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Art. 589 Codice di Procedura Penale — Anno 2026

Altri anni per Art. 589 Codice di Procedura Penale

Rinuncia al ricorso cautelare e condanna alle spese
Un indagato sottoposto agli arresti domiciliari ha impugnato il provvedimento davanti alla Corte di Cassazione, contestando le esigenze cautelari. Prima della discussione, il ricorrente ha depositato formale atto di rinuncia, chiedendo di non pagare le spese di giustizia perché il giudice per le indagini preliminari aveva nel frattempo alleggerito la restrizione. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile l'impugnazione. I giudici hanno chiarito che la rinuncia al ricorso cautelare dopo una mera sostituzione della misura non equivale alla revoca totale. Poiché la misura meno grave presuppone che il pericolo persista, la rinuncia configura una parziale soccombenza. L'indagato ha quindi subito la condanna al pagamento delle spese processuali e al versamento di una sanzione di cinquecento euro alla Cassa delle ammende.
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Concordato in appello: patteggiata la pena, stop a nuovi sconti
Un imputato ha concordato la propria pena in secondo grado tramite l'istituto del concordato in appello. Successivamente, ha proposto ricorso per cassazione lamentando che i giudici non gli avevano concesso la massima riduzione per le circostanze attenuanti generiche e avevano motivato in modo insufficiente il calcolo della pena. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che l'accordo sulla pena vincola le parti ed esclude successive contestazioni sui singoli passaggi di calcolo o sull'entità degli sconti sanzionatori, a meno che la pena finale non risulti palesemente illegale. L'imputato è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione in favore della Cassa delle ammende.
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Rinuncia al ricorso per cassazione: stop al giudizio e sanzione
L'Imputato presenta ricorso contro la sentenza della Corte di Appello contestando vizi nella motivazione sulla sua responsabilità. Prima della discussione, il difensore comunica il sopravvenuto disinteresse e deposita la dichiarazione di rinuncia al ricorso per cassazione. La Suprema Corte prende atto dell'atto difensivo e dichiara il ricorso inammissibile. Il Collegio non esamina il merito della condanna precedente. I giudici applicano le norme del codice di rito e condannano il ricorrente al rimborso delle spese processuali. L'Imputato deve inoltre versare la somma di cinquecento euro in favore della Cassa delle ammende per aver attivato e poi interrotto il giudizio.
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Rinuncia al ricorso per cassazione: processo chiuso con sanzione
Un imputato in custodia cautelare in carcere chiedeva gli arresti domiciliari, evidenziando il lavoro svolto e un accordo sulla pena. Dopo il rigetto dell'appello cautelare, presentava ricorso alla Suprema Corte. Pochi giorni prima dell'udienza, il difensore munito di apposita procura depositava la rinuncia al ricorso per cassazione. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile l'impugnazione e ha condannato l'imputato alle spese del giudizio e a una sanzione di cinquecento euro alla Cassa delle ammende.
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Rinuncia al ricorso per cassazione: zero spese senza soccombenza
Un indagato sottoposto agli arresti domiciliari per reati tributari e associazione per delinquere presenta impugnazione davanti ai giudici di legittimità. Nel corso del giudizio, il giudice sostituisce la restrizione domestica con il semplice obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria. Venuto meno l'interesse a contestare la custodia in casa, l'indagato deposita formale rinuncia al ricorso per cassazione. La Suprema Corte dichiara inammissibile l'impugnazione per sopravvenuta carenza di interesse. I giudici stabiliscono inoltre che l'indagato non deve versare le spese processuali né la sanzione economica alla Cassa delle ammende, poiché la perdita di utilità del giudizio non deriva da sua colpa e non costituisce una soccombenza.
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Sopravvenuta carenza di interesse: stop a spese e sanzioni
Il Tribunale di sorveglianza revocava la semilibertà a una persona condannata e respingeva la sua richiesta di affidamento terapeutico. Il difensore proponeva quindi ricorso davanti alla Corte di Cassazione per contestare tale diniego. Durante il giudizio di legittimità, il condannato otteneva però la detenzione domiciliare presso una comunità terapeutica per proseguire le cure. L'interessato presentava formale atto di rinuncia all'impugnazione. La Suprema Corte dichiarava l'inammissibilità dell'atto per sopravvenuta carenza di interesse. I giudici escludevano qualsiasi addebito economico a carico del ricorrente. Chi rinuncia a un ricorso per un evento esterno favorevole non è soccombente. Per questo motivo, la Corte non applicava la condanna alle spese processuali e negava la sanzione in favore della Cassa delle ammende.
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Rinuncia al ricorso per cassazione: condanna e sanzione
Un uomo condannato per due episodi di furto aggravato ha presentato impugnazione dinanzi alla Corte Suprema. Successivamente, durante la detenzione in carcere, ha scelto di depositare una formale rinuncia all'impugnazione. La Suprema Corte ha preso atto della scelta del condannato e ha dichiarato l'inammissibilità dell'impugnazione. La rinuncia al ricorso per cassazione comporta conseguenze economiche dirette per chi la presenta. I giudici hanno quindi condannato l'imputato a pagare integralmente le spese del procedimento e a versare cinquecento euro a favore della Cassa delle ammende.
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Concordato in appello: patto violato e ricorso bocciato
L'imputato ha pattuito con la Procura Generale una rideterminazione della pena tramite la procedura di concordato in appello, rinunciando contestualmente agli altri motivi del giudizio. La Corte territoriale ha recepito integralmente l'accordo, fissando la condanna concordata. Successivamente, l'imputato ha proposto ricorso per cassazione, sostenendo un errato calcolo dell'aggravante mafiosa all'interno del patto. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile con procedura semplificata. I giudici hanno accertato la perfetta corrispondenza tra quanto verbalizzato durante l'accordo e il contenuto della sentenza emessa. Di conseguenza, l'imputato perde il ricorso e subisce la condanna al pagamento delle spese di giudizio, oltre a una sanzione di tremila euro in favore della Cassa delle ammende.
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Rinuncia al ricorso per estradizione: sanzione e consegna
La Corte di appello autorizza la consegna all'estero di un soggetto per scontare una condanna legata a lesioni personali dolose. La difesa impugna il verdetto dinanzi alla Corte di Cassazione per bloccare il trasferimento. In un momento successivo, il difensore munito di specifica delega presenta una formale rinuncia al ricorso per estradizione e all'opposizione originaria. I giudici di legittimità dichiarano quindi inammissibile l'impugnazione senza ulteriori formalità. L'abbandono della procedura comporta l'ordine definitivo di consegna alle autorità straniere e la condanna del ricorrente alle spese processuali, oltre al versamento di una sanzione economica alla Cassa delle ammende per aver attivato inutilmente la macchina giudiziaria.
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Concordato in appello: senza accordo la richiesta non basta
Un uomo agli arresti domiciliari viene fermato in scooter senza patente e dichiara ai militari un anno di nascita falso. Condannato per evasione e falsa attestazione, il difensore propone tramite PEC al procuratore generale un concordato in appello prima dell'udienza. La pubblica accusa ignora l'istanza e la Corte di Appello conferma la condanna ordinaria. L'imputato ricorre per Cassazione lamentando la violazione del diritto di difesa e la mancata considerazione del concordato quale indice di pentimento. La Suprema Corte dichiara inammissibile il ricorso: il concordato in appello richiede un accordo effettivo e bilaterale formalizzato nei termini di legge, non bastando una proposta unilaterale priva dell'assenso del pubblico ministero. L'imputato perde la causa e deve pagare le spese legali e la sanzione pecuniaria.
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Rinuncia ai motivi di appello: niente ricorso in Cassazione
L'Imputato ha presentato ricorso per cassazione per contestare il calcolo della pena base e l'aumento per la continuazione dei reati. Tuttavia, durante il precedente giudizio di secondo grado, la difesa aveva formalizzato la rinuncia ai motivi di appello relativi a questi aspetti, concentrando le proprie difese esclusivamente sul riconoscimento delle attenuanti generiche e sull'esclusione della recidiva. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso del tutto inammissibile. I giudici hanno chiarito che la rinuncia ai motivi di appello determina il passaggio in giudicato dei punti abbandonati della sentenza. Di conseguenza, il condannato non può contestare davanti alla Suprema Corte questioni a cui ha precedentemente rinunciato. La decisione comporta la conferma definitiva della condanna, l'obbligo di pagare le spese processuali e il versamento di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Rinuncia al ricorso per cassazione: processo chiuso ma sanzione
L'indagato si trovava sottoposto alla misura cautelare della custodia in carcere. Il Tribunale del riesame confermava il provvedimento restrittivo. Contro questa decisione, il difensore dell'indagato proponeva impugnazione davanti ai giudici di legittimità per violazione di legge e difetto di motivazione. Prima della discussione in udienza, il difensore, munito di procura speciale, depositava un formale atto di rinuncia. La Corte di Cassazione ha dichiarato l'inammissibilità dell'impugnazione. I giudici hanno stabilito che la rinuncia al ricorso per cassazione comporta automaticamente la condanna alle spese di giustizia. Inoltre, poiché l'interessato non ha dimostrato una causa esterna o incolpevole che giustificasse l'abbandono dell'azione, la Corte ha condannato il ricorrente a versare la somma di tremila euro in favore della Cassa delle ammende.
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Rinuncia al ricorso per cassazione: stop al giudizio e condanna
L'Imputato, condannato nei gradi precedenti di giudizio, presentava impugnazione dinanzi alla Corte Suprema. Poco prima della decisione, il difensore munito di apposita procura speciale depositava l'atto formale di rinuncia al ricorso per cassazione. I giudici hanno preso atto della volontà difensiva e hanno dichiarato inammissibile l'impugnazione. La Suprema Corte ha applicato i principi costituzionali in materia di spese di giustizia: la volontaria dismissione dell'azione costituisce una condotta imputabile a colpa della parte. Di conseguenza, il collegio ha condannato l'imputato al pagamento integrale delle spese del procedimento e al versamento di una somma pari a cinquecento euro a favore della Cassa delle ammende.
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Rinuncia al ricorso per cassazione: inammissibilità e spese
Un indiziato di tentato omicidio e reati sulle armi, sottoposto a custodia cautelare in carcere, ha impugnato l'ordinanza del Tribunale del Riesame. Successivamente, tramite il proprio difensore munito di procura speciale, ha presentato una formale rinuncia al ricorso per cassazione. La Suprema Corte ha verificato il rispetto dei requisiti di legge e ha dichiarato l'inammissibilità dell'impugnazione. A seguito della rinuncia, il collegio giudicante ha condannato l'imputato al pagamento delle spese processuali e al versamento di cinquecento euro in favore della Cassa delle Ammende, confermando in via definitiva la misura cautelare precedentemente disposta.
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Custodia cautelare in carcere: no alla revisione dei fatti
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso contro la custodia cautelare in carcere applicata a un indagato per associazione finalizzata al traffico di sostanze stupefacenti. La difesa sosteneva il ruolo marginale dell'indagato e la mancanza di prove sui singoli episodi di cessione. La Suprema Corte ha chiarito che nel giudizio di legittimità non è possibile richiedere una nuova valutazione dei fatti già esaminati dai giudici di merito. Gli elementi raccolti hanno confermato la stabilità del rapporto di fornitura di hashish, caratterizzato da transazioni di ingente valore e forniture cicliche. I giudici hanno inoltre rilevato l'invalidità della rinuncia all'impugnazione presentata dal difensore privo di procura speciale. L'indagato rimane in custodia cautelare in carcere e deve pagare le spese processuali.
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Rinuncia all’impugnazione: ricorso inammissibile e spese
L'Imputato, sottoposto a custodia cautelare in carcere per i reati di tentato omicidio e porto d'armi, ha proposto ricorso per cassazione contro la conferma della misura del Tribunale del riesame. Successivamente, prima dell'udienza, il difensore dell'imputato ha depositato formale atto di rinuncia all'impugnazione, munito di procura speciale. La Corte di Cassazione ha preso atto della volontà di ritirare il ricorso e ne ha dichiarato l'inammissibilità. La rinuncia all'impugnazione è un atto irrevocabile che blocca il riesame del merito e della legittimità della misura cautelare. A causa di questa decisione formale, la Suprema Corte ha condannato l'Imputato al pagamento delle spese del procedimento e al versamento di una somma di cinquecento euro alla Cassa delle Ammende.
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Rinunzia al ricorso per cassazione: le conseguenze economiche
Un cittadino sottoposto a misura cautelare richiede la modifica del trattamento restrittivo. Dopo il diniego del Giudice per le Indagini Preliminari e il successivo rigetto dell'appello da parte del Tribunale del Riesame, l'interessato presenta impugnazione davanti alla Corte di Cassazione. Successivamente, la persona rinuncia espressamente all'impugnazione presentata. La Suprema Corte dichiara quindi l'inammissibilità dell'azione giudiziaria. La decisione scaturisce direttamente dall'atto di rinunzia al ricorso per cassazione notificato dall'interessato. A causa dell'arresto del procedimento generato dalla volontà della parte, i giudici condannano il ricorrente al pagamento delle spese processuali e al versamento di una sanzione di cinquecento euro in favore della Cassa delle Ammende.
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Concordato in appello: l’accordo sulla pena blocca il ricorso
L'Imputato ha concordato la pena in secondo grado per i reati di ricettazione e detenzione illecita di stupefacenti. Attraverso lo strumento del concordato in appello, la difesa ha rinunciato a contestare la responsabilità penale, concentrandosi unicamente sulla riduzione della sanzione. Successivamente, l'Imputato ha proposto ricorso in Cassazione lamentando la mancanza di motivazione sul mancato proscioglimento. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che l'accordo limita l'oggetto del giudizio. Il giudice d'appello non deve spiegare perché non proscioglie se le parti hanno raggiunto un patto sulla pena. L'Imputato perde la possibilità di sollevare ulteriori censure sulla colpevolezza. Di conseguenza, la Suprema Corte ha confermato la sanzione e ha condannato l'Imputato alle spese e al pagamento di tremila euro alla Cassa delle ammiende.
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Rinuncia al ricorso per cassazione: resta il carcere e scatta la sanzione
Un indagato per detenzione di sostanze stupefacenti impugnava l'ordinanza del Tribunale del riesame che aveva confermato la custodia cautelare in carcere al posto degli arresti domiciliari. La difesa contestava la valutazione dei giudici sul pericolo di recidiva e sull'inidoneità dell'abitazione per la misura domiciliare. Tuttavia, prima della discussione della causa davanti alla Suprema Corte, il difensore munito di specifica procura depositava formale atto di rinuncia. La Corte di Cassazione ha dichiarato l'inammissibilità dell'impugnazione per sopravvenuta rinuncia al ricorso per cassazione. Di conseguenza, il ricorrente resta in carcere ed è stato condannato al pagamento delle spese processuali, oltre a una sanzione di tremila euro in favore della Cassa delle ammende.
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Rinuncia al ricorso per cassazione: stop all’esame della misura
Un imprenditore agricolo, sottoposto agli arresti domiciliari con l'accusa di associazione per delinquere finalizzata all'immigrazione clandestina tramite 132 false richieste di assunzione, ha impugnato la misura cautelare. Nelle more del giudizio di legittimità, la difesa ha trovato un accordo con la pubblica accusa per un patteggiamento e ha presentato formale rinuncia al ricorso per cassazione sottoscritta dall'indagato e dai difensori. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile a causa dell'intervenuta rinuncia e ha condannato il ricorrente alle spese processuali e al pagamento di una somma ridotta in favore della Cassa delle ammende.
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