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D.Lgs. 231/2001

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Sequestro preventivo: contratti fittizi contro tangenti reali
La Corte di Cassazione ha confermato il sequestro preventivo finalizzato alla confisca del profitto del reato di corruzione a carico di una società di servizi ecologici. Inizialmente, il Tribunale del riesame aveva ridotto la somma sequestrata a circa 1,6 milioni di euro. La difesa ha impugnato la decisione sostenendo che non si potesse considerare profitto l'intero valore dei contratti, ma occorresse sottrarre i costi delle prestazioni eseguite. La Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno accertato che i contratti erano fittizi, stipulati al solo scopo di creare la provvista economica per pagare le tangenti necessarie a ottenere l'autorizzazione per l'ampliamento di una discarica. Di conseguenza, l'intero importo sovrafatturato costituisce profitto illecito confiscabile.
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Sequestro preventivo: confermato il blocco dei finti onorari
Una società di avvocati ha impugnato il sequestro preventivo di oltre 850.000 euro, disposto nell'ambito di un'indagine per associazione a delinquere finalizzata alla truffa sui risarcimenti stradali. Gli indagati facevano firmare alle vittime patti di quota-lite svantaggiosi, trattenendo gran parte degli indennizzi. La difesa contestava la violazione del divieto di un secondo giudizio (bis in idem) e chiedeva di escludere dal blocco le somme ricevute come onorari leciti. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso. I giudici hanno chiarito che una nuova consulenza tecnica costituisce un elemento di novità idoneo a superare il precedente rigetto. Inoltre, l'intera attività dello studio era un paravento illecito, rendendo impossibile separare un presunto profitto lecito da quello criminale. Il sequestro è stato interamente confermato.
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Sequestro preventivo: azienda salva se l’illecito è marginale
Il Tribunale confermava il sequestro preventivo dei beni e delle quote di una Società, ipotizzando un sistema corruttivo gestito dall'Amministratore di Fatto. Le Socie, estranee ai fatti, ricorrevano in Cassazione lamentando la sproporzione del provvedimento, dato che le attività illecite rappresentavano solo il 5% del fatturato totale, a fronte di una prevalente attività lecita. La Suprema Corte ha accolto il ricorso, stabilendo che il sequestro preventivo deve rispettare i principi di proporzionalità e adeguatezza. Il giudice deve valutare se l'uso illecito dell'azienda sia prevalente rispetto all'attività lecita, per evitare un'ingiusta compressione della libertà d'impresa. La Cassazione ha quindi annullato l'ordinanza con rinvio per un nuovo esame.
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Prescrizione dell’illecito dell’ente: la Cassazione fa chiarezza
Il Tribunale aveva dichiarato prescritti sia il reato di lesioni colpose contestato al legale rappresentante di una società, sia l'illecito amministrativo contestato all'ente stesso per un infortunio sul lavoro. Il Procuratore Generale ha impugnato la decisione limitatamente alla posizione della società. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso, evidenziando che la prescrizione dell'illecito dell'ente segue regole diverse rispetto a quella delle persone fisiche. Per le società, infatti, la contestazione dell'illecito interrompe la prescrizione e la sospende fino alla sentenza definitiva. Di conseguenza, la Suprema Corte ha annullato la sentenza impugnata limitatamente alla posizione della società, disponendo un nuovo giudizio davanti alla Corte d'appello.
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Sequestro preventivo: no al doppio blocco per l’azienda
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso del Procuratore della Repubblica contro l'annullamento del sequestro preventivo del complesso aziendale di una società agricola, accusata di sfruttamento del lavoro. Il Tribunale del Riesame aveva annullato il provvedimento ritenendolo una duplicazione di un precedente sequestro già attivo ed esecutivo. La Cassazione ha confermato che non si può emettere un nuovo sequestro preventivo basandosi su mere difficoltà gestionali o finanziarie dell'azienda, poiché queste non incidono sui requisiti del reato o sul pericolo di reiterazione. Inoltre, l'avvenuta esecuzione del primo provvedimento ha fatto venire meno l'interesse concreto della Procura al ricorso. Vince l'azienda agricola contro la duplicazione della misura cautelare.
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Sequestro preventivo: no al bis se la misura è già attiva
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso del Pubblico Ministero contro l'annullamento di un secondo sequestro preventivo emesso a carico di un'azienda agricola per sfruttamento del lavoro. Il Tribunale del Riesame aveva annullato la misura ritenendola una duplicazione di un precedente sequestro già attivo e valido per gli stessi fatti. La Suprema Corte ha confermato che non si può emettere un nuovo sequestro preventivo basandosi su mere difficoltà gestionali o finanziarie dell'azienda, poiché queste attengono alla fase esecutiva e non ai presupposti della misura (fumus e periculum). Inoltre, l'avvenuta esecuzione del primo provvedimento ha determinato la sopravvenuta carenza di interesse del ricorrente. Vince l'indagato: il secondo sequestro resta annullato.
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Dissequestro parziale: pagare le tasse con i fondi bloccati
Un'azienda subisce il sequestro dei propri conti correnti per un presunto illecito. Poiché i proventi sono comunque tassabili, l'erario richiede oltre 16 milioni di euro di imposte. L'azienda, priva di altre risorse, chiede il dissequestro parziale delle somme per pagare il debito fiscale ed evitare sanzioni. Il Tribunale rifiuta la richiesta, ma la Cassazione annulla la decisione. La Suprema Corte stabilisce che il giudice può concedere il dissequestro parziale per pagare le tasse se il blocco totale dei fondi rischia di distruggere l'attività d'impresa prima della fine del processo, violando il principio di proporzionalità. Il caso torna al Tribunale per verificare la sussistenza di questi requisiti.
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Truffa sul Superbonus: finto condominio ma il sequestro è vero
La Corte di Cassazione ha confermato il sequestro preventivo di oltre 10 milioni di euro nei confronti di un'impresa edile e di diversi privati. Gli indagati avevano costituito un condominio fittizio e stipulato contratti preliminari simulati con parenti stretti a prezzi irrisori. L'obiettivo era aggirare i limiti di legge per ottenere indebitamente i crediti d'imposta del Superbonus 110%, preclusi alle società commerciali. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibili i ricorsi, ribadendo la sussistenza della truffa sul Superbonus e del pericolo di dispersione dei beni. La presenza di un patrimonio immobiliare capiente in capo agli indagati non esclude il rischio di alienazione dei beni prima della confisca, giustificando così la misura cautelare d'urgenza.
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Prescrizione dei reati ambientali: stop ai processi cancellati
La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del Procuratore della Repubblica contro la sentenza del Tribunale di Gorizia, che aveva erroneamente dichiarato prescritti alcuni reati ambientali e l'illecito amministrativo di una società. La Suprema Corte ha chiarito che per i delitti contro l'ambiente si applica il raddoppio dei termini di prescrizione. Inoltre, per la responsabilità degli enti, la richiesta di rinvio a giudizio interrompe la prescrizione, che rimane sospesa fino alla sentenza definitiva. Di conseguenza, la Cassazione ha annullato la decisione impugnata, ordinando un nuovo giudizio davanti alla Corte d'appello di Trieste. La decisione riafferma con forza la severità delle regole sulla prescrizione dei reati ambientali e sulla responsabilità delle imprese.
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Sequestro preventivo per equivalente: stop ai crediti falsi
Un'azienda edile ha impugnato il sequestro preventivo per equivalente di oltre 11 milioni di euro, disposto in relazione al reato di indebita percezione di erogazioni pubbliche per lavori legati al Superbonus 110%. L'accusa contestava la falsa attestazione di lavori condominiali per oltre 25 milioni di euro, a fronte di interventi reali inferiori a 2,5 milioni. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso dell'azienda. I giudici hanno chiarito che i crediti d'imposta fittizi costituiscono profitto del reato e che la falsa asseverazione comporta la decadenza dall'intero beneficio fiscale. Di conseguenza, il sequestro preventivo per equivalente deve colpire l'intero importo del contributo statale indebitamente percepito, senza possibilità di scomputare i lavori eseguiti successivamente o i costi realmente sostenuti dall'impresa.
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Responsabilità amministrativa degli enti: sequestro di milioni
La Corte di Cassazione ha confermato il sequestro preventivo finalizzato alla confisca di oltre 22 milioni di euro nei confronti di un istituto di credito. L'ente era accusato di riciclaggio per aver consentito il transito di flussi finanziari illeciti provenienti da frodi fiscali e appropriazioni indebite, grazie all'operato di alcuni suoi dirigenti. La difesa sosteneva che il profitto confiscabile dovesse limitarsi alla sola commissione trattenuta dall'ente. La Suprema Corte ha invece stabilito che, trattandosi di un'attività interamente illecita volta all'occultamento di capitali, l'intero importo confluito nei conti correnti costituisce il profitto del reato. Di conseguenza, si applica la disciplina sulla responsabilità amministrativa degli enti, legittimando il sequestro dell'intera somma depositata presso la banca.
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Misure di self-cleaning: nessun effetto retroattivo negli appalti
Un'impresa si aggiudica un appalto pubblico di pulizia, ma un'azienda concorrente impugna l'aggiudicazione contestando la mancata comunicazione di indagini penali a carico dei vertici. Il Consiglio di Stato annulla l'aggiudicazione stabilendo che le misure di self-cleaning (le azioni correttive per ripristinare l'affidabilità aziendale) hanno valore solo per il futuro e non retroattivo. L'impresa vincitrice ricorre in Cassazione per eccesso di potere giurisdizionale. Nel frattempo, la stazione appaltante rivaluta l'affidabilità dell'impresa e le riassegna l'appalto. Di conseguenza, entrambe le parti concordano sulla mancanza di interesse a proseguire il giudizio. La Corte di Cassazione dichiara quindi l'inammissibilità del ricorso per sopravvenuta cessazione della materia del contendere, compensando le spese legali tra le parti.
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Conflitto di interessi del legale rappresentante: ko il ricorso
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da un amministratore, indagato per reati tributari, che aveva impugnato un sequestro preventivo. Il sequestro aveva colpito esclusivamente i beni della sua azienda. La Corte ha stabilito che l'amministratore non ha interesse a impugnare se il sequestro non tocca i suoi beni personali. Inoltre, la nomina del difensore della società effettuata dallo stesso amministratore è nulla. Esiste infatti un assoluto conflitto di interessi del legale rappresentante quando questi è indagato per il reato presupposto commesso nell'interesse dell'ente. Di conseguenza, la richiesta di riesame presentata da quel difensore è inammissibile. L'amministratore è stato condannato a pagare le spese e tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Sequestro conservativo e concordato: lo Stato non ha priorità
La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso del Pubblico Ministero contro l'annullamento del sequestro conservativo disposto sui beni di un'azienda. L'ente era stato condannato per responsabilità amministrativa legata al traffico illecito di rifiuti. Il Pubblico Ministero aveva chiesto la conversione di una somma precedentemente sequestrata in via preventiva in un sequestro conservativo, per garantire il pagamento delle sanzioni e delle spese di bonifica ambientale. Tuttavia, l'azienda era stata ammessa alla procedura di concordato preventivo. La Suprema Corte ha confermato che la pendenza di una procedura concorsuale impedisce l'adozione di un sequestro conservativo sui beni dell'impresa, poiché tale misura contrasta con il divieto di azioni esecutive e cautelari individuali, volto a tutelare la parità di trattamento di tutti i creditori. L'azienda ottiene quindi la restituzione delle somme eccedenti la confisca.
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Recesso unilaterale: il codice etico non salva il professionista
Un professionista ha impugnato il recesso unilaterale esercitato da una società committente da un contratto d'opera intellettuale a tempo indeterminato. Il professionista sosteneva che il recesso violasse il codice etico aziendale e chiedeva un risarcimento danni. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando la legittimità del recesso unilaterale. I giudici hanno chiarito che nei contratti d'opera intellettuale il recesso è libero e basato sulla natura fiduciaria del rapporto, ai sensi dell'articolo 2237 del codice civile. Inoltre, il codice etico aziendale, volto a regolare i comportamenti interni, non attribuisce autonomi diritti azionabili ai collaboratori esterni, salvo diverso accordo. Il professionista perde definitivamente la causa e deve pagare le spese di giudizio.
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Sequestro preventivo nullo se la società cambia proprietario
Un ex amministratore di una società ottiene illecitamente un finanziamento pubblico. Successivamente, cede interamente le quote societarie a un nuovo acquirente, estraneo ai fatti. Il Tribunale dispone il sequestro preventivo sui conti della società per recuperare il profitto del reato. Il nuovo proprietario si oppone, dimostrando che le somme sequestrate derivano da attività lecite successive alla cessione. La Corte di Cassazione accoglie il ricorso, stabilendo che il sequestro preventivo non può colpire i beni di una società ormai interamente controllata da un terzo estraneo al reato, in assenza di contestazioni di responsabilità amministrativa dell'ente. La Corte annulla il provvedimento senza rinvio e ordina la restituzione delle somme.
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Indebita percezione di erogazioni pubbliche: no alla truffa
Tre amministratori e tre società erano accusati di truffa aggravata per aver ottenuto indebitamente contributi statali destinati alla formazione professionale degli autotrasportatori. Gli imputati avevano rendicontato al Ministero costi superiori a quelli reali, grazie a un accordo interno che prevedeva la restituzione di parte delle somme tramite note di credito. La Corte di Cassazione ha riqualificato il fatto nel reato meno grave di indebita percezione di erogazioni pubbliche, poiché la condotta consisteva in una mera omissione informativa successiva e non in raggiri iniziali. Di conseguenza, il reato è stato dichiarato estinto per prescrizione. La Suprema Corte ha inoltre ridotto la confisca al solo profitto illecito effettivo (circa 38.000 euro) e ha annullato con rinvio la condanna delle società per carenza di motivazione sull'interesse o vantaggio dell'ente.
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Prescrizione del reato presupposto: azienda condannata
Un'azienda di demolizioni è stata condannata per responsabilità amministrativa a causa dell'attività non autorizzata di recupero e messa in riserva di rifiuti speciali compiuta dai suoi amministratori. L'azienda ha proposto ricorso in Cassazione sostenendo l'avvenuta prescrizione del reato presupposto, che avrebbe dovuto far decadere l'azione legale contro l'ente. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso, chiarendo che l'attività di messa in riserva di rifiuti non autorizzata costituisce un reato permanente. La consumazione dell'illecito si protrae infatti fino alla cessazione dell'attività abusiva o all'ottenimento dell'autorizzazione. Di conseguenza, poiché la condotta era ancora in corso al momento del controllo, il termine di prescrizione non era decorso, confermando la piena validità della contestazione e la condanna della società.
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Truffa aggravata: condanna civile anche se il reato è prescritto
La vicenda riguarda lo smaltimento di pietrisco contenente amianto e l'uso ridotto di un prodotto fissativo rispetto a quanto pattuito e contabilizzato. L'Amministratore e il Collaboratore dell'azienda sono stati condannati in sede civile, nonostante la prescrizione dei reati. La Corte di Cassazione ha confermato la loro responsabilità civile. Tuttavia, ha accolto parzialmente il ricorso dell'Azienda, annullando con rinvio la decisione sulla sua responsabilità amministrativa. La Corte d'appello dovrà rivalutare se la condotta costituisca una truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche o una truffa semplice (che escluderebbe la responsabilità dell'ente) e ricalcolare con precisione il profitto da confiscare, vietando l'uso di criteri equitativi.
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Sequestro preventivo: la prova nuova batte il precedente diniego
La Corte di Cassazione ha confermato il sequestro preventivo a carico di un'azienda indagata per responsabilità amministrativa in relazione a un'associazione a delinquere finalizzata alla truffa sui risarcimenti assicurativi. La difesa contestava la misura cautelare sostenendo la violazione del giudicato cautelare, poiché una precedente richiesta di sequestro era stata respinta. I giudici hanno invece stabilito che l'acquisizione di una nuova consulenza tecnica sulla sproporzione dei risarcimenti costituisce un valido elemento di novità (quid novi). Questo elemento consente di superare il precedente diniego e legittima l'adozione del sequestro preventivo, escludendo la violazione del principio del ne bis in idem.
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