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Reato di peculato: mandati di spesa e ricarichi illeciti

Un funzionario contabile di una società partecipata comunale gestiva i pagamenti verso i fornitori. L’impiegato ha inserito una ditta a lui riconducibile nella catena di fornitura di un solvente stradale, gonfiando i costi. Successivamente ha emesso di persona i mandati di pagamento per incamerare la differenza economica. La difesa sosteneva che il fatto integrasse una truffa o un traffico di influenze illecite, non essendoci poteri bancari diretti. La Corte di Cassazione ha confermato la condanna e respinto il ricorso. Chi emette materialmente le autorizzazioni di spesa possiede la disponibilità funzionale del denaro pubblico. La convergenza nella stessa persona del ruolo di disponente e di beneficiario esclude l’inganno tipico della truffa e configura il reato di peculato.

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Pubblicato il 12 ottobre 2026 in Giurisprudenza Penale, Procedura Penale

Riferimento Sentenza di Cassazione Penale Sez. 2 Num. 35668 Anno 2026 (Cass. pen. sez. 2 n. 35668/2026)

Principio di diritto Integra il delitto di peculato, e non quello di truffa, la condotta del dipendente incaricato di pubblico servizio che si appropria di somme pubbliche emettendo mandati di pagamento a favore di una società a lui riconducibile. L'identificazione nella stessa persona del soggetto che dispone della spesa e dell'artefice dello schermo societario esclude la duplicità soggettiva necessaria per la truffa.

La distinzione tra truffa e reato di peculato nelle forniture pubbliche

Il confine tra l’inganno patrimoniale e l’appropriazione indebita del funzionario pubblico genera spesso incertezze applicative. Il reato di peculato si consuma quando l’incaricato sfrutta il proprio potere per impossessarsi di risorse pubbliche già accessibili per ragione del proprio ufficio. Quando invece l’agente induce altri in errore per ottenere un bene che non gestisce, scatta la truffa. La Corte di Cassazione ha ribadito questo confine cruciale. La decisione riguarda chi emette mandati di spesa sfruttando società fittizie e conferma principi rigorosi sulla gestione del denaro pubblico.

Lo schema commerciale del funzionario contabile nella gestione dei pagamenti

La vicenda riguarda un impiegato amministrativo di un’azienda partecipata comunale incaricata della gestione dei rifiuti. Il lavoratore collaborava a stretto contatto con i vertici dell’ente e curava i mandati di liquidazione ai fornitori. L’ente doveva acquistare un prodotto chimico per la pulizia del manto stradale. L’impiegato ha inserito una società commerciale a lui direttamente riconducibile nella catena di vendita.

Questa azienda privata acquistava il materiale chimico e lo rivendeva a un fornitore intermedio a prezzo maggiorato. Infine, l’ente pubblico acquistava il solvente pagando una cifra ampiamente superiore al reale valore commerciale. L’impiegato curava personalmente l’emissione dei mandati di pagamento aziendali per saldare la fattura gonfiata. La differenza economica confluiva nelle disponibilità della ditta gestita dallo stesso contabile.

La decisione della Cassazione sulla responsabilità penale del dipendente

I giudici di legittimità hanno dichiarato il ricorso del dipendente inammissibile. Il collegio ha respinto la tesi difensiva che chiedeva di derubricare la condotta in truffa aggravata o traffico di influenze illecite. La Corte ha inoltre respinto l’istanza di rinvio per sciopero difensivo, ricordando che il rito camerale cartolare non ammette slittamenti per l’astensione dei legali.

La pronuncia ha confermato la condanna per appropriazione indebita aggravata e ha rigettato la richiesta di applicare l’attenuante speciale della particolare tenuità del danno. La complessità dello schema societario e l’intensità del piano illecito impediscono qualsiasi indulgenza sul trattamento sanzionatorio.

I fondamenti normativi sulla disponibilità funzionale del denaro e l’assenza di inganno

I giudici hanno chiarito che il possesso di denaro pubblico non richiede la firma sui conti correnti bancari o la qualifica formale di cassiere. La legge riconosce la disponibilità funzionale anche a chi esercita un potere di spesa in base a prassi dell’ufficio o all’incarico di emettere mandati di liquidazione. Il contabile governava le scelte di pagamento e disponeva di fatto di quel flusso finanziario.

La figura della truffa postula una netta separazione tra due soggetti differenti: l’autore del raggiro e la persona ingannata che dispone del patrimonio. Nel caso esaminato questa dualità non esiste. L’impiegato ha confezionato l’artificio commerciale e contemporaneamente ha firmato la liquidazione della spesa per conto dell’ente. La persona che inganna coincide interamente con quella che dispone del denaro. Questa sovrapposizione rende impossibile la truffa e integra una diretta appropriazione delle risorse aziendali.

I riflessi operativi per dipendenti e amministratori di società partecipate

La pronuncia fissa un parametro severo per chi opera all’interno di società pubbliche o partecipate da enti locali. Qualsiasi lavoratore dotato di autonomia nell’istruttoria delle fatture o nella predisposizione dei bonifici riveste la qualifica pubblicistica di incaricato di pubblico servizio.

Chi sfrutta canali societari paralleli per incassare margini di ricarico sulle forniture risponde della pena severa prevista per i delitti contro la pubblica amministrazione. I vertici e gli impiegati non possono invocare la semplice mediazione commerciale o la truffa per accedere a termini di prescrizione più brevi quando detengono il controllo operativo dei flussi di cassa.

Quale elemento distingue il peculato dalla truffa aggravata ai danni dello Stato?
Il discrimine riguarda la disponibilità del bene: nel peculato l’agente dispone già del denaro per le sue mansioni e se ne appropria, mentre nella truffa usa raggiri per convincere un terzo a consegnarglielo.

Serve la firma sui conti correnti per contestare il peculato al dipendente?
No, basta la disponibilità funzionale o di fatto sulle somme, come il potere di autorizzare, formare o emettere i mandati di pagamento aziendali.

Il dipendente di una società privata partecipata può commettere peculato?
Sì, quando l’attività svolta per la società partecipata realizza un servizio di interesse pubblico ed è esercitata con margini di discrezionalità e autonomia.

Termini giuridici

Peculato
Reato commesso dal pubblico funzionario che si appropria di denaro o beni di cui dispone per ragioni del proprio ufficio.
Incaricato di pubblico servizio
Chi svolge un'attività di pubblico interesse per conto di un ente pubblico, senza avere i poteri decisionali o autoritativi tipici del pubblico ufficiale.
Interversione del possesso
Atto con cui chi gestisce un bene altrui inizia a comportarsi apertamente come se ne fosse il reale proprietario.
Giudizio cartolare
Processo che si svolge esclusivamente tramite l'esame degli atti scritti, senza la discussione orale in aula.

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La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

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