule più ampie e liberatorie, come “perché il fatto non sussiste” o “per non aver commesso il fatto”. La legge (art. 593, c. 2, c.p.p.) esclude espressamente questa possibilità.
C’è differenza tra un’assoluzione per “mancanza di prove” e una per “non aver commesso il fatto” ai fini dell’impugnazione?
No. Sebbene la motivazione di una sentenza possa basarsi sulla carenza di prove, se il dispositivo (la parte decisionale) riporta la formula piena “per non aver commesso il fatto”, questa è considerata pienamente liberatoria. Ai fini degli effetti giuridici e del diritto a impugnare, non ha una valenza inferiore rispetto a un’assoluzione basata su prova piena dell’innocenza.
L’esistenza di un altro processo (es. tributario) può giustificare l’interesse ad appellare un’assoluzione per ottenere una formula diversa?
No. Secondo la sentenza, l’interesse a ricorrere esiste solo se si può ottenere un risultato pratico più favorevole all’interno del processo penale. Poiché l’assoluzione “per non aver commesso il fatto” è già la formula più vantaggiosa possibile, non è possibile conseguire un risultato migliore. Pertanto, l’esistenza di altri giudizi non crea un interesse giuridicamente valido a impugnare.