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Art. 600 Codice Penale — Sezione Prima Penale

Altri anni per Art. 600 Codice Penale

Riduzione in schiavitù e prostituzione: condanna definitiva
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna a sedici anni di reclusione per un'imputata accusata di tratta, violenza sessuale, riduzione in schiavitù e prostituzione forzata di una giovane donna straniera. La vittima era arrivata in Italia con la falsa promessa di poter studiare, ma era stata assoggettata mediante riti intimidatori e costretta a prostituirsi per ripagare un debito fittizio di 35.000 euro. La condannata gestiva le violenze persino mentre si trovava agli arresti domiciliari per reati analoghi. La difesa ha tentato di screditare la giovane testimone e di sostenere l'impossibilità di commettere i reati durante la misura cautelare. I giudici hanno dichiarato il ricorso inammissibile: le dichiarazioni della persona offesa sono coerenti, dettagliate e riscontrate da prove certe, mentre i motivi del ricorso erano generici.
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Espulsione come sanzione alternativa: negata per i reati gravi
Il Tribunale di Sorveglianza ha negato a un detenuto straniero, condannato per riduzione in schiavitù commessa nel 1996, l'accesso alla misura dell'espulsione come sanzione alternativa. Il detenuto ha fatto ricorso in Cassazione, sostenendo che l'inserimento del reato tra quelli ostativi, avvenuto nel 2003, non potesse applicarsi retroattivamente al suo caso. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso. I giudici hanno chiarito che l'espulsione come sanzione alternativa ha natura prettamente amministrativa e non rieducativa. Di conseguenza, non si applicano i limiti di retroattività tipici delle sanzioni penali e delle misure alternative penitenziarie. Inoltre, nel 1996 la misura non esisteva ancora, escludendo qualsiasi legittimo affidamento del condannato.
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Riduzione in schiavitù: condannati i finti aiuti ai migranti
Tre imputati sono stati condannati per tratta di persone, riduzione in schiavitù, sfruttamento della prostituzione ed estorsione. Due sorelle straniere erano state reclutate e condotte in Italia, soggiogate con riti tribali e costrette a prostituirsi sotto minaccia di un falso debito di viaggio di venticinquemila euro. Mentre il reclutatore le controllava e minacciava, una coppia di connazionali le ospitava e ne incassava i proventi. La Corte di Cassazione ha rigettato i ricorsi dei tre imputati, confermando le condanne inflitte nei gradi precedenti con pene tra i dodici e i quindici anni di reclusione. La Corte ha ribadito che il reato di riduzione in schiavitù si configura anche senza la totale privazione della libertà, essendo sufficiente una grave compromissione della capacità di autodeterminazione della vittima, accentuata dalla vulnerabilità culturale e dall'uso di minacce esoteriche.
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Reati ostativi: Cassazione su art. 4-bis Ord. pen.
La Corte di Cassazione ha annullato l'ordinanza di un Tribunale di Sorveglianza che negava una misura alternativa alla detenzione. Il tribunale aveva erroneamente applicato i più severi requisiti previsti per i reati ostativi a un condannato per associazione a delinquere semplice e reati in materia di immigrazione non aggravati. La Suprema Corte ha chiarito che tali requisiti si applicano solo a un elenco tassativo di delitti, escludendo quelli per cui il ricorrente era stato condannato, e ha rinviato il caso per un nuovo esame.
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Revisione della condanna: quando la prova non è nuova
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile la richiesta di revisione della condanna presentata da un uomo condannato per gravi reati. La richiesta si basava su dichiarazioni della moglie rese in un altro procedimento, ma la Corte ha stabilito che tale prova non era né "nuova", in quanto già nota, né "decisiva", poiché la condanna originale poggiava su una pluralità di altre prove schiaccianti.
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Competenza funzionale appello: il caso del 416-bis
Un soggetto, condannato per associazione di tipo mafioso, ha contestato in Cassazione la competenza della Corte d'appello a giudicarlo, sostenendo che spettasse alla Corte d'assise d'appello. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso, affermando un principio chiave sulla competenza funzionale appello: questa si determina in base al reato oggetto del nuovo giudizio. Poiché il processo era regredito solo per il reato associativo, la competenza era correttamente radicata presso la Corte d'appello ordinaria e non quella d'assise.
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