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D.L. 119/2018

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Responsabilità del notaio: il pagamento della società lo libera
L'Agenzia delle Entrate ha richiesto all'erede di un notaio il pagamento dell'imposta di registro proporzionale per una fusione societaria degli anni Novanta. Il fisco si basava su una sentenza definitiva sfavorevole al professionista. Tuttavia, la società coinvolta aveva già interamente versato l'imposta, venendo poi rimborsata in seguito a un autonomo giudizio a lei favorevole. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso del fisco, confermando l'annullamento della cartella di pagamento. I giudici hanno chiarito che la responsabilità del notaio ha natura di garanzia dipendente. Di conseguenza, il pagamento originario effettuato dalla società ha avuto effetto liberatorio per il professionista. Il successivo rimborso ottenuto dalla società non fa rivivere il debito ormai estinto in capo al notaio o alla sua erede.
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Definizione agevolata delle liti: scontro tra fisco e azienda
Una società contribuente ha impugnato alcuni avvisi di accertamento per imposte dirette e IVA. Durante il processo, l'azienda ha richiesto la definizione agevolata delle liti per chiudere la pendenza con il fisco. Tuttavia, sono nate divergenze tra la società e l'Amministrazione Finanziaria: la prima chiedeva l'estinzione totale dei giudizi, mentre la seconda si opponeva o chiedeva un'estinzione solo parziale. La Corte di Cassazione, con un'ordinanza interlocutoria, ha deciso di riunire le cause collegate e di rinviare la discussione a una pubblica udienza. Questo rinvio serve a garantire il pieno contraddittorio tra le parti e a chiarire se sussistano i presupposti per la chiusura agevolata delle controversie.
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Estinzione del giudizio tributario: il fisco perde per inattività
L'Agenzia delle Entrate ha impugnato la decisione della Commissione Tributaria Regionale che annullava gli avvisi di accertamento emessi nei confronti dei soci di una società di persone per costi ritenuti non deducibili. Nel corso del giudizio di Cassazione, i contribuenti hanno richiesto la sospensione del processo per aderire alla definizione agevolata delle controversie tributarie. La Corte ha disposto la sospensione, ma nessuna delle parti ha provveduto alla riassunzione della causa entro il termine perentorio del 31 dicembre 2020. Di conseguenza, la Suprema Corte ha dichiarato l'estinzione del giudizio tributario. Questo determina la chiusura definitiva della lite fiscale a favore dei contribuenti, che vedono così consolidarsi l'annullamento delle pretese del fisco.
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Fisco contro socio: l’estinzione del giudizio tributario
Un contribuente, socio al 50% di una società, ha impugnato un avviso di accertamento IRPEF. Durante il processo in Cassazione, il contribuente ha chiesto la sospensione del giudizio per aderire alla definizione agevolata delle liti pendenti. La Corte ha sospeso il processo. Tuttavia, nessuna delle parti ha provveduto alla riassunzione della causa entro la scadenza del 31 dicembre 2020. Di conseguenza, la Corte di Cassazione ha applicato la legge speciale e ha dichiarato l'estinzione del giudizio tributario. Con questa decisione, il processo si chiude definitivamente a seguito della sanatoria fiscale intrapresa dal contribuente.
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Estinzione del giudizio tributario: la sanatoria chiude la lite
Una società di ristorazione ha impugnato un avviso di accertamento per imposte non pagate. Durante la causa in Cassazione, la società ha chiesto la sospensione del processo per aderire alla definizione agevolata delle liti pendenti, nota come pace fiscale. La Corte ha accolto la richiesta e ha sospeso il processo. Tuttavia, nessuna delle parti ha provveduto a riassumere la causa entro la scadenza di legge fissata al 31 dicembre 2020. Di conseguenza, la Corte di Cassazione ha dichiarato l'estinzione del giudizio tributario. Questo provvedimento comporta la chiusura definitiva della lite senza una decisione sul merito, consolidando gli effetti della sanatoria fiscale intrapresa dal contribuente.
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Estinzione del giudizio tributario: la sanatoria cancella la lite
Una contribuente, socia di una srl, impugnava un avviso di accertamento per redditi di capitale non dichiarati derivanti da operazioni inesistenti. Dopo i rigetti nei primi gradi, proponeva ricorso in Cassazione. Successivamente, la contribuente chiedeva la sospensione del processo per aderire alla definizione agevolata delle controversie (pace fiscale). La Corte sospendeva il giudizio. Poiché nessuna delle parti ha provveduto alla riassunzione della causa entro il termine perentorio del 31 dicembre 2020, la Suprema Corte ha pronunciato l'estinzione del giudizio tributario. Di conseguenza, la controversia si chiude definitivamente senza una decisione sul merito, consolidando gli effetti della sanatoria fiscale intrapresa dalla contribuente.
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Estinzione del giudizio tributario: stop alla lite sulle tasse
Un'azienda riceveva un avviso di accertamento per operazioni inesistenti. Dopo aver impugnato l'atto nei primi gradi di giudizio, l'azienda ricorreva in Cassazione. Nelle more del giudizio, la società chiedeva la sospensione del processo per aderire alla definizione agevolata delle controversie (la cosiddetta pace fiscale). La Corte accoglieva la richiesta sospendendo il processo. Poiché nessuna delle parti ha provveduto alla riassunzione della causa entro il termine perentorio del 31 dicembre 2020, la Suprema Corte ha applicato la sanzione processuale prevista dalla legge. Di conseguenza, i giudici hanno dichiarato l'estinzione del giudizio tributario, chiudendo definitivamente la lite senza entrare nel merito della contestazione iniziale.
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Estinzione del giudizio tributario: la pace fiscale salva la ditta
Una società riceve un avviso di accertamento per operazioni inesistenti e impugna l'atto. Dopo i rifiuti dei giudici di merito, la società ricorre in Cassazione. Successivamente, chiede la sospensione del processo per aderire alla definizione agevolata delle controversie tributarie. La Corte di Cassazione sospende il giudizio. Poiché nessuna delle parti ha provveduto alla riassunzione della causa entro la scadenza del 31 dicembre 2020, la Corte dichiara l'estinzione del giudizio tributario. Di conseguenza, la lite fiscale si chiude definitivamente senza una decisione sul merito, consolidando gli effetti della sanatoria intrapresa dalla società contribuente.
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Estinzione del giudizio tributario: la sanatoria chiude la lite
L'Agenzia delle Entrate ha emesso un avviso di accertamento contro un socio per un maggior reddito di capitale non dichiarato, derivante da verifiche sulla società. Il contribuente ha impugnato l'atto, ma i giudici di merito hanno respinto il ricorso. Successivamente, il contribuente ha proposto ricorso in Cassazione e ha chiesto la sospensione del processo per aderire alla definizione agevolata (la cosiddetta pace fiscale). La Corte ha sospeso il giudizio. Poiché nessuna delle parti ha riassunto la causa entro il termine perentorio del 31 dicembre 2020, la Corte di Cassazione ha dichiarato l'estinzione del giudizio tributario. Di conseguenza, il processo si chiude definitivamente senza una decisione di merito, consolidando gli effetti della sanatoria fiscale intrapresa dal contribuente.
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Percentuale di ricarico: quando la media semplice è illegittima
L'Agenzia delle Entrate ha emesso avvisi di accertamento contro una società di calzature e i suoi soci, calcolando maggiori ricavi non dichiarati. Il fisco ha applicato una percentuale di ricarico basata sulla media aritmetica semplice. I contribuenti hanno contestato questo metodo, chiedendo l'applicazione della media ponderata poiché i prodotti venduti avevano valori e volumi molto diversi, soprattutto durante i saldi. La Commissione Tributaria Regionale ha confermato la legittimità del calcolo del fisco con una motivazione sbrigativa. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso dei contribuenti, stabilendo che la scelta tra media semplice e ponderata dipende dall'omogeneità della merce. Se i beni hanno valori differenti e i più venduti hanno ricarichi bassi, si deve usare la media ponderata. La sentenza è stata cassata con rinvio.
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Definizione agevolata: la sanatoria che ferma la Cassazione
L'Agenzia delle Entrate ha proposto ricorso in Cassazione contro una sentenza favorevole al Contribuente. Quest'ultimo ha richiesto la sospensione del processo per accedere alla definizione agevolata dell'avviso di accertamento impugnato. La Corte di Cassazione, rilevando l'impossibilità di decidere senza conoscere l'esito di tale istanza, ha ordinato alle parti di documentare se la sanatoria sia andata a buon fine. Di conseguenza, i giudici hanno rinviato la causa a nuovo ruolo, fissando un termine preciso per il deposito dei documenti.
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Definizione agevolata: l’accordo cancella la lite con il Fisco
L'Azienda ha impugnato tre avvisi di accertamento per imposte non pagate, ritenuti illegittimi. L'Agenzia delle Entrate contestava la natura fittizia di alcuni contratti, stipulati solo per ottenere un indebito risparmio fiscale. Sia i giudici di primo grado che quelli di appello hanno dato ragione al fisco. Durante il giudizio davanti alla Corte di Cassazione, l'Azienda ha presentato domanda di definizione agevolata delle controversie tributarie, pagando quanto dovuto. L'ufficio tributario ha accettato la richiesta senza opporre dinieghi. Di conseguenza, l'Azienda ha rinunciato al ricorso. La Suprema Corte ha dichiarato l'estinzione del giudizio e la cessazione della materia del contendere, ponendo fine alla lite senza applicare la sanzione del doppio contributo unificato.
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Definizione agevolata: il Fisco perde la causa per il suo silenzio
L'Agenzia delle Entrate ha impugnato la decisione favorevole al contribuente riguardante avvisi di accertamento per maggiore IVA negli anni 2006 e 2007. Durante il giudizio di Cassazione, Il Contribuente ha aderito alla definizione agevolata delle liti fiscali ai sensi del decreto legge 119/2018, pagando la prima rata e depositando la documentazione. Poiché l'amministrazione finanziaria non ha notificato alcun diniego entro i termini di legge e nessuna delle parti ha richiesto la trattazione, la Corte di Cassazione ha dichiarato l'estinzione del processo per cessazione della materia del contendere. Le spese del giudizio restano a carico di chi le ha anticipate e non è dovuto il raddoppio del contributo unificato.
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Definizione agevolata: la sentenza definitiva blocca il condono
Un'azienda alberghiera ometteva di indicare un credito d'imposta nella dichiarazione dei redditi, provando poi a rimediare con una successiva dichiarazione integrativa. L'Agenzia delle Entrate contestava la tardività dell'integrazione. Dopo una decisione sfavorevole della Cassazione, l'azienda proponeva ricorso per revocazione e chiedeva la definizione agevolata della controversia. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso per revocazione e dichiarato inammissibile la richiesta di definizione agevolata. I giudici hanno chiarito che la pendenza di un ricorso per revocazione straordinaria non impedisce il passaggio in giudicato della sentenza di merito. Di conseguenza, la lite non può considerarsi pendente ai fini del condono fiscale. L'azienda perde la causa e viene condannata al pagamento delle spese processuali.
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Definizione agevolata: il medico chiude la lite contro il fisco
L'Agenzia delle Entrate ha notificato a un medico un avviso di accertamento per omessa dichiarazione di maggiori ricavi, basato su indagini finanziarie. Dopo che i giudici di merito hanno annullato l'atto impositivo, l'Ufficio ha proposto ricorso in Cassazione. Nelle more del giudizio, il contribuente ha presentato istanza di definizione agevolata ai sensi del decreto legge n. 119 del 2018, provvedendo al regolare pagamento di quanto dovuto. La Suprema Corte ha preso atto della regolarità della procedura e ha dichiarato l'estinzione del giudizio per cessazione della materia del contendere, ponendo le spese a carico di chi le ha anticipate.
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Errore revocatorio: la svista del giudice non è un errore
Il Contribuente ha proposto ricorso per la revocazione di una precedente decisione della Cassazione, che aveva dichiarato tardivo il suo ricorso tributario. Il ricorrente sosteneva la presenza di un errore di calcolo nel combinare la sospensione straordinaria per la definizione delle liti e la sospensione feriale. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che non si trattava di un mero errore di calcolo o di una svista materiale, bensì di una contestazione sull'interpretazione delle norme di legge. L'errore revocatorio presuppone infatti un errore di percezione visiva o materiale del giudice, e non può mai riguardare l'interpretazione giuridica o il giudizio espresso nella sentenza impugnata. Di conseguenza, il Contribuente ha perso la causa ed è stato condannato al pagamento delle spese processuali.
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Definizione agevolata contro pretese del fisco: vince la società
L'Agenzia delle Entrate contestava a una Società Estera la presenza di una stabile organizzazione in Italia, gestita tramite la sua controllata italiana, emettendo avvisi di accertamento per IRES e IRAP. Dopo che i giudici di merito avevano dato ragione alla società, l'ente impositore proponeva ricorso in Cassazione. Durante il giudizio di legittimità, la Società Estera e la controllata hanno presentato domanda di definizione agevolata per tutte le annualità contestate, provvedendo ai relativi pagamenti. Poiché nessuna delle parti ha richiesto la prosecuzione del giudizio entro i termini di legge e non è intervenuto alcun diniego da parte del fisco, la Corte di Cassazione ha dichiarato l'estinzione del processo. Vince il contribuente che vede chiudersi definitivamente la lite fiscale.
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Definizione agevolata: la capogruppo paga e salva la controllata
Una società controllante e una controllata avevano optato per il consolidato fiscale. L'Agenzia delle Entrate ha emesso due accertamenti: uno di primo livello sulla controllata e uno di secondo livello sulla controllante. La società controllante ha aderito alla definizione agevolata per chiudere la lite sul secondo livello. La Corte di Cassazione ha stabilito che la definizione agevolata perfezionata dalla società controllante estingue anche la causa sul primo livello riguardante la società controllata. Di conseguenza, il processo è stato dichiarato estinto.
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Definizione agevolata: così le sorelle battono il Fisco
Due sorelle vendono un terreno edificatorio ereditato. L'Agenzia delle Entrate contesta una plusvalenza non dichiarata, ritenendo il prezzo di vendita inferiore al valore di perizia. Dopo alterne vicende nei primi gradi di giudizio favorevoli alle contribuenti, la controversia giunge in Cassazione. Nel frattempo, le contribuenti presentano domanda di definizione agevolata ai sensi del Decreto Legge 119/2018 e pagano gli importi dovuti. Poiché l'amministrazione finanziaria non notifica alcun diniego entro i termini di legge e nessuna parte chiede la prosecuzione della causa, la Corte di Cassazione dichiara l'estinzione del giudizio. Le spese restano a carico di chi le ha anticipate, confermando l'efficacia della pace fiscale per chiudere definitivamente i contenziosi pendenti con il Fisco.
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Definizione agevolata: il fisco tace e la lite si estingue
Un contribuente ha impugnato un avviso di accertamento emesso dall'Amministrazione Finanziaria per violazione del termine dilatorio di sessanta giorni. Durante la pendenza del giudizio di cassazione, il contribuente ha presentato domanda di definizione agevolata della controversia. L'Amministrazione Finanziaria non ha notificato alcun diniego entro i termini di legge, né le parti hanno richiesto la trattazione della causa. La Corte di Cassazione, riuniti i ricorsi, ha dichiarato l'estinzione del giudizio principale per intervenuta definizione agevolata. Ha invece dichiarato improcedibile il ricorso incidentale contro un precedente diniego di condono, poiché il contribuente ha omesso di depositare tempestivamente l'atto in cancelleria. Le spese del giudizio estinto restano a carico di chi le ha anticipate, mentre per il ricorso improcedibile il contribuente viene condannato al pagamento delle spese in favore del fisco.
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