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Sezione Settima Penale — Anno 2023

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Sospensione condizionale della pena: i limiti
Il Ricorrente ha impugnato la sentenza della Corte di Appello lamentando la mancata concessione della sospensione condizionale della pena. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno rilevato che Il Ricorrente aveva già usufruito per due volte di tale beneficio. La legge vieta una terza concessione, anche se per una delle precedenti condanne era intervenuta la riabilitazione. L'estinzione del reato non cancella infatti il limite legale dei benefici già goduti. Di conseguenza, il ricorso è stato ritenuto privo di reale interesse pratico e generico, determinando la condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Liberazione anticipata negata per un video-colloquio con estranei
La Corte di Cassazione ha confermato il rigetto della richiesta di liberazione anticipata presentata da un detenuto per un semestre specifico. Durante quel periodo, l'uomo aveva commesso un'infrazione disciplinare ospitando persone non autorizzate durante un video-colloquio con i familiari. Per questo comportamento, era stato sanzionato con l'esclusione dalle attività ricreative per sette giorni. I giudici hanno stabilito che tale condotta dimostra la mancata partecipazione all'opera di rieducazione nel semestre di riferimento. Di conseguenza, il ricorso del detenuto è stato dichiarato inammissibile, con la condanna al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Porto di coltello a serramanico: da mille euro a una stangata
Il Cittadino è stato condannato alla pena di 1.000 euro di ammenda per il porto di coltello a serramanico in luogo pubblico senza giustificato motivo. Il difensore ha proposto appello chiedendo l'assoluzione, sostenendo la presenza di una giustificazione. Trattandosi di una sentenza inappellabile, l'appello è stato convertito in ricorso per cassazione. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso poiché le contestazioni riguardavano valutazioni di merito, spettanti esclusivamente al giudice precedente, e non violazioni di legge. Di conseguenza, la condanna è diventata definitiva e il ricorrente è stato condannato a pagare ulteriori 3.000 euro alla Cassa delle Ammende.
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Circostanze attenuanti generiche: negato lo sconto per le bombe
L'Imputato ha proposto ricorso per cassazione contro la decisione della Corte di Appello che aveva dichiarato inammissibile il suo gravame per genericità dei motivi. L'Imputato, condannato per aver lanciato ordigni contro l'abitazione di un clan rivale, chiedeva una valutazione più favorevole nel bilanciamento tra le circostanze attenuanti generiche e le aggravanti. La Corte di Cassazione ha confermato l'inammissibilità del ricorso. I giudici hanno chiarito che la valutazione e il bilanciamento delle circostanze attenuanti generiche rientrano nei poteri discrezionali del giudice di merito. Tale decisione non è sindacabile in sede di legittimità se supportata da una motivazione logica e coerente, come nel caso di specie, dove era stata evidenziata l'estrema gravità della condotta criminale.
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Reato continuato: no allo sconto se i fatti sono distanti
Il Condannato ha richiesto il riconoscimento del reato continuato tra una condanna per ricettazione del 2016 e una per furto aggravato del 2019. Il Tribunale di Castrovillari ha rigettato l'istanza per mancanza di un disegno criminoso unitario. Il Condannato ha proposto ricorso in Cassazione, sostenendo l'omogeneità dei reati e l'irrilevanza della distanza temporale. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che il reato continuato richiede un programma unitario concepito fin dal primo reato. Nel caso specifico, la distanza di tre anni tra i fatti e la circostanza che il secondo reato sia avvenuto dopo il processo per il primo escludono qualsiasi legame progettuale. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Continuazione dei reati negata se manca il piano unitario
Il Condannato ha richiesto l'applicazione della continuazione dei reati per cinque sentenze di condanna relative a furto, danneggiamento ed evasione. Il Giudice dell'esecuzione ha respinto la richiesta evidenziando la mancanza di un unico disegno criminoso, data la diversità dei reati e dei contesti temporali. Il Condannato ha proposto ricorso in Cassazione denunciando vizi di motivazione. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso, confermando che la continuazione dei reati richiede una preventiva e specifica programmazione delle condotte criminose. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Continuazione dei reati: no allo sconto di pena per chi delinque per abitudine
Il Condannato ha richiesto al giudice dell'esecuzione l'applicazione della continuazione dei reati per unificare le pene di diverse condanne per truffa, ricettazione e false dichiarazioni sul gratuito patrocinio. Il Tribunale ha respinto la richiesta, rilevando che i reati non derivavano da un unico progetto iniziale, bensì da una spiccata abitualità a delinquere. La Corte di Cassazione ha confermato questa decisione, dichiarando inammissibile il ricorso del Condannato. La Suprema Corte ha ribadito che la continuazione dei reati richiede la prova di un disegno criminoso unitario programmato fin dal primo reato, elemento assente in questo caso caratterizzato da reati commessi in tempi e luoghi diversi. Il Condannato è stato condannato al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Giudizio di ottemperanza: stop alle videochiamate post-Covid
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un detenuto in regime di massima sicurezza che chiedeva di proseguire i video-colloqui con i familiari dopo la fine della pandemia. Il magistrato aveva inizialmente concesso le videochiamate solo per l'emergenza Covid-19. Il detenuto ha avviato un giudizio di ottemperanza per estendere tale diritto anche a causa delle difficoltà di salute e viaggio dei parenti. La Suprema Corte ha chiarito che il giudizio di ottemperanza serve solo a dare esecuzione a un provvedimento esistente e non può essere utilizzato per introdurre nuove richieste o ampliare decisioni passate. Di conseguenza, il detenuto ha perso il ricorso ed è stato condannato al pagamento delle spese processuali.
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Pene sostitutive delle pene detentive brevi: ko ma diritto salvo
Il Condannato ha proposto ricorso per cassazione chiedendo l'applicazione immediata delle nuove pene sostitutive delle pene detentive brevi introdotte dalla Riforma Cartabia. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso poiché, alla data della sua presentazione, la riforma non era ancora entrata in vigore. Tuttavia, la Suprema Corte ha chiarito che, in base alla disciplina transitoria, il soggetto condannato a una pena inferiore a quattro anni con procedimento pendente in Cassazione al 30 dicembre 2022 può richiedere l'applicazione di tali misure alternative direttamente al giudice dell'esecuzione. La richiesta va presentata entro trenta giorni dal momento in cui la sentenza diventa definitiva. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Porto abusivo di armi: nessun minimo edittale per chi ha precedenti
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da un cittadino condannato per il reato di porto abusivo di armi, nello specifico per il possesso di due armi da taglio di notevoli dimensioni. L'imputato contestava la quantificazione della pena, pari a sei mesi di arresto e 1.200 euro di ammenda, ritenendola eccessiva rispetto al minimo previsto dalla legge. I giudici di legittimità hanno confermato la decisione della Corte d'Appello, ritenendo la sanzione adeguatamente motivata. La gravità del fatto, unita ai numerosi precedenti penali del soggetto, giustifica ampiamente il superamento del minimo edittale, nonostante la concessione delle attenuanti generiche. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato anche al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Tardività dell’appello penale: la presenza in aula nega ogni scusa
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da un uomo condannato per violazione delle misure di prevenzione. L'imputato aveva presentato appello oltre i termini di legge, sostenendo poi in Cassazione che il processo si fosse svolto in sua assenza. I giudici hanno rilevato che l'uomo era invece presente all'udienza di condanna e che la tardività dell'appello penale era evidente. Di conseguenza, il ricorso è stato respinto con condanna al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Liberazione anticipata: le infrazioni costano lo sconto di pena
Il Tribunale di Sorveglianza ha negato parzialmente il beneficio della liberazione anticipata a un condannato in affidamento in prova al servizio sociale, a causa di quattro gravi infrazioni disciplinari commesse in diversi semestri. Il difensore del condannato ha proposto ricorso in Cassazione, lamentando la mancata valutazione complessiva del percorso rieducativo. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile, confermando che i comportamenti scorretti dimostrano una incompleta adesione al percorso di risocializzazione. Di conseguenza, il condannato perde il ricorso ed è condannato a pagare le spese processuali e tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Prescrizione del reato: la Cassazione cancella la tenuità del fatto
L'Imputato era stato accusato di una contravvenzione per porto di armi o oggetti atti ad offendere commessa nel 2016. La Corte d'Appello lo aveva dichiarato non punibile per particolare tenuità del fatto nel 2022. L'Imputato ha proposto ricorso sostenendo che, prima della decisione d'appello, era già maturata la prescrizione del reato, tenuto conto delle sospensioni per l'emergenza sanitaria. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso, stabilendo che è pienamente ammissibile l'impugnazione basata sull'omessa dichiarazione di estinzione del reato da parte del giudice di merito. Di conseguenza, la Suprema Corte ha annullato senza rinvio la sentenza impugnata, dichiarando estinto il reato per prescrizione del reato.
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Divieto di reingresso in Italia: l’atto tradotto condanna
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di uno straniero condannato per aver violato il divieto di reingresso in Italia. L'imputato era stato precedentemente espulso con un provvedimento del Prefetto, regolarmente tradotto in una lingua a lui comprensibile. La difesa sosteneva la mancanza di motivazione sull'assenza di cause di proscioglimento. Tuttavia, i giudici hanno confermato la piena consapevolezza del soggetto nel violare la legge, escludendo qualsiasi vizio di motivazione. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria in favore della Cassa delle Ammende.
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Porto di armi od oggetti atti ad offendere: il ricorso costa caro
Il Cittadino veniva condannato dal Tribunale al pagamento di un'ammenda di 1.000 euro per il porto di armi od oggetti atti ad offendere, nello specifico un coltello. Il difensore proponeva appello chiedendo l'assoluzione o la particolare tenuità del fatto. Trattandosi di una sentenza che infliggeva la sola ammenda, l'appello è stato convertito in ricorso per cassazione. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso poiché i motivi presentati riguardavano valutazioni di merito (come le caratteristiche del coltello e la concessione di attenuanti) riservate esclusivamente al giudice di primo grado e non riesaminabili in sede di legittimità. Di conseguenza, il ricorso è stato rigettato con condanna del ricorrente alle spese e al pagamento di tremila euro alla cassa delle ammende.
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Particolare tenuità del fatto: negata la non punibilità in Cassazione
Il Tribunale di Milano ha condannato l'Imputato per porto abusivo di oggetti atti ad offendere, riconoscendo la lieve entità del fatto. L'Imputato ha proposto ricorso in Cassazione, lamentando la mancata concessione della causa di esclusione della punibilità per particolare tenuità del fatto. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che l'impugnazione si limitava a richiedere una inammissibile rivalutazione dei fatti di causa, ripetendo argomentazioni teoriche già correttamente disattese dal giudice di merito con congrua motivazione. Di conseguenza, l'Imputato è stato condannato al pagamento delle spese processuali e al versamento di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Porto di armi od oggetti atti ad offendere: colpa ma pena massima
Un cittadino è stato condannato per il porto di armi od oggetti atti ad offendere, tra cui un machete di cinquanta centimetri. La Corte d'Appello ha confermato la pena di nove mesi di arresto e 1.500 euro di ammenda. L'imputato ha proposto ricorso in Cassazione, lamentando un'eccessiva severità della pena poiché il fatto era stato qualificato come colposo e non doloso. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che la gravità concreta del fatto, desunta dal numero e dalla pericolosità degli oggetti sequestrati, unita ai numerosi precedenti penali del soggetto, giustifica pienamente la misura della sanzione applicata, anche in presenza di una condotta colposa. Il ricorrente è stato condannato anche al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Ricettazione di supporti contraffatti: la bancarella costa cara
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un venditore ambulante condannato per il reato di ricettazione. L'uomo deteneva su una bancarella, pronti per la vendita, numerosi CD e DVD abusivamente riprodotti, privi del contrassegno SIAE e con copertine fotocopiate. La Suprema Corte ha ribadito che la detenzione per la vendita di supporti musicali e video contraffatti integra pienamente il reato di ricettazione di supporti contraffatti. Anche se la normativa europea ha ridimensionato l'obbligo del bollino SIAE, la tutela del diritto d'autore rimane intatta. Di conseguenza, chi riceve e vende opere dell'ingegno riprodotte abusivamente commette un illecito penale. Il venditore è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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CD pirata senza SIAE: è ricettazione di supporti contraffatti
Un venditore ambulante è stato condannato per il reato di ricettazione per aver detenuto, al fine di venderli, numerosi CD e DVD musicali e cinematografici abusivamente riprodotti e privi del marchio SIAE. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso dell'imputato, confermando che la detenzione per la vendita di materiale piratato integra pienamente il reato di ricettazione di supporti contraffatti. La Corte ha chiarito che, nonostante l'assenza del contrassegno SIAE non sia più di per sé un reato autonomo secondo le norme europee, la tutela del diritto d'autore rimane pienamente attiva. Di conseguenza, chi riceve e distribuisce opere dell'ingegno riprodotte abusivamente risponde penalmente. L'ambulante perde la causa ed è condannato a pagare le spese processuali e tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Uso personale di stupefacenti o spaccio: la lista clienti condanna
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un uomo condannato per spaccio di droga. L'imputato sosteneva che la sostanza fosse destinata all'uso personale di stupefacenti, chiedendo inoltre le attenuanti generiche. I giudici di merito hanno però accertato che l'uomo conservava nel portafoglio, oltre alla sostanza e a cinquanta euro in contanti, un foglio con i numeri di telefono di noti assuntori, i quali hanno confermato di rifornirsi da lui. La Suprema Corte ha ribadito che la distinzione tra consumo personale e spaccio spetta esclusivamente al giudice di merito. Di conseguenza, l'imputato è stato condannato anche al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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