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Art. 605 Codice Penale — Anno 2023

Altri anni per Art. 605 Codice Penale

Attenuanti generiche negate: quando l’astio blocca lo sconto di pena
Tre imputati, condannati per rapina, sequestro di persona, minacce e lesioni in concorso, hanno proposto ricorso per Cassazione contestando il mancato riconoscimento della prevalenza delle attenuanti generiche sulle aggravanti e l'eccessivit"a della pena. La Corte di Cassazione ha dichiarato i ricorsi inammissibili. I giudici di merito avevano correttamente bilanciato le circostanze, escludendo la prevalenza delle attenuanti generiche a causa del perdurante astio mostrato da uno dei condannati verso la vittima. La Cassazione ha ribadito che la valutazione del trattamento sanzionatorio spetta ai giudici di merito e non pu"o essere ridiscussa in sede di legittimit"a se adeguatamente motivata. Di conseguenza, i ricorrenti sono stati condannati al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Sequestro di persona: la fuga della vittima conferma la condanna
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un uomo condannato per diversi reati, tra cui il sequestro di persona e l'estorsione. L'imputato aveva costretto una vittima a salire in auto, colpendola e spingendola a lanciarsi dal mezzo in movimento, e aveva estorto il passaggio di proprietà di un veicolo a un'altra persona. La difesa contestava la ricostruzione dei fatti e l'applicazione della pena. La Suprema Corte ha stabilito che, in presenza di una doppia decisione conforme dei giudici di merito, non è possibile richiedere una nuova valutazione delle prove in sede di legittimità. Inoltre, l'inammissibilità del ricorso principale impedisce di far valere la mancanza di querela introdotta dalle recenti riforme per alcuni reati minori. L'imputato è stato condannato al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Rapina pluriaggravata: la condanna resta anche dopo il perdono
Il caso riguarda un uomo condannato per sequestro di persona e rapina pluriaggravata commessi insieme a un complice ai danni di due giovani. I colpevoli avevano costretto le vittime a un lungo viaggio notturno sotto minaccia di armi e finte affiliazioni mafiose, derubandole. La Corte di Cassazione ha dichiarato estinto il reato di sequestro di persona perché le vittime hanno ritirato la querela (remissione), possibilità introdotta dalla recente riforma Cartabia. Tuttavia, i giudici hanno confermato la condanna per rapina pluriaggravata. È stato respinto l'argomento dello stato di necessità sollevato dal complice, poiché quest'ultimo aveva partecipato attivamente e inseguito le vittime in fuga. Negata anche l'attenuante del danno lieve, poiché la rapina lede non solo il patrimonio ma anche la libertà e l'integrità morale delle persone.
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Associazione di stampo mafioso: Rimini non salva il clan
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per diversi esponenti di un gruppo criminale operante a Rimini, ritenuto una cellula autonoma delocalizzata di un noto clan camorristico napoletano. Gli imputati erano accusati di gravi reati, tra cui sequestro di persona, lesioni aggravate, estorsione e associazione di stampo mafioso. La difesa contestava l'applicabilità del reato associativo fuori dal territorio d'origine e l'uso di fonti confidenziali per avviare le intercettazioni. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibili tutti i ricorsi, stabilendo che per configurare l'associazione di stampo mafioso in contesti delocalizzati basta che la cellula esteriorizzi una forza intimidatrice effettiva e attuale, capace di assoggettare le vittime. Di conseguenza, i ricorrenti restano condannati e dovranno pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
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Rapina pluriaggravata: l’impronta digitale cancella ogni dubbio
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna a nove anni di reclusione per l'Imputato, ritenuto colpevole dei reati di sequestro di persona e rapina pluriaggravata. La difesa contestava l'identificazione basata sulla descrizione di un tatuaggio e la mancata audizione del proprio consulente tecnico. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno evidenziato che l'identificazione poggia su elementi solidi: la perfetta corrispondenza dei tratti fisici, la presenza del tatuaggio descritto dalla vittima e, soprattutto, il rinvenimento di un'impronta digitale sul veicolo sottratto con ben 22 punti di corrispondenza. La mancata audizione del consulente è stata legittimamente compensata dall'acquisizione della sua relazione scritta e da una perizia d'ufficio che ha confermato l'identità dell'impronta.
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Remissione di querela: cancellati sequestro e lesioni
Un uomo, condannato in appello per rapina, lesioni personali e sequestro di persona, ha proposto ricorso in Cassazione. Durante il procedimento, la persona offesa ha presentato la remissione di querela per i reati di lesioni e sequestro di persona, formalmente accettata dalla difesa dell'imputato. La Suprema Corte ha accolto parzialmente il ricorso, disponendo l'annullamento senza rinvio della condanna limitatamente a questi due reati, ormai estinti proprio grazie alla remissione di querela. Di conseguenza, i giudici hanno eliminato la relativa pena di quattro mesi di reclusione e quattrocento euro di multa. Il resto del ricorso, riguardante il reato di rapina, è stato invece dichiarato inammissibile poiché basato su motivi generici e di merito. L'imputato è stato condannato al pagamento delle spese processuali.
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Custodia in carcere: la Cassazione blinda la misura
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da un indagato contro la conferma della custodia in carcere. L'uomo, accusato di sequestro di persona e lesioni aggravate, chiedeva la revoca o la sostituzione della misura cautelare, contestando la sussistenza dei gravi indizi di colpevolezza e l'attualità delle esigenze cautelari. La Suprema Corte ha chiarito che il ricorso per cassazione in materia di libertà personale non può mirare a una diversa ricostruzione dei fatti o a una nuova valutazione delle prove, compiti esclusivi del giudice di merito. Di conseguenza, l'ordinanza del Tribunale del Riesame è stata confermata, mantenendo la misura restrittiva e condannando il ricorrente al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Procedibilità a querela: la parte civile ferma il ricorso
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un uomo condannato per sequestro di persona. La difesa lamentava la mancata notifica alla vittima dell'avviso per esercitare il diritto di querela, a seguito delle riforme che hanno introdotto la procedibilità a querela per tale reato. La Suprema Corte ha chiarito che l'avviso non è necessario se la persona offesa ha già espresso chiaramente la volontà di punire il colpevole. Nel caso specifico, la vittima si era già costituita parte civile nel processo, mantenendo tale posizione nei successivi gradi di giudizio. Di conseguenza, la volontà di procedere era già palese, rendendo superfluo l'avviso. L'imputato è stato condannato al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Rivolta e sequestro dell’agente: sì alla custodia cautelare
Durante una violenta rivolta in un istituto penitenziario, un detenuto aggrediva un agente di polizia penitenziaria, lo sequestrava in un ufficio e gli sottraeva le chiavi per fuggire insieme ad altri ristretti. Il Tribunale del Riesame disponeva la custodia cautelare in carcere per i reati di devastazione aggravata e sequestro di persona. Il detenuto ricorreva in Cassazione, sostenendo di aver voluto solo evadere e di non aver partecipato alle successive devastazioni. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso, confermando la custodia cautelare in carcere. I giudici hanno stabilito che l'azione del detenuto era parte di un piano coordinato e violento, e che il pericolo di reiterazione del reato rimane concreto e attuale, escludendo che la successiva cattura all'esterno, dovuta al blocco della polizia, potesse dimostrare un ravvedimento spontaneo.
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Diversa qualificazione giuridica: reato abrogato, condanna valida
Il Condannato ha chiesto la revoca della condanna per il reato abrogato di ratto a fine di libidine. La Corte di Appello ha respinto la richiesta, riqualificando il fatto come sequestro di persona. Il Condannato ha fatto ricorso in Cassazione lamentando la violazione del diritto di difesa a causa della diversa qualificazione giuridica del fatto senza un preventivo dibattito. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che il passaggio da una norma speciale abrogata a una generale ancora vigente non lede il diritto al contraddittorio se il nucleo del fatto storico rimane identico e prevedibile per la difesa. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Procedibilità a querela: il ricorso nullo blocca i benefici
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da un uomo condannato per rapina, lesioni e sequestro di persona. L'imputato contestava la ricostruzione dei fatti in modo generico. Nel frattempo, una riforma legislativa ha introdotto la procedibilità a querela per alcuni dei reati contestati. La Suprema Corte ha stabilito che questa novità non equivale a una cancellazione del reato (abolitio criminis) e non può sanare un ricorso già nullo in partenza. Di conseguenza, l'inammissibilità del ricorso impedisce al giudice di applicare la nuova norma favorevole, poiché il processo non si considera più legalmente pendente. L'imputato perde la causa e deve pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
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Sequestro di persona: condanna annullata per mancanza di querela
L'Imputato era stato condannato per il reato di sequestro di persona e porto abusivo di armi per aver trattenuto con la forza e sotto minaccia di una pistola due persone in una camera d'albergo. La Corte di Cassazione ha annullato senza rinvio la condanna per il reato di sequestro di persona. A seguito della Riforma Cartabia, infatti, tale fattispecie è diventata procedibile solo dietro querela di parte. Poiché le vittime non avevano presentato alcuna formale querela, l'azione penale non poteva essere proseguita. La Suprema Corte ha inoltre stabilito che il risarcimento del danno, utile per ottenere un'attenuante, deve essere valutato autonomamente per ciascun reato anche in caso di continuazione, e che la riparazione è tempestiva se avviene prima dell'ammissione al rito abbreviato. La sentenza è stata annullata con rinvio limitatamente al calcolo della pena e alle attenuanti.
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Pericolo di reiterazione del reato: carcere anche se già detenuto
Durante una violenta rivolta carceraria scoppiata nel 2020 a causa delle restrizioni per la pandemia, Il Detenuto partecipava attivamente al sequestro di un agente e alla devastazione della struttura. Il Tribunale del Riesame disponeva la custodia in carcere, ritenendo sussistente il pericolo di reiterazione del reato. Il Detenuto proponeva ricorso in Cassazione, contestando l'ammissibilità dell'appello del Pubblico Ministero e l'attualità delle esigenze cautelari, sostenendo che la rivolta fosse un evento eccezionale e irripetibile. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno confermato che la gravità dei fatti, la personalità violenta del soggetto e i suoi precedenti penali giustificano la misura cautelare. L'emergenza sanitaria non scusa la violenza, e il pericolo di reiterazione del reato rimane concreto anche se il soggetto è già detenuto per altra causa.
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Concorso in omicidio volontario: condanna per l’adescatore
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un uomo condannato a quindici anni e quattro mesi di reclusione per concorso in omicidio volontario e sequestro di persona. L'imputato contestava la gravità della pena, ritenendo il proprio ruolo marginale. I giudici hanno invece confermato che la sua condotta, consistente nell'adescamento della vittima, è stata decisiva per la realizzazione del delitto, giustificando così una sanzione elevata. Il ricorrente è stato inoltre condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Remissione tacita di querela: l’acconto non cancella la condanna
Gli Imputati sono stati condannati per tentato furto in abitazione e tentato sequestro di persona, avendo chiuso a chiave la vittima in casa. La difesa ha sostenuto che il reato di sequestro fosse estinto per remissione tacita di querela, a seguito della riforma Cartabia che ha reso il reato procedibile a querela. A sostegno di ciò, ha presentato una quietanza di pagamento parziale firmata dalla vittima e la sua mancata costituzione come parte civile. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che una semplice ricevuta di acconto non prova la volontà di perdonare i colpevoli. Inoltre, non partecipare al processo civile non equivale a rinunciare alla punizione penale. Di conseguenza, la condanna a quattro anni di reclusione è stata confermata.
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Sequestro di persona: ricorso generico e condanna definitiva
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cittadino condannato per il reato di sequestro di persona. L'imputato sosteneva di essere stato coinvolto nel fatto in modo del tutto occasionale e fortuito da parte di terzi. Tuttavia, i giudici di legittimità hanno rilevato che i motivi del ricorso erano privi della necessaria specificità. Il ricorrente, infatti, non ha contestato in modo mirato le argomentazioni della sentenza d'appello relative alla dinamica del sequestro di persona. Di conseguenza, la Suprema Corte ha respinto il ricorso, condannando l'uomo al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria a favore della Cassa delle ammende.
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Custodia cautelare in carcere: confermata la cella per sequestro
La Corte di Cassazione ha confermato la custodia cautelare in carcere per un uomo accusato di sequestro di persona aggravato. L'indagato, insieme a quattro complici, aveva costretto la vittima a salire su un'auto sotto minaccia di morte per sottrargli il cellulare, in un contesto legato al traffico di droga. La difesa chiedeva gli arresti domiciliari con braccialetto elettronico, contestando l'attendibilità della vittima. La Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile, ribadendo che la valutazione delle prove spetta ai giudici di merito e non alla legittimità. Di conseguenza, l'indagato resta in carcere e deve pagare le spese processuali e una sanzione di tremila euro.
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Sequestro di persona e rapina: la fuga costa la doppia condanna
Tre malviventi hanno rapinato un'anziana donna in casa, chiudendola poi a chiave nella camera da letto per facilitare la loro fuga. La vittima è stata liberata solo grazie all'intervento dei Carabinieri. I giudici di merito hanno condannato i colpevoli per concorso di reati. La Corte di Cassazione ha confermato la decisione, dichiarando inammissibili i ricorsi. La Corte ha stabilito che si configura il reato di sequestro di persona e rapina in concorso quando la privazione della libertà personale supera il tempo strettamente necessario alla consumazione del furto. Inoltre, tutti i complici rispondono di entrambi i reati in concorso ordinario, avendo previsto e accettato il rischio di dover immobilizzare la vittima per portare a termine il piano criminoso.
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Rescissione del giudicato: negata la riapertura del processo
Il Condannato, condannato a dodici anni di reclusione per vari reati, ha richiesto la rescissione del giudicato sostenendo di non aver avuto conoscenza del processo a suo carico. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che la rescissione del giudicato è un rimedio straordinario, utilizzabile solo se l'imputato non ha potuto difendersi per una incolpevole mancata conoscenza del processo. Nel caso specifico, il Condannato aveva già sollevato la questione dell'assenza durante il processo di primo grado e in appello. Poiché la Corte d'Appello aveva rigettato l'eccezione e la difesa non aveva proposto il ricorso ordinario in Cassazione nei termini, la sentenza è diventata definitiva. Di conseguenza, il Condannato non può usare lo strumento straordinario per rimediare alla mancata presentazione del ricorso ordinario.
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Covid e Rivolta: il Pericolo di Reiterazione del Reato
Durante la pandemia, un detenuto partecipa attivamente a una violenta rivolta in carcere, sequestrando agenti e devastando la struttura. Il Tribunale dispone la custodia in carcere per il concreto pericolo di reiterazione del reato, evidenziando la sua personalità aggressiva e i numerosi precedenti penali. Il detenuto fa ricorso sostenendo che la rivolta fosse un evento unico legato al panico da Covid-19. La Corte di Cassazione dichiara il ricorso inammissibile. La Suprema Corte conferma che l'emergenza sanitaria non giustifica la violenza né esclude la pericolosità del soggetto. Il pericolo di reiterazione del reato è concreto e attuale, data l'incapacità di autocontrollo dell'uomo e la sua refrattarietà alle regole. Di conseguenza, il detenuto resta in carcere e viene condannato a pagare le spese e una sanzione pecuniaria.
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