Obbligo di repêchage: la Cassazione ribadisce l’esclusivo onere della prova a carico del datore
L’obbligo di repêchage rappresenta un pilastro fondamentale nel diritto del lavoro italiano a tutela del posto di lavoro. Con la recente ordinanza n. 30143 del 30 ottobre 2023, la Corte di Cassazione è tornata a pronunciarsi su questo tema cruciale, riaffermando con forza un principio cardine: l’onere di dimostrare l’impossibilità di ricollocare il lavoratore licenziato per giustificato motivo oggettivo grava interamente ed esclusivamente sul datore di lavoro. Questa decisione chiarisce che al lavoratore non può essere imposto alcun dovere di “collaborazione” nella ricerca di posizioni alternative.
I Fatti di Causa
Il caso trae origine dal licenziamento di una dipendente, intimato da una società per giustificato motivo oggettivo, consistente nella soppressione del suo posto di lavoro. La lettera di licenziamento motivava il recesso con “la soppressione del posto di lavoro e dal venir meno delle attività e delle mansioni” precedentemente svolte dalla lavoratrice, aggiungendo che tali attività erano state ridistribuite tra il personale già in forza e che non era stato possibile reperire una posizione alternativa.
Sia in primo grado che in appello, i giudici avevano dato ragione all’azienda, respingendo le doglianze della lavoratrice. La Corte d’Appello, in particolare, aveva ritenuto sufficientemente specifica la motivazione del licenziamento e aveva considerato assolto l’onere della prova relativo all’impossibilità di ricollocamento, pur affermando la necessità di una “collaborazione” del lavoratore nell’accertamento di possibili posti alternativi.
I Motivi del Ricorso e l’obbligo di repêchage
La lavoratrice ha impugnato la sentenza d’appello dinanzi alla Corte di Cassazione, sollevando due motivi principali.
Il primo, relativo alla presunta genericità della motivazione del licenziamento, è stato respinto. La Corte ha ritenuto che le ragioni addotte fossero sufficienti a consentire alla dipendente di comprendere le cause del recesso e di esercitare il proprio diritto di difesa.
Il secondo motivo, invece, si è rivelato decisivo. La ricorrente ha lamentato la violazione delle norme in materia di obbligo di repêchage e di ripartizione dell’onere della prova. Sosteneva che l’azienda non avesse adeguatamente allegato né provato l’impossibilità di ricollocarla, anche in mansioni inferiori, e che la Corte d’Appello avesse erroneamente gravato lei di un onere probatorio non previsto dalla legge.
La Decisione della Corte di Cassazione
La Suprema Corte ha accolto pienamente il secondo motivo di ricorso, fornendo chiarimenti essenziali sull’applicazione dell’obbligo di repêchage.
Le motivazioni
I giudici di legittimità hanno stabilito che la Corte d’Appello ha commesso un duplice errore. In primo luogo, ha illegittimamente posto a carico della lavoratrice un onere di “collaborazione” nella ricerca di posizioni alternative. La giurisprudenza consolidata, richiamata nell’ordinanza, è chiara nel sancire che la prova dell’impossibilità di ricollocamento è un elemento costitutivo del giustificato motivo oggettivo e, come tale, grava unicamente sul datore di lavoro. Quest’ultimo deve dimostrare di aver esplorato ogni possibilità di reimpiego del dipendente, anche in posizioni con mansioni inferiori appartenenti al suo bagaglio professionale, prima di poter procedere legittimamente al licenziamento.
In secondo luogo, la Corte d’Appello ha omesso di accertare in concreto se l’azienda avesse effettivamente verificato e offerto alla lavoratrice eventuali posizioni alternative, incluse quelle di livello inferiore. La sentenza impugnata si era limitata a prendere atto della mancanza di nuove assunzioni, un dato ritenuto insufficiente a dimostrare il corretto adempimento dell’obbligo di repêchage.
Le conclusioni
La Corte di Cassazione ha quindi cassato la sentenza impugnata con rinvio ad un’altra sezione della Corte d’Appello. Quest’ultima dovrà riesaminare il caso attenendosi al principio secondo cui l’onere di provare l’impossibilità di ricollocamento è a carico esclusivo del datore di lavoro, senza che possa essere richiesta alcuna forma di cooperazione al lavoratore. La decisione ribadisce la centralità della tutela del posto di lavoro e definisce con precisione i confini degli obblighi datoriali nei casi di licenziamento per ragioni economiche e organizzative, rafforzando le garanzie per i dipendenti.
Su chi ricade l’onere di provare l’impossibilità di ricollocamento (repêchage) del lavoratore?
Secondo la Corte di Cassazione, l’onere della prova di aver adempiuto all’obbligo di repêchage, e quindi di aver verificato l’impossibilità di ricollocare il lavoratore in altre mansioni anche inferiori, ricade interamente ed esclusivamente sul datore di lavoro.
Il lavoratore ha un dovere di ‘collaborare’ con il datore per trovare una posizione alternativa?
No. La sentenza chiarisce che è illegittimo gravare la parte ricorrente (il lavoratore) di un onere di ‘collaborazione’ nell’accertamento di un possibile repêchage. Tale onere non è previsto dalla legge e spetta unicamente al datore di lavoro.
Una motivazione di licenziamento come ‘soppressione del posto di lavoro’ è sufficientemente specifica?
Nel caso di specie, la Corte ha ritenuto che la motivazione ‘soppressione del posto di lavoro e venir meno delle attività e delle mansioni’ fosse sufficientemente specifica per permettere al lavoratore di esercitare il proprio diritto di difesa, non accogliendo il motivo di ricorso su questo punto.