Una recente sentenza della Corte di Cassazione ha offerto un importante chiarimento sui requisiti del reato di traffico di influenze illecite, annullando con rinvio la condanna a carico di un ufficiale della Guardia di Finanza. La decisione si concentra sulla formulazione della norma antecedente alla riforma del 2019, sottolineando un elemento fondamentale per la configurabilità del reato. Parallelamente, la Corte ha confermato la colpevolezza di un direttore dell’Agenzia delle Entrate per accesso abusivo a sistema informatico, pur annullando la pena per un necessario ricalcolo.
I fatti del processo
Il caso vedeva coinvolti due imputati. Il primo, un ufficiale, era accusato di aver promesso di intervenire su vertici dell’Agenzia delle Entrate per ammorbidire l’esito di accertamenti fiscali a carico di due importanti società. In cambio di questa mediazione, basata su asserite relazioni privilegiate, avrebbe ricevuto la promessa di denaro, di un orologio di lusso e altri vantaggi. Il secondo imputato, un funzionario dell’Agenzia delle Entrate, era accusato di aver effettuato accessi alla banca dati dell’Anagrafe Tributaria su richiesta di un collega, per fornire informazioni a terzi.
Nei primi due gradi di giudizio, entrambi erano stati ritenuti colpevoli. La questione è quindi giunta dinanzi alla Corte di Cassazione, che ha analizzato in modo distinto le posizioni dei due ricorrenti.
Il Traffico di influenze illecite e la decisione della Cassazione
Il fulcro della sentenza riguarda la posizione dell’ufficiale. I suoi difensori hanno sostenuto che la condanna per traffico di influenze illecite fosse illegittima perché, secondo la versione dell’art. 346-bis del codice penale in vigore all’epoca dei fatti (prima della legge n. 3/2019), il reato richiedeva un elemento specifico: la mediazione illecita doveva essere finalizzata a far compiere al pubblico ufficiale un atto contrario ai doveri d’ufficio.
La Corte di Cassazione ha accolto questa tesi. Ha stabilito che la Corte d’Appello aveva errato nel non individuare e specificare quale fosse l’atto (o gli atti) contrario ai doveri d’ufficio che l’ufficiale si era impegnato a far compiere ai funzionari dell’Agenzia delle Entrate. La semplice vanteria di relazioni privilegiate o una generica promessa di intervento non erano sufficienti per integrare la fattispecie criminosa nella sua vecchia formulazione. L’accordo tra il mediatore e il privato doveva avere come obiettivo la commissione di un illecito penale ben definito.
Accesso abusivo al sistema informatico: la posizione della Corte
Per quanto riguarda il secondo imputato, la Cassazione ha confermato la sua colpevolezza per il reato di accesso abusivo a sistema informatico (art. 615-ter c.p.). La difesa sosteneva che l’accesso non fosse abusivo in quanto i destinatari delle informazioni avrebbero potuto acquisirle legittimamente.
La Corte ha respinto questa argomentazione, ribadendo un principio consolidato delle Sezioni Unite: l’accesso è abusivo quando avviene per ragioni “ontologicamente estranee” rispetto a quelle per cui la facoltà di accesso è stata attribuita. In altre parole, un pubblico dipendente che entra nel sistema informatico dell’ufficio per scopi personali o comunque non legati al servizio commette reato, a prescindere dal fatto che le informazioni non siano segrete.
Tuttavia, la Corte ha annullato la sentenza limitatamente al trattamento sanzionatorio. La pena detentiva era stata convertita in una multa pecuniaria senza tener conto di una sentenza della Corte Costituzionale (n. 28/2022) che aveva modificato i parametri di conversione, rendendoli più favorevoli per l’imputato. Pertanto, il caso è stato rinviato alla Corte d’Appello per un nuovo calcolo della pena.
le motivazioni
Le motivazioni della Corte sono state nette e distinte per le due posizioni. Per il traffico di influenze illecite, la decisione si fonda su un’interpretazione rigorosa della norma previgente. La Cassazione ha rilevato un vizio di motivazione nella sentenza impugnata, poiché non era stato enucleato l’elemento essenziale del reato: l’atto contrario ai doveri d’ufficio. Senza questa specificazione, la condotta del mediatore, per quanto opaca, non poteva essere penalmente sanzionata ai sensi di quella specifica norma. La Corte ha sottolineato che l’incriminazione del traffico di influenze mira a prevenire la corruzione, ma per la vecchia formulazione era necessario che la mediazione fosse funzionale a commettere un illecito.
Per l’accesso abusivo, la motivazione si allinea alla giurisprudenza costante delle Sezioni Unite, che protegge non solo la segretezza dei dati, ma anche il corretto funzionamento dei sistemi informatici pubblici, che devono essere utilizzati esclusivamente per le finalità istituzionali. L’annullamento della pena, invece, è motivato dall’obbligo per il giudice di applicare retroattivamente la normativa più favorevole, inclusi i principi derivanti dalle sentenze della Corte Costituzionale.
le conclusioni
In conclusione, la Corte di Cassazione ha annullato la sentenza di condanna per l’ufficiale, rinviando a una nuova sezione della Corte d’Appello che dovrà riesaminare il caso attenendosi al principio di diritto enunciato: per condannare per il vecchio reato di traffico di influenze, è necessario individuare l’atto contrario ai doveri d’ufficio che si voleva ottenere. Per il funzionario, la condanna per accesso abusivo è diventata definitiva, ma la pena sarà ricalcolata in senso più favorevole. Questa sentenza riafferma l’importanza del principio di legalità e della precisa definizione degli elementi costitutivi del reato, specialmente quando la normativa subisce modifiche nel tempo.
Quando si configura il reato di traffico di influenze illecite secondo la legge antecedente alla riforma del 2019?
Secondo la formulazione della norma applicata nel caso di specie, il reato si configurava solo se la mediazione illecita, dietro compenso, era specificamente finalizzata a far compiere a un pubblico ufficiale un determinato atto contrario ai suoi doveri d’ufficio. Una generica promessa di intervento non era sufficiente.
È reato accedere al sistema informatico dell’ufficio per ragioni personali, anche se le informazioni non sono segrete?
Sì. La Corte di Cassazione ha confermato che l’accesso a un sistema informatico è considerato abusivo, e quindi costituisce reato, quando viene effettuato per finalità estranee a quelle di servizio, a prescindere dal fatto che il dipendente sia abilitato ad accedere e che le informazioni ottenute non siano riservate.
Cosa succede se una corte inferiore non applica una sentenza della Corte Costituzionale che rende la pena più favorevole?
La Corte di Cassazione annulla la parte della sentenza relativa alla pena e rinvia il caso al giudice inferiore. Quest’ultimo ha l’obbligo di ricalcolare la sanzione applicando i nuovi parametri più favorevoli stabiliti dalla Corte Costituzionale, in virtù del principio della retroattività della legge penale più mite.