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Legge 90/2014

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Società partecipate: no al blocco stipendi unilaterale
Una lavoratrice di una società partecipata ha rivendicato il diritto agli aumenti salariali previsti dal rinnovo del CCNL. L'azienda si opponeva, richiamando le norme sul contenimento dei costi del settore pubblico. La Corte di Cassazione ha stabilito che le società partecipate sono soggette al diritto privato e non possono disapplicare unilateralmente il CCNL. Qualsiasi deroga ai trattamenti economici deve passare obbligatoriamente attraverso una contrattazione di secondo livello, respingendo l'idea che il blocco stipendi del pubblico impiego si estenda a queste realtà.
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Compensi avvocati PA: IRAP non si detrae dalle parcelle
La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso di alcuni legali di un ente pubblico, stabilendo l'illegittimità della trattenuta dell'IRAP dai loro compensi professionali. La Suprema Corte ha chiarito che l'IRAP è un'imposta a carico del datore di lavoro e non può essere trasferita, neanche indirettamente, sui dipendenti. L'obbligo dell'ente di accantonare le somme per coprire l'imposta è una questione di contabilità interna che non può pregiudicare il diritto dei legali a percepire integralmente i compensi avvocati pa a loro spettanti.
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IRAP avvocati pubblici: la Cassazione vieta la rivalsa
Un avvocato di un ente pubblico ha contestato le trattenute effettuate dal suo datore di lavoro sui compensi professionali a titolo di IRAP. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso, stabilendo che la questione dell'IRAP per gli avvocati pubblici è chiara: l'imposta è a carico esclusivo dell'ente e non può essere in alcun modo trasferita sul dipendente attraverso decurtazioni. La necessità di copertura della spesa pubblica, secondo la Corte, non può giustificare la violazione del diritto del lavoratore alla piena retribuzione.
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Compenso amministratori straordinari: no prededuzione
Tre professionisti, nominati amministratori straordinari di una società a seguito di una misura interdittiva antimafia, hanno richiesto che i loro compensi fossero ammessi in via prededucibile al passivo del successivo fallimento della stessa. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile, confermando la decisione dei giudici di merito. La ragione fondamentale risiede nella mancata dimostrazione di una concreta utilità dell'attività degli amministratori per la massa dei creditori. La Corte ha sottolineato che la nomina prefettizia, pur essendo anteriore al fallimento, non conferisce automaticamente un diritto di priorità nel pagamento, poiché la gestione amministrativa straordinaria e la procedura fallimentare perseguono finalità distinte e non sono in un rapporto di continuità funzionale.
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Notifica sentenza via PEC: quando scatta il termine breve
Un'Amministrazione Finanziaria ha presentato ricorso in Cassazione contro una decisione che aveva dato ragione a un contribuente in merito alla prescrizione di alcune cartelle di pagamento. La Corte Suprema ha dichiarato il ricorso inammissibile perché tardivo. La tardività è derivata dalla notifica sentenza via PEC effettuata dal difensore del contribuente. Nonostante l'Amministrazione sostenesse l'invalidità di tale notifica, in quanto copia non autentica e allegata a una richiesta di pagamento spese, la Corte ha stabilito che essa era pienamente idonea a far decorrere il termine breve per l'impugnazione, consolidando un principio fondamentale del processo telematico.
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Compensi avvocati enti pubblici: la Cassazione decide
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 5457/2025, ha rigettato il ricorso di una legale contro un Comune in materia di compensi avvocati enti pubblici. La Corte ha stabilito che la determinazione del fondo per tali compensi è un atto discrezionale dell'amministrazione, e le relative controversie rientrano nella giurisdizione del giudice amministrativo, non di quello ordinario, trattandosi di interesse legittimo e non di diritto soggettivo.
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Notifica PEC ricorso: prova e inammissibilità
Un'azienda pubblica ha presentato ricorso per cassazione contro una sentenza tributaria, notificandolo via PEC. Tuttavia, non ha depositato le ricevute di accettazione e consegna. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile, stabilendo che la mancata produzione di tali prove non costituisce una mera nullità sanabile, ma determina l'inesistenza giuridica della notifica, un vizio insanabile che impedisce l'esame del merito.
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Notifica PEC casella piena: il deposito è decisivo
La Corte di Cassazione ha stabilito che una notifica PEC non andata a buon fine per 'casella piena' non si perfeziona automaticamente. Per considerare valida la comunicazione e far decorrere i termini, è indispensabile che la cancelleria del tribunale esegua il 'deposito in cancelleria' dell'atto. In un caso recente, una Corte d'Appello aveva dichiarato un appello improcedibile senza verificare questo adempimento cruciale. La Suprema Corte ha annullato tale decisione, sottolineando che il deposito è un passaggio garantista non trascurabile, necessario per completare la procedura di notifica PEC casella piena.
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Notifica PA nulla, non inesistente: la Cassazione
Un cittadino ha notificato un appello contro l'Ispettorato del Lavoro presso la cancelleria del Tribunale. La Corte d'Appello ha dichiarato l'atto inammissibile, qualificando la notifica come inesistente. La Corte di Cassazione ha annullato tale decisione, stabilendo che un errore nel luogo della notifica PA (Pubblica Amministrazione) la rende semplicemente nulla, non inesistente. Questa distinzione è fondamentale perché la nullità consente al giudice di ordinare la rinnovazione dell'atto, sanando il vizio e permettendo al processo di proseguire.
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