Dichiarazione infedele, il reato si intende perfezionato con la presentazione della dichiarazione annuale infedele

Il delitto di dichiarazione infedele integra un reato istantaneo, poiché, si intende perfezionato con la presentazione della dichiarazione annuale infedele, non rilevando ai fini della consumazione la circostanza dell’eventuale presentazione integrativa, poiché il dies a quo ai fini del calcolo del termine di prescrizione del reato dovrà intendersi decorrente dalla data della presentazione della prima dichiarazione.

Trattasi di un principio affermato dalla Suprema Corte con le sentenze sez. 3, n. 40618 del 3 luglio – 1 ottobre 2013; sez. 3, n. 27967 del 19.4.2017 – dep. 6.6.2017, cui si è inteso dare continuità, anche in considerazione della mancata modifica ad opera della novella del 2015 della fattispecie penale in esame sul punto della natura annuale della dichiarazione.

Il delitto di dichiarazione infedele è certamente un reato a dolo specifico consistente nel fine di evadere le imposte sui redditi o sul valore aggiunto.

In altri termini, è necessaria una coscienza e volontà con riferimento alla indicazione di costi fittizi o alla omessa indicazione di ricavi, accompagnati dall’intento di evadere le imposte.

Ai fini dell’integrazione del reato di dichiarazione infedele, previsto dall’art. 4 D.Lgs. 74 del 2000, la mancata conoscenza, da parte dell’operatore professionale, della norma tributaria posta alla base della violazione penale contestata, costituisce errore sul precetto che non esclude il dolo ai sensi dell’art. 5 c.p., salvo che sussista una obiettiva situazione di incertezza sulla portata applicativa o sul contenuto della norma fiscale extra-penale, tale da far ritenere l’ignoranza inevitabile.

Del resto, la Suprema Corte ha avuto modo di precisare, proprio in materia tributaria, che il principio secondo il quale l’ignoranza della legge penale scusa quando si versi in caso di ignoranza inevitabile, affermato dalla Corte Costituzionale con sentenza 24 marzo 1988, n. 364, non può valere – ed a maggior ragione – per ogni difficoltà interpretativa che si presenti per il comune cittadino come inevitabile.

Il che comporta, quindi, per l’operatore professionale, l’inoperatività dell’errore scusabile, tanto di diritto quanto di fatto, quando lo stesso cada non solo sulla norma extra-penale integratrice del precetto penale, ma anche sulla norma tributaria, non certo predisposta ai fini della definizione dei reati e quindi non integrante la norma penale di cui all’art. 4, D.Lgs. n. 74 del 2000.

Ne discende, pertanto, l’inapplicabilità dell’art. 47 c.p., attesa la pacifica irrilevanza della dichiarazione integrativa ai fini della sanatoria di quanto falsamente dichiarato con la dichiarazione originaria, come del resto consegue dalla lettura del disposto dell’art. 15, D.Lgs. n. 74 del 2000.

Cassazione Penale, Sez. 3, Sentenza n. 23810 ud. 08/04/2019 – deposito del 29/05/2019

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