Bancarotta fraudolenta per distrazione, amministratore creditore della società

L’amministratore (o il liquidatore) che sia anche creditore nei confronti della società, laddove si appropri di somme per crediti vantati nei confronti della stessa fallita, commette il reato di bancarotta fraudolenta per distrazione.


La Corte di Cassazione, pur dando atto dell’esistenza di un indirizzo contrario, ritiene di aderire all’orientamento giurisprudenziale secondo cui l’amministratore (o il liquidatore) che sia anche creditore nei confronti della società, laddove si appropri di somme per crediti vantati nei confronti della stessa fallita, commette il reato di bancarotta fraudolenta per distrazione e non preferenziale.

La ragione di tale affermazione risiede nell’impossibilità di scindere la qualità di creditore da quella di amministratore (Sez. 5, n. 25292 del 30/05/2012,; Sez. 5, n. 2647 del 07/06/2006, dep. 2007).

Peraltro, sostiene la Corte, anche a voler ammettere che si trattasse di pagamenti delle proprie spettanze per l’attività lavorativa prestata in favore della società – ed evidentemente prescindendo dalla valutazione sulla congruità degli stessi – resta il fatto che la deliberazione in proprio favore degli emolumenti di cui si tratta, nonché la loro percezione da parte del socio amministratore unico, venivano effettuati in un’epoca in cui erano già ravvisabili chiari segnali di allarme circa la grave crisi finanziaria della società.

Al riguardo, nel caso in esame, la sentenza di primo grado aveva evidenziato come l’imputato non solo avesse consapevolmente eluso gli obblighi imposti dalla legge a fronte dell’erosione del capitale sociale (avendo omesso di chiedere all’assemblea di deliberare l’aumento del capitale sociale o la messa in liquidazione della società), ma avesse aggravato il dissesto deliberando in proprio favore emolumenti esorbitanti e percependo importi comunque ingenti e sproporzionati rispetto alla situazione economica in cui versava la società, agendo in totale spregio ai ripetuti moniti, rivoltogli dal collegio sindacale, finalizzati ad una gestione finanziaria più oculata e ad una contrazione delle spese, ivi comprese quelle per il compenso dell’amministratore.

Atteso il preoccupante contesto di riferimento, dunque, il pagamento di pretesi e peraltro assai genericamente prospettati compensi all’amministratore unico, assume all’evidenza un significato diverso e più grave rispetto alla mera volontà di privilegiare un creditore in posizione paritaria rispetto a tutti gli altri (Sez. 5, n. 50495 del 14/06/2018).

In rilievo non viene, quindi, il tema, proposto dalla difesa, della violazione della par condicio creditorum quanto quello della distrazione di circa 581.000,00 Euro dal patrimonio sociale, effettuata dall’imputato con piena consapevolezza dell’inevitabile sorte della società, atteso che egli si era occupato dell’amministrazione della società sin dalla sua costituzione.

Il che ha correttamente reso improponibile, nel caso in esame, anche la configurabilità del meno grave reato di bancarotta preferenziale, ascrivibile, secondo il cennato diverso orientamento giurisprudenziale (Sez. 5, n. 5186 del 02/10/2013; Sez. 5, n. 43869 del 05/10/2007) all’amministratore che si ripaghi di propri crediti nei confronti dell’impresa fallita.

Corte di Cassazione, Sezione feriale, Sentenza n. 27132 del 29 settembre 2020

Aggiungi Commento

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.