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Art. 640-ter Codice Penale — Anno 2026

Altri anni per Art. 640-ter Codice Penale

Frode informatica: conto aperto un mese prima e ricorso respinto
L'Imputato è stato condannato per il reato di frode informatica dopo aver incamerato proventi illeciti su un conto bancario aperto appena un mese prima dell'operazione fraudolenta. L'uomo ha proposto ricorso per Cassazione contestando la sussistenza della propria colpevolezza e la mancata concessione delle attenuanti generiche nella misura massima. I giudici di legittimità hanno respinto l'impugnazione dichiarandola inammissibile. Il ricorso conteneva infatti motivi generici e ripeteva in modo pedissequo le medesime censure già respinte nel grado precedente, senza muovere alcuna critica precisa alla decisione impugnata. La Corte ha confermato la condanna dell'Imputato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Patteggiamento e sospensione condizionale tra refuso e comando
Un'imputata patteggia una condanna per frode informatica e accessi abusivi, ottenendo la sospensione della pena senza vincoli aggiuntivi. Tuttavia, il giudice inserisce per sbaglio nella motivazione l'obbligo di svolgere quaranta ore di lavori di pubblica utilità, parlando al maschile di un beneficio già fruito. La difesa impugna la pronuncia lamentando l'alterazione del patto processuale. La Corte di Cassazione dichiara il ricorso inammissibile: nel binomio tra patteggiamento e sospensione condizionale, il dispositivo prevale sempre sulla spiegazione testuale quando quest'ultima contiene un banale errore di scrittura. I giudici di legittimità eliminano direttamente la frase errata dal testo e confermano la sentenza conforme all'accordo originale, escludendo sanzioni pecuniarie per l'imputata a causa dell'equivocità del provvedimento.
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Sequestro preventivo: neghi la somma ma perdi il ricorso
La polizia ha perquisito il negozio di parrucchiere intestato alla madre di un indagato per frodi informatiche. Sotto una botola del pavimento, gli agenti hanno trovato oltre 150.000 euro in contanti sigillati sottovuoto. Il giudice ha quindi disposto il sequestro preventivo del denaro, finalizzato alla confisca del profitto illecito. L'indagato ha contestato il sequestro sostenendo l'illegittimità della perquisizione in locali commerciali altrui e negando la titolarità della somma. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso dell'indagato. L'eventuale vizio della perquisizione non rende nullo il vincolo su cose che costituiscono corpo di reato. Inoltre, negando la proprietà del denaro e la disponibilità del locale, l'indagato non possiede alcun interesse concreto e attuale a contestare la misura cautelare, poiché dal suo eventuale annullamento non trarrebbe alcuna utilità personale.
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Frode informatica e associazione per delinquere: carcere confermato
La Corte di Cassazione ha confermato la custodia cautelare in carcere per un indagato accusato di frode informatica e associazione per delinquere con l'aggravante dell'agevolazione mafiosa. La difesa sosteneva l'esistenza di un semplice accordo occasionale limitato a poche settimane, privo di stabilità organizzativa, nonché l'assenza di vantaggi economici per il clan malavitoso. I giudici hanno invece accertato una solida struttura con ripartizione dei compiti per condurre attacchi seriali tramite carte di credito clonate, codici rubati e prelievi coordinati. La Suprema Corte ha respinto il ricorso: l'operatività anche per breve tempo e l'interesse personale al profitto non escludono il vincolo associativo né l'aggravante mafiosa, confermando l'attualità delle esigenze cautelari.
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Aggravante dell’agevolazione mafiosa: no al dolo per parentela
Un indagato finisce in custodia cautelare in carcere con l'accusa di organizzare un gruppo dedito a truffe informatiche e phishing. L'accusa gli contesta l'aggravante dell'agevolazione mafiosa a causa della parentela del fratello con esponenti di spicco della camorra locale. Il Tribunale del Riesame conferma la misura detentiva, presumendo la finalità mafiosa dai legami familiari. La Corte di Cassazione accoglie parzialmente il ricorso dell'indagato. I giudici di legittimità stabiliscono che l'aggravante dell'agevolazione mafiosa non può derivare da meri rapporti di parentela né da semplici sospetti. Serve la prova rigorosa della consapevolezza effettiva del complice di favorire il clan. La Suprema Corte annulla quindi l'ordinanza con rinvio per una nuova valutazione sui singoli reati fine e sulla sussistenza della circostanza aggravante.
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Frode informatica: condannato il titolare della carta
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per frode informatica a carico del titolare di una carta prepagata su cui sono confluiti i proventi di un furto digitale. La vittima, ingannata al telefono, aveva disinstallato la propria applicazione bancaria per ostacolare il controllo delle operazioni, mentre i criminali svuotavano il conto tramite home banking. La difesa sosteneva la totale estraneità del titolare della carta e l'assenza di perizie tecniche sull'intrusione. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso: l'intestatario della carta ricevente, in assenza di denunce di furto o smarrimento della tessera e di spiegazioni alternative lecite, si presume beneficiario consapevole e complice del delitto.
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Frode informatica: niente tenuità né pene sostitutive
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna a un anno di reclusione e 900 euro di multa a carico di un soggetto responsabile di accesso abusivo a sistema informatico e frode informatica. L'imputato aveva incassato sul proprio conto corrente un bonifico di 4.200 euro, frutto di una complessa operazione telematica illecita. La difesa ha richiesto l'assoluzione per particolare tenuità del fatto e, in subordine, la concessione di una pena sostitutiva. I giudici hanno respinto ogni richiesta, dichiarando il ricorso inammissibile. L'entità del danno economico, l'organizzazione professionale della truffa e la presenza di precedenti penali impediscono l'applicazione di qualsiasi beneficio penale o misura alternativa.
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Nullità notifica rinvio udienza: il processo va rifatto
L'Imputato subisce una condanna per il reato di frode informatica. Nel corso del procedimento di primo grado, verificatosi durante l'emergenza sanitaria, il giudice dispone un rinvio fuori udienza. La comunicazione della nuova data viene inviata unicamente via PEC al difensore d'ufficio e non notificata di persona all'Imputato presso il domicilio eletto. I giudici di merito considerano l'irregolarità sanata dall'assenza di eccezioni immediate. La Corte di Cassazione accoglie il ricorso della difesa, ravvisando la **Nullità notifica rinvio udienza**. In assenza di un avvocato di fiducia, la mancata notifica personale impedisce la conoscenza del processo. Di conseguenza, la Suprema Corte annulla entrambe le sentenze di condanna e dispone la celebrazione di un nuovo giudizio.
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Competenza territoriale per rinvio pregiudiziale: no a quesiti esplorativi
Il Giudice dell'udienza preliminare ha sospeso un processo per ricettazione e truffa informatica legate a bonifici sospetti e ha chiesto alla Corte di Cassazione di determinare la competenza territoriale per rinvio pregiudiziale. Diversi imputati avevano infatti eccepito l'incompetenza del Tribunale in forza del criterio della residenza. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile la richiesta. I giudici di legittimità hanno chiarito che il rinvio non può avere natura meramente esplorativa. Il giudice che interpella la Cassazione deve svolgere una preventiva analisi, motivare la propria posizione e chiarire lo stato dei fatti e dei procedimenti connessi. In assenza di tale motivazione, gli atti devono ritornare al Tribunale procedente.
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Frode informatica: ricorso inammissibile e condanna definitiva
L'Imputato ha proposto ricorso in Cassazione contro la sentenza di condanna per il reato di frode informatica. La difesa ha sostenuto l'assenza dell'elemento soggettivo del reato e il travisamento delle prove raccolte. La Corte di Cassazione ha esaminato i motivi di impugnazione, ritenendoli non accoglibili. Il primo motivo tendeva a richiedere una non consentita rilettura dei fatti già adeguatamente analizzati nei precedenti gradi di giudizio. Il secondo motivo è risultato generico per mancata specificazione degli errori attribuiti alla sentenza impugnata. Di conseguenza, la Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso. L'Imputato è stato condannato al pagamento delle spese processuali e al versamento di tremila euro alla Cassa delle Ammende, confermando la responsabilità penale.
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Compatibilità tra recidiva e continuazione nella condanna penale
L'Imputato viene condannato per il reato di frode informatica. Successivamente, la difesa propone ricorso in Cassazione sostenendo l'illegittimità del calcolo della pena. Secondo il ricorso, la Corte di Appello ha sbagliato ad applicare contemporaneamente la recidiva e la continuazione dei reati, ritenendoli istituti incompatibili. La Corte di Cassazione respinge l'impugnazione e dichiara la piena compatibilità tra recidiva e continuazione. I giudici spiegano che i due istituti perseguono finalità diverse: la recidiva sanziona la maggiore pericolosità di chi reitera i reati, mentre il reato continuato unifica le pene per reati commessi con il medesimo disegno criminoso. Pertanto, la Suprema Corte conferma la condanna e addebita all'Imputato le spese del procedimento.
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Inammissibilità dell’appello annullata se la condanna non ha basi
L'Imputato subisce una condanna in primo grado per il reato di frode informatica. La sentenza di condanna risulta tuttavia priva di una vera motivazione, limitandosi a citare in modo astratto la diversa fattispecie di truffa semplice senza valutare le prove raccolte. L'Imputato propone ricorso, ma la Corte di Appello dichiara la inammissibilità dell'appello ritenendo i motivi di impugnazione troppo generici. La Corte di Cassazione accoglie il ricorso della difesa e ribalta la pronuncia di secondo grado. I giudici supremi chiariscono che l'onere di specificità delle contestazioni è direttamente proporzionale alla chiarezza della decisione impugnata. Se la condanna iniziale non motiva i fatti, il cittadino non può formulare critiche dettagliate. Di conseguenza, la Cassazione annulla l'ordinanza impugnata e impone un nuovo giudizio di merito.
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Sequestro preventivo: annullato il blocco se mancano le indagini
Il Pubblico Ministero ha proposto ricorso in Cassazione contro l'annullamento di un sequestro preventivo emesso a carico di un indagato per reati di truffa ed estorsione online. L'accusa sosteneva che il Tribunale del Riesame avrebbe dovuto rideterminare la quota di profitto di ciascun partecipante anziché cancellare del tutto la misura cautelare. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso del Pubblico Ministero. I giudici hanno chiarito che il sequestro preventivo non può essere applicato o ripartito arbitrariamente se l'accusa non ha ricostruito i reali flussi di denaro o dimostrato l'impossibilità di calcolare il profitto singolo. Non spetta al giudice svolgere le indagini mancate. L'annullamento del blocco dei beni dell'indagato resta pertanto del tutto confermato.
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Frode informatica: il conto corrente tradisce l’imputato
L'Imputato è stato condannato per il reato di frode informatica in quanto il profitto dell'illecito telematico è stato accreditato direttamente sul conto corrente a lui intestato. L'Imputato ha proposto ricorso in Cassazione contestando la valutazione della prova e il mancato riconoscimento delle circostanze attenuanti generiche. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che ripetere le difese già respinte in appello è inammissibile e che la titolarità del conto ricevente prova la responsabilità della frode informatica. Inoltre, il diniego delle attenuanti è legittimo in presenza di un fatto grave e privo di elementi favorevoli. L'Imputato è stato condannato al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Frode informatica: conto e credenziali incastrano il colpevole
Un uomo subisce una condanna per il reato di frode informatica e per accesso abusivo a sistema informatico. L'Imputato ha utilizzato le credenziali bancarie di una persona per trasferire oltre diciannovemila euro sul proprio conto corrente. La difesa sostiene che la contestazione dell'aggravante dell'identità digitale non sia valida e che l'accredito sul conto non basti a dimostrare la responsabilità. La Corte di Cassazione respinge il ricorso. I giudici precisano che l'uso abusivo dei codici di accesso configura il furto di identità digitale anche senza la formalizzazione dell'aggravante, se i fatti sono descritti chiaramente nell'imputazione. Inoltre, chi riceve il denaro derivante dall'illecito risponde del reato, a meno che non provi fatti contrari e specifici. L'Imputato perde definitivamente il ricorso e deve pagare le spese processuali.
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Ricezione di bonifici illeciti e frode informatica: la condanna
Due soggetti hanno ricevuto sui propri conti correnti bancari somme sottratte illecitamente dal profilo di pagamento telematico di una società vittima. Gli imputati hanno subito trasferito e prelevato il denaro, azzerando i saldi per impedire il recupero dei fondi. I difensori hanno sostenuto l'estraneità all'intrusione telematica e chiesto di escludere il reato di frode informatica, ipotizzando una diversa imputazione o eccependo l'incompetenza del tribunale giudicante. La Corte di Cassazione ha rigettato integralmente i ricorsi, confermando la condanna penale. I giudici hanno chiarito che mettere a disposizione il conto corrente e svuotare tempestivamente il saldo dimostra la piena partecipazione alla frode informatica, rendendo irrilevante l'assenza di prove sull'accesso materiale al sistema telematico.
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Frode informatica: conto aperto in giornata costa la condanna
La vicenda riguarda un individuo assolto in primo grado per insufficienza di prove dall'accusa di frode informatica. I giudici di appello hanno successivamente ribaltato la decisione, condannando l'imputato a sei mesi di reclusione e seicento euro di multa. La condanna poggia sul fatto che l'uomo ha aperto il conto corrente postale nello stesso giorno in cui è transitata la somma sottratta illecitamente alla vittima mediante phishing. L'imputato ha proposto ricorso per cassazione lamentando l'assenza di prove dirette sulla sua partecipazione materiale alla truffa e la mancata concessione dei benefici di legge. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile: la perfetta coincidenza temporale tra l'attivazione del conto e l'operazione illecita dimostra il pieno concorso criminoso, mentre la presenza di precedenti penali preclude una nuova sospensione condizionale della pena.
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Frode informatica: conto usato e prelievi portano alla condanna
Un soggetto viene condannato per il reato di frode informatica dopo aver ricevuto cospicue somme di denaro, pari a circa 88.000 euro, su strumenti di pagamento e conti correnti a lui intestati. I soldi derivavano da truffe telematiche ai danni di ignari cittadini. L'imputato aveva subito svuotato i conti prelevando il contante. La difesa sostiene l'estraneità dell'uomo al reato principale per mancanza di collegamenti con gli indirizzi IP e con le vittime. La Corte di Cassazione dichiara il ricorso inammissibile. La Suprema Corte stabilisce che chi mette a disposizione i propri conti e preleva immediatamente il provento risponde di concorso nella frode informatica. Spetta al titolare del conto dimostrare l'eventuale estraneità ai fatti. L'imputato deve pagare le spese e una sanzione di tremila euro.
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Indebito utilizzo di carte di credito: niente frode sul web
Un imputato ha acquistato sul web codici clonati di due strumenti prepagati intestati a terzi. L'uomo ha usato questi dati per pagare soggiorni in hotel e ordinare merce online. I giudici di merito lo hanno condannato per il reato continuato di indebito utilizzo di carte di credito. La difesa ha presentato ricorso in Cassazione. Il legale chiedeva di qualificare il fatto come frode informatica e invocava la particolare tenuità della condotta. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno confermato la condanna a un anno e dieci mesi di reclusione e 1.200 euro di multa, escludendo manipolazioni dei sistemi bancari e rilevando un danno economico rilevante per le persone offese.
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Frode informatica: conto prestato e condanna penale
La vicenda nasce dall'accesso abusivo al conto corrente telematico della vittima da parte di ignoti malfattori. L'Imputata ha fornito il proprio conto personale per consentire l'accredito immediato del denaro sottratto. I giudici di merito hanno quindi condannato la donna per il delitto di frode informatica in concorso. La donna ha presentato ricorso in Cassazione lamentando l'errata valutazione delle prove e il mancato riconoscimento delle attenuanti generiche. La Suprema Corte ha confermato la penale responsabilità. Il prestito del conto corrente rende il soggetto complice dell'illecito telematico. I giudici hanno dichiarato inammissibile il ricorso e condannato l'Imputata al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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