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Art. 605 Codice Penale — Anno 2022

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Altri anni per Art. 605 Codice Penale

Sequestro di persona: la gelosia non scusa la prigionia
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per il reato di sequestro di persona ai danni di un uomo, accusato anche di minaccia e porto ingiustificato di armi. L'Imputato, spinto dalla gelosia per una presunta relazione della moglie con la vittima, si era recato presso l'azienda di quest'ultima armato di una pistola giocattolo senza tappo rosso e di un paio di forbici. La difesa sosteneva che la breve durata della limitazione della libertà e la possibilità di movimento concessa alla vittima configurassero solo il reato minore di violenza privata. I giudici hanno respinto la tesi, stabilendo che anche una limitazione temporanea della libertà personale integra il sequestro di persona. L'Imputato è stato condannato definitivamente al pagamento delle spese processuali.
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Sequestro di persona a scopo di estorsione: riscatto o minaccia
Quattro soggetti sono stati condannati per aver costretto la vittima, sotto minaccia e bloccandola in un magazzino per circa quindici minuti, a firmare documenti di cessione d'azienda e debiti. I giudici di merito avevano qualificato il fatto come sequestro di persona a scopo di estorsione. La Corte di Cassazione ha accolto parzialmente i ricorsi, annullando la sentenza con rinvio. La Suprema Corte ha stabilito che, data la brevissima durata del trattenimento e la mancanza di un vero e proprio scambio tra il pagamento del prezzo e la liberazione della vittima, il fatto potrebbe non integrare il grave reato di sequestro di persona a scopo di estorsione, ma configurare una semplice estorsione unita a sequestro di persona comune. I ricorrenti ottengono così un nuovo giudizio che potrebbe ridurre notevolmente le loro pene.
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Valutazione della prova indiziaria: condannata la domestica
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di una collaboratrice domestica condannata per rapina pluriaggravata, sequestro di persona e porto abusivo d'armi. La donna aveva fornito ai complici informazioni decisive, come l'esatta collocazione di ventimila euro nascosti in una specifica scatola di scarpe e la disattivazione dell'allarme. La difesa contestava la valutazione della prova indiziaria operata dai giudici di merito. La Suprema Corte ha ribadito che il ricorso per cassazione non può tradursi in una generica richiesta di rivalutazione dei fatti se la motivazione della sentenza impugnata è logica e coerente. Di conseguenza, la condanna è stata confermata e la ricorrente è stata condannata al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Custodia cautelare in carcere: negati i domiciliari inidonei
Il Tribunale di Roma ha confermato la custodia cautelare in carcere per un indagato accusato di sequestro di persona e tentata estorsione. L'indagato ha fatto ricorso in Cassazione, ritenendo inadeguata la motivazione che escludeva gli arresti domiciliari. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno evidenziato una grave escalation criminosa, l'uso di armi e la presenza di complici non identificati. Inoltre, le dimore proposte per i domiciliari erano del tutto inidonee: una coincideva con il luogo del sequestro e l'altra era vicina agli uffici della vittima. Di conseguenza, la custodia cautelare in carcere è l'unica misura idonea a prevenire il pericolo di recidiva, rendendo insufficiente anche il braccialetto elettronico.
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Reato continuato o stile di vita criminale? Il verdetto
L'Imputato, condannato per i reati di rapina e sequestro di persona, ha proposto ricorso in Cassazione lamentando la mancata applicazione dell'istituto del reato continuato con altre condanne precedenti. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che l'accertamento dell'unicità del disegno criminoso spetta esclusivamente al giudice di merito. Nel caso specifico, la Corte d'Appello ha legittimamente escluso il reato continuato, evidenziando che i diversi reati non derivavano da un unico piano preventivo, ma rappresentavano una scelta di vita dedita al crimine. Di conseguenza, l'Imputato è stato condannato al pagamento delle spese processuali e al versamento di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Sequestro di persona: condannato anche senza porta chiusa
L'Imputato, insieme a dei complici, ha compiuto diverse rapine a mano armata in studi medici, costringendo medici e pazienti a rimanere chiusi nei bagni durante la fuga. La difesa sosteneva che la breve permanenza nei bagni non chiusi a chiave escludesse il reato di sequestro di persona, ritenendolo assorbito nella rapina. La Corte di Cassazione ha invece dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che il reato di sequestro di persona si configura anche senza una porta chiusa a chiave, purché la vittima sia indotta a non allontanarsi per il fondato timore di subire violenze o ritorsioni. L'Imputato è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Rinnovazione dell’istruzione dibattimentale: condanna in appello
Due imputati, condannati in appello per rapine e sequestro di persona, ricorrono in Cassazione. La Suprema Corte accoglie parzialmente i ricorsi e dichiara prescritti i reati di sequestro di persona. Inoltre, affronta il tema della rinnovazione dell'istruzione dibattimentale: la condanna in appello che ribalta un'assoluzione richiede una motivazione rafforzata o la riaudizione dei testimoni decisivi. Per uno degli imputati, la condanna per un episodio di rapina viene annullata con rinvio poiché il testimone chiave non aveva confermato il riconoscimento in dibattimento e il giudice d'appello non ha rinnovato la prova. Nel resto, i ricorsi sono inammissibili e le altre condanne diventano definitive.
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Prescrizione del reato: via il sequestro, resta l’estorsione
La Corte di Cassazione ha affrontato il caso di due imputati condannati in appello per sequestro di persona, lesioni personali e tentata estorsione. La difesa ha eccepito la prescrizione del reato per le prime due contestazioni. I giudici di legittimità hanno accolto questo motivo, rilevando che i termini di prescrizione per le lesioni e il sequestro erano già maturati prima della sentenza d'appello, rispettivamente nel 2016 e nel 2018. Di conseguenza, la Cassazione ha annullato senza rinvio la condanna per questi due reati per intervenuta prescrizione del reato. La condanna per tentata estorsione è stata invece confermata, con una conseguente rideterminazione al ribasso della pena finale a due anni e quattro mesi di reclusione e tremila euro di multa per ciascun imputato.
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Sequestro di persona: finta sedia a rotelle e condanna finale
Due uomini hanno attirato un conoscente in un'abitazione con l'inganno. Una volta dentro, lo hanno rinchiuso sbarrando porte e finestre per circa un'ora, colpendolo selvaggiamente con calci, pugni e una mazza da baseball. La vittima ha riportato gravi fratture difensive. La Corte di Cassazione ha confermato la condanna a tre anni e sei mesi di reclusione per i reati di lesioni personali gravi e sequestro di persona. I giudici hanno chiarito che il sequestro di persona si configura anche se la vittima entra spontaneamente nell'edificio, purché la successiva privazione della libertà duri per un tempo apprezzabile. Inoltre, la reazione violenta e pianificata esclude l'attenuante della provocazione per infedeltà coniugale. I ricorsi degli aggressori sono stati dichiarati inammissibili, confermando la loro piena colpevolezza e l'obbligo di risarcire i danni.
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Sequestro di persona in caserma: condannati i militari infedeli
Due militari delle forze dell'ordine, d'accordo con un candidato alla guida di un ordine religioso, hanno trattenuto in caserma due sacerdoti per impedire loro di votare alle elezioni interne. La Corte di Cassazione ha confermato la condanna dei due militari per il reato di sequestro di persona, escludendo la tesi difensiva che invocava la più lieve violenza privata. I giudici hanno ritenuto che la minaccia di un arresto fittizio abbia privato le vittime della libertà di movimento per ore. Al contempo, la Corte ha dichiarato inutilizzabili le intercettazioni telefoniche provenienti da un altro procedimento per mancanza di connessione investigativa diretta, annullando con rinvio la condanna del candidato istigatore e l'accusa di corruzione per i militari, ordinando un nuovo processo d'appello su questi specifici punti.
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Reato di rapina: la sottrazione di chiavi e cellulare costa caro
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un uomo condannato per sequestro di persona e reato di rapina. L'imputato aveva immobilizzato la vittima per sottrarle il cellulare e le chiavi di casa della zia, dove poi era entrato per rubare denaro. La difesa chiedeva di riqualificare il fatto in violenza privata, sostenendo l'assenza di un fine di profitto patrimoniale diretto. I giudici hanno respinto la tesi, confermando che la sottrazione del telefono e delle chiavi configura pienamente il reato di rapina, avendo causato un danno economico immediato alla vittima. Inoltre, la gravità della condotta impedisce la concessione delle attenuanti generiche, anche in presenza di incensuratezza. L'imputato è stato condannato anche al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Misure cautelari personali: il rapinatore non evita il carcere
La Corte di Cassazione ha confermato l'applicazione delle misure cautelari personali della custodia in carcere nei confronti di un uomo accusato di rapina aggravata e sequestro di persona ai danni di un autotrasportatore. L'indagato, identificato come il conducente dell'auto che seguiva il tir rapinato, aveva contestato la gravità degli indizi e sostenuto che il sequestro fosse assorbito nella rapina. I giudici hanno chiarito che il sequestro di persona è autonomo se la vittima viene privata della libertà oltre il tempo strettamente necessario alla rapina (nel caso specifico, rinchiusa nel bagagliaio di un furgone). La Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile, confermando il carcere a causa della pericolosità del soggetto e dei suoi numerosi precedenti penali.
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Travisamento della prova: quando la Cassazione blinda la condanna
Quattro imputati sono stati condannati per i reati di rapina aggravata e sequestro di persona. Gli stessi hanno proposto ricorso per Cassazione contestando la ricostruzione dei fatti, l'utilizzo di intercettazioni provenienti da un altro procedimento e il diniego delle attenuanti generiche. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibili tutti i ricorsi. I giudici hanno chiarito che il vizio di travisamento della prova è deducibile solo se il giudice usa una prova inesistente o ne altera il senso oggettivo, mentre è vietato chiedere una rivalutazione del fatto storico. Inoltre, il mancato deposito dei verbali delle intercettazioni in un diverso procedimento non ne comporta l'inutilizzabilità. I ricorrenti sono stati condannati anche al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Ricorso contro patteggiamento: l’accordo non si può contestare
Un uomo si è introdotto con la forza nell'abitazione di una donna, minacciandola e ferendola con un coltello, impedendole di uscire e rubandole i documenti d'identità. Dopo aver concordato la pena tramite patteggiamento, l'imputato ha presentato ricorso in Cassazione lamentando la mancata valutazione delle cause di proscioglimento. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso contro patteggiamento. I giudici hanno chiarito che, dopo la riforma del 2017, i motivi per impugnare una sentenza di patteggiamento sono estremamente limitati e non è possibile contestare il vizio di motivazione sulla mancata assoluzione immediata. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Rapina in casa e sequestro di persona: la condanna raddoppia
Un uomo ha compiuto una rapina in un'abitazione e, dopo aver sottratto i beni, ha legato le vittime con nastro adesivo chiudendole in una stanza per assicurarsi la fuga. La Corte di Cassazione ha confermato la condanna sia per rapina aggravata sia per il reato di sequestro di persona. I giudici hanno chiarito che il sequestro di persona non viene assorbito dalla rapina se la privazione della libertà delle vittime continua anche dopo che il furto è stato completato, ad esempio per agevolare la fuga dei colpevoli. Di conseguenza, il ricorso del condannato è stato dichiarato inammissibile, confermando la responsabilità per entrambi i reati e condannandolo al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Sequestro di persona e rapina: la libertà apparente non salva
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un indagato per una rapina a mano armata in un supermercato. La difesa contestava la sussistenza del concorso tra i reati di sequestro di persona e rapina, sostenendo che le vittime avessero una parziale libertà di movimento. Inoltre, eccepiva l'inutilizzabilità del tracciamento GPS senza autorizzazione del giudice. La Suprema Corte ha chiarito che il reato di sequestro di persona e rapina possono coesistere se la privazione della libertà dura più del tempo strettamente necessario alla rapina. Ha inoltre stabilito che il tracciamento GPS è un pedinamento tecnologico che non richiede l'autorizzazione del giudice. Il ricorrente resta in custodia cautelare in carcere e viene condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Sequestro di persona o rapina? La Cassazione riduce la pena
Tre imputati erano stati condannati per rapina aggravata e sequestro di persona ai danni di un autotrasportatore, costretto a rimanere nel bagagliaio di un'auto per consentire la fuga dei rapinatori. La Corte di Cassazione ha stabilito che il reato di sequestro di persona deve ritenersi assorbito in quello di rapina aggravata, poiché la privazione della libertà è stata limitata al tempo strettamente necessario per assicurare la fuga e la consumazione del furto del mezzo. Di conseguenza, la Suprema Corte ha annullato senza rinvio la condanna per sequestro di persona per tutti gli imputati. Inoltre, ha annullato con rinvio le condanne per rapina di due dei ricorrenti, ritenendo insufficienti gli indizi telefonici raccolti a loro carico per dimostrare il loro effettivo ruolo materiale o di concorso morale nel reato.
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