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Art. 646 Codice Penale — Anno 2026

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Altri anni per Art. 646 Codice Penale

Confessa l’appropriazione indebita: ricorso respinto in Cassazione
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un'imputata condannata per appropriazione indebita. La ricorrente aveva richiesto il rinvio dell'udienza a causa del decesso del proprio difensore di fiducia. I giudici hanno respinto l'istanza poiché, trattandosi di udienza camerale non partecipata, i termini per presentare memorie erano già scaduti e nessuna attività difensiva poteva essere compiuta. Nel merito, il ricorso è stato giudicato generico in quanto non contestava la ricostruzione della Corte d'Appello, fondata sulla confessione stragiudiziale dell'imputata resa a un testimone attendibile. Di conseguenza, la ricorrente è stata condannata al pagamento delle spese processuali, di una sanzione in favore della Cassa delle ammende e alla rifusione delle spese di difesa della parte civile.
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Sequestro preventivo: niente riesame se il bene è di terzi
Un indagato per appropriazione indebita e autoriciclaggio ha impugnato il sequestro preventivo di un immobile e di somme di denaro intestati a un'associazione terza. L'indagato sosteneva di avere un interesse concreto al riesame poiché l'immobile era destinato a un progetto sociale da lui ideato. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, stabilendo che per contestare il sequestro preventivo non basta un generico interesse di fatto o un progetto collaterale. È invece indispensabile dimostrare una posizione giuridica soggettiva direttamente tutelata dall'ordinamento e incisa dal vincolo. Poiché i beni appartenevano a un altro ente, l'indagato non aveva la legittimazione per agire.
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Restituzione nel termine negata se l’errore è dell’avvocato
L'Imputato ha richiesto la restituzione nel termine per impugnare una sentenza di condanna, sostenendo di non aver conosciuto la data dell'udienza a causa di un difetto di comunicazione del proprio difensore di fiducia. La Corte d'Appello ha dichiarato inammissibile la richiesta. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dell'Imputato, confermando che la restituzione nel termine richiede la prova rigorosa di un caso fortuito o di una forza maggiore. L'errore o la mancata comunicazione da parte del difensore di fiducia, presente all'udienza in cui è stato disposto il rinvio, non costituisce un errore scusabile o un evento imprevedibile esterno, bensì rientra nella sfera professionale del mandato difensivo. L'Imputato perde la causa ed è condannato al pagamento delle spese processuali.
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Sospensione della prescrizione Covid-19: quando non si applica
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso della Parte Civile contro la sentenza d'appello che aveva dichiarato prescritto il reato di appropriazione indebita contestato all'Imputato. La ricorrente lamentava il mancato calcolo dei sessantaquattro giorni di sospensione previsti dall'emergenza sanitaria. La Suprema Corte ha chiarito che la sospensione della prescrizione Covid-19 non si applica in modo automatico a tutti i processi pendenti, ma solo a quelli con udienze o scadenze fissate tra il 9 marzo e l'11 maggio 2020. Poiché nel caso specifico la prima udienza si era tenuta solo a fine 2021, la sospensione non era applicabile e il reato era già estinto. La Parte Civile è stata condannata alle spese.
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Giudice competente per misure cautelari: Tribunale contro GIP
Durante un processo per appropriazione indebita, il Pubblico Ministero ha richiesto una misura interdittiva contro L'Imputato. Il Tribunale Monocratico ha rifiutato di decidere, ritenendo che la richiesta si basasse su fatti nuovi e che spettasse al G.i.p. Quest'ultimo ha sollevato conflitto di competenza, sostenendo che l'imputazione fosse identica e che i nuovi elementi servissero solo a dimostrare il pericolo di reiterazione. La Corte di Cassazione ha risolto il conflitto stabilendo che il giudice competente per misure cautelari è il giudice che procede, ossia colui che ha la disponibilità materiale e giuridica degli atti al momento della richiesta. Di conseguenza, la competenza spetta al Tribunale Monocratico, che sta celebrando il dibattimento.
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Indebito utilizzo di carte di credito: condannata la badante
Una collaboratrice domestica ha utilizzato la carta di credito dell'anziana assistita, ricevuta solo per comprare la spesa, per effettuare prelievi e pagamenti personali non autorizzati per 421 euro. Il Tribunale l'ha condannata per il reato di indebito utilizzo di carte di credito, ma ha omesso di disporre la confisca del profitto. Il Procuratore Generale ha fatto ricorso in Cassazione. La Suprema Corte ha accolto il ricorso, stabilendo che l'uso non autorizzato della carta consegnata per scopi specifici configura l'indebito utilizzo di carte di credito e non l'appropriazione indebita, poiché l'agente ha solo la detenzione temporanea del mezzo di pagamento. Di conseguenza, la confisca del profitto è obbligatoria per legge. La Cassazione ha quindi annullato la sentenza limitatamente alla mancata confisca, rinviando al Tribunale per l'applicazione della misura.
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Appropriazione indebita: vendere l’auto altrui costa la reclusione
Il caso riguarda un uomo condannato per appropriazione indebita e falso ideologico. L'imputato aveva venduto un'autovettura di cui aveva la disponibilità materiale, ma senza il consenso e all'insaputa della legittima proprietaria. La Corte di Cassazione ha confermato la condanna, stabilendo che l'atto di vendere un bene altrui configura pienamente il reato di appropriazione indebita, in quanto rappresenta un'evidente interversione del possesso. I giudici hanno inoltre respinto i motivi di ricorso relativi al calcolo della pena, ritenendo adeguata la motivazione basata sulla gravità del fatto e sui precedenti dell'imputato. Il ricorso è stato dichiarato inammissibile, confermando la condanna a un anno e due mesi di reclusione.
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Ricorso Penale Inammissibile: Appropriazione Indebita e Limiti della Cassazione
Un Lavoratore, già condannato per appropriazione indebita (Art. 646 c.p.) con effetti civili nonostante la prescrizione del reato, ha presentato un ricorso penale alla Corte di Cassazione. Il ricorso contestava la riduzione della lista testimoniale, il travisamento della prova e la legittimità della costituzione di parte civile. La Corte ha dichiarato l'inammissibilità del ricorso penale, ritenendo le censure generiche o volte a una nuova valutazione dei fatti, preclusa in sede di legittimità. Il Lavoratore è stato condannato al pagamento delle spese processuali.
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Attendibilità persona offesa: la Cassazione conferma la condanna
Un Lavoratore ha presentato ricorso contro la sua condanna per appropriazione indebita, contestando la valutazione delle dichiarazioni della persona offesa e il mancato riconoscimento delle circostanze attenuanti generiche. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. Ha ribadito che le dichiarazioni della persona offesa possono, se credibili e dettagliate, fondare la responsabilità penale. Inoltre, la valutazione delle attenuanti rientra nella discrezionalità del giudice di merito, se adeguatamente motivata. Il Lavoratore è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Ricettazione di lieve entità: bici rubata, condanna confermata
Un soggetto, condannato per aver venduto una bicicletta elettrica rubata, ha presentato ricorso in Cassazione. Chiedeva di derubricare il reato o, in alternativa, di riconoscere la circostanza attenuante della ricettazione di lieve entità, dato il modesto valore del bene. La Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile, confermando la condanna. I giudici hanno stabilito un principio importante: il solo prezzo non elevato dell'oggetto rubato non è sufficiente per qualificare automaticamente il fatto come ricettazione di lieve entità. La valutazione del giudice deve considerare tutte le circostanze del caso concreto.
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Usa soldi aziendali e li rende: licenziamento per appropriazione indebita
La Corte di Cassazione ha confermato la legittimità di un licenziamento per appropriazione indebita a carico di una lavoratrice che aveva utilizzato per fini personali i proventi della vendita di biglietti. La dipendente si era difesa sostenendo di aver agito per necessità e con l'intenzione di restituire le somme, cosa che poi ha fatto. I giudici hanno stabilito un principio chiave: l'illecito si perfeziona nel momento stesso in cui il denaro aziendale viene usato per scopi diversi da quelli dovuti. La successiva restituzione non cancella la gravità del gesto, che rompe in modo irreparabile il rapporto di fiducia con il datore di lavoro. Di conseguenza, il licenziamento è stato ritenuto una sanzione proporzionata.
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Peculato del concessionario di giochi: incassi non versati, reato
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per peculato del concessionario di giochi nei confronti della titolare di un'attività che non aveva versato allo Stato i proventi delle macchinette. La difesa sosteneva si trattasse di un semplice inadempimento civile, coperto da assicurazione, ma i giudici hanno ribadito un principio fondamentale: il gestore di apparecchi da gioco è un 'agente contabile' e un 'incaricato di pubblico servizio'. Il denaro incassato è pubblico fin dall'origine. Trattenerlo non è un semplice debito, ma una vera e propria appropriazione di fondi pubblici, che integra il più grave reato di peculato e non quello di appropriazione indebita. La presenza di una polizza assicurativa è stata ritenuta irrilevante ai fini della responsabilità penale.
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Ricorso generico, condanna definitiva: il no della Cassazione
Un imputato, già condannato per appropriazione indebita, presenta ricorso alla Corte di Cassazione. La Corte, però, dichiara il ricorso inammissibile per genericità. I giudici hanno stabilito che l'imputato si è limitato a ripetere le stesse argomentazioni già presentate e respinte in appello, senza muovere una critica specifica e argomentata alla sentenza precedente. Questo comportamento equivale a una richiesta di rivalutare i fatti, compito che non spetta alla Cassazione. Di conseguenza, il ricorso è stato respinto, la condanna è diventata definitiva e l'imputato è stato condannato a pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
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Appropriazione indebita noleggio: Bici non restituite, condanna certa
Un uomo viene condannato per appropriazione indebita noleggio per non aver restituito delle biciclette. Ricorre in Cassazione sostenendo di non aver avuto l'intenzione di tenerle per sé e chiedendo una pena più mite. La Corte Suprema dichiara il ricorso inammissibile e conferma la condanna. I giudici stabiliscono che la mancata restituzione volontaria di un bene noleggiato dimostra l'intenzione di appropriarsene. Inoltre, i precedenti penali dell'uomo e il valore non trascurabile delle biciclette hanno giustificato il rifiuto di concedere sconti di pena. La condanna è quindi definitiva.
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Documenti non restituiti: è appropriazione indebita aggravata
La Corte di Cassazione conferma la condanna per appropriazione indebita aggravata a carico di un professionista. L'uomo aveva ricevuto da un cliente la documentazione necessaria per un recupero crediti, ma si era rifiutato di restituirla. Secondo i giudici, il rifiuto di restituire i documenti ricevuti per un incarico professionale non è un semplice inadempimento civile, ma un vero e proprio reato. Questo comportamento, infatti, supera i limiti del possesso legittimo e manifesta la volontà di agire come proprietario dei beni altrui. L'abuso del rapporto professionale costituisce un'aggravante. Il ricorso del professionista è stato dichiarato inammissibile.
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Bene in leasing non restituito: condanna penale ma danno da provare
La Corte di Cassazione ha analizzato un caso di mancata restituzione di un bene in leasing. Un utilizzatore, dopo la risoluzione del contratto, non aveva riconsegnato il bene alla società proprietaria. La Corte ha confermato la sua condanna per il reato di appropriazione indebita, stabilendo che trattenere il bene equivale a un'azione proprietaria illecita. Tuttavia, ha annullato la parte della sentenza che liquidava il risarcimento del danno per 'obsolescenza' del bene. I giudici hanno chiarito che tale danno non è automatico: la società di leasing avrebbe dovuto chiederlo specificamente e provarne l'esistenza e l'ammontare, cosa che non era avvenuta. Di conseguenza, la condanna penale resta valida, ma la questione del risarcimento dovrà essere discussa davanti a un giudice civile.
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Sequestro preventivo di 100mila euro: la moglie vince, Procura no
La Corte di Cassazione ha confermato l'annullamento di un sequestro preventivo di oltre 100.000 euro, trovati nell'abitazione di una coppia. Il marito era indagato per appropriazione indebita, ma i giudici hanno stabilito che la Procura non ha fornito prove sufficienti di un legame diretto tra quella somma e il presunto reato. La sproporzione tra il denaro e il profitto del reato, unita all'impossibilità di procedere con una confisca 'per equivalente' per quel tipo di illecito, ha reso il sequestro illegittimo. La decisione finale ha quindi dato ragione alla moglie, terza interessata, che si era opposta al provvedimento, con la conseguente restituzione del denaro.
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Appropriazione indebita: incassa per un cliente ma non paga
Una società di recupero crediti non riversava al proprio cliente, un'azienda di servizi pubblici, le somme incassate dagli utenti morosi. I suoi legali rappresentanti sono stati condannati per appropriazione indebita. In Cassazione, hanno sostenuto che la querela fosse tardiva e di aver agito per salvare la propria azienda dal dissesto finanziario. La Suprema Corte ha respinto il ricorso, stabilendo un principio fondamentale: il termine per la querela decorre non dal semplice sospetto, ma dalla conoscenza certa del reato. Tale certezza si è avuta solo dopo il mancato pagamento seguito alle diffide formali. La crisi aziendale non è stata considerata una giustificazione valida. La condanna è diventata definitiva.
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Finge di vendere casa alla moglie: è sottrazione fraudolenta
Un debitore, per evitare di pagare una somma dovuta alla cognata a seguito di una condanna, stipula con la moglie due contratti preliminari di vendita consecutivi per i suoi unici immobili. Questo meccanismo, pur senza un trasferimento di proprietà definitivo, era finalizzato a proteggere i beni. La Corte di Cassazione ha stabilito che questa condotta integra il reato di sottrazione fraudolenta al pagamento. Secondo i giudici, anche un atto che non trasferisce la proprietà, come un preliminare trascritto, è punibile se compiuto con il chiaro scopo di eludere gli obblighi imposti da una sentenza. Di conseguenza, la precedente assoluzione è stata annullata e il caso dovrà essere riesaminato.
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Appropriazione indebita: amministratore condannato, la difesa fallisce
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per appropriazione indebita di un'amministratrice di condominio, accusata di aver sottratto denaro e documenti. La difesa sosteneva che il reato fosse prescritto, ma i giudici hanno respinto questa tesi. La Corte ha stabilito un principio chiaro: chi invoca la prescrizione per la prima volta in Cassazione deve fornire prove inconfutabili sul momento esatto in cui il reato è iniziato. Inoltre, spetta sempre all'amministratore dimostrare la legittimità delle spese e dei movimenti di denaro. La condanna è stata annullata solo per le accuse relative a un condominio che aveva ritirato la querela. Per il resto, l'amministratrice è stata ritenuta colpevole.
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