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Art. 493-ter Codice Penale — Sezione Settima Penale

Altri anni per Art. 493-ter Codice Penale

Indebito utilizzo di carte di pagamento: condanna anche senza certezza
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna di un'imputata per il reato di indebito utilizzo di carte di pagamento presso uno sportello bancario. La difesa contestava la perizia antropometrica basata sui filmati della videosorveglianza, sostenendo che l'esame tecnico avesse accertato una semplice compatibilità e non una certezza assoluta dell'identità. Inoltre, la difesa chiedeva la concessione delle attenuanti generiche e contestava la recidiva. I giudici hanno dichiarato il ricorso inammissibile. La Corte ha stabilito che la piena compatibilità fisica riscontrata dal perito è sufficiente a fondare il libero convincimento del magistrato. I giudici hanno inoltre negato qualsiasi sconto di pena a causa dei numerosi precedenti penali contro il patrimonio e della totale assenza di risarcimento del danno.
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Indebito utilizzo di carta di credito: reato anche se bloccata
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna di due imputati per distinti reati. Il primo imputato rispondeva di indebito utilizzo di carta di credito per avere selezionato merce all'interno di un negozio insieme al complice, mentre l'operazione di pagamento falliva per il blocco della tessera disposto dalla vittima. La difesa sosteneva la tesi del semplice tentativo e lamentava il mancato riconoscimento delle pene sostitutive. Il secondo imputato contestava la riqualificazione colposa dell'agevolazione alla sottrazione di beni sequestrati, avendo spostato su strada pubblica un veicolo sottoposto a custodia. I giudici supremi hanno chiarito che il reato legato alla carta si consuma all'atto dell'uso non autorizzato, a prescindere dal buon fine del pagamento. Entrambi i ricorsi sono stati dichiarati inammissibili con condanna alle spese e alla Cassa delle ammende.
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Testimonianza della persona offesa e condanna senza prove terze
I giudici hanno condannato una persona per ricettazione e indebito utilizzo di una carta di pagamento altrui. L'imputata ha presentato ricorso in Cassazione lamentando che la condanna poggiava soltanto sulle dichiarazioni della vittima e contestando il mancato riconoscimento delle pene sostitutive. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile e ha confermato la condanna. I giudici hanno chiarito che la testimonianza della persona offesa è pienamente sufficiente per fondare un giudizio di colpevolezza penale, a patto che il giudice ne accerti con rigore e logica la credibilità soggettiva e la coerenza del racconto. L'imputata deve anche pagare le spese e tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Indebito utilizzo di carta di credito: titolare condannato
I giudici hanno condannato un imputato per il reato di indebito utilizzo di carta di credito, perché parte del denaro sottratto dal conto corrente di una vittima era confluito su una tessera a lui intestata. L'uomo non aveva mai presentato denunce di furto o smarrimento della carta né dei documenti usati per attivarla due anni prima. L'imputato ha presentato ricorso per cassazione contestando la valutazione delle prove e la motivazione della sentenza di condanna. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso dichiarandolo inammissibile. La Corte ha ribadito che l'accredito di somme illecite su una carta intestata dimostra il ruolo essenziale del titolare nel reato, in assenza di una prova contraria plausibile. Il ricorrente deve pagare le spese legali e tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Applicazione della recidiva tra vecchi reati e nuove condanne
L'Imputato ha subito una condanna per furto pluriaggravato e indebito utilizzo di carte di pagamento. La Corte di appello ha ridotto la pena, ma ha confermato l'aumento sanzionatorio per i precedenti penali. L'Imputato ha quindi presentato ricorso in Cassazione per contestare l'applicazione della recidiva, sostenendo che i giudici avessero valutato in modo errato il suo passato criminale. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile e ha condannato il ricorrente a pagare le spese legali e tremila euro alla Cassa delle ammende. I giudici hanno chiarito che l'applicazione della recidiva richiede una disamina concreta della personalità del reo e dei suoi trascorsi giudiziari. La corte territoriale ha motivato adeguatamente la persistente inclinazione al delitto dell'autore.
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Furto con destrezza: il giubbotto sulla sella non è incustodito
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna a carico di un individuo per indebito utilizzo di carte di pagamento, ricettazione di una scheda telefonica e furto aggravato. L'imputato ha sottratto con mossa fulminea un giubbotto appoggiato sulla sella di una moto, approfittando della distrazione della vittima intenta a parlare di spalle. La difesa chiedeva di considerare il possesso della tessera telefonica come un semplice furto e di escludere l'aggravante dell'abilità furtiva. I giudici hanno chiarito che sussiste il furto con destrezza anche se l'oggetto non si trova a contatto fisico con il proprietario, purché sia sotto la sua diretta sfera di controllo. La Corte ha inoltre respinto la lieve entità della ricettazione a causa della grave violazione della riservatezza dei dati personali.
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Indebito utilizzo di carte di pagamento tra furto e condanna
I giudici hanno condannato l'imputato per furto aggravato e indebito utilizzo di carte di pagamento. La prova decisiva riguarda la brevissima distanza temporale tra la sottrazione della tessera e il prelievo illecito: appena cinque minuti presso uno sportello bancomat situato vicino al luogo del reato. L'imputato ha proposto ricorso per cassazione contestando la valutazione delle prove e il mancato riconoscimento delle circostanze attenuanti generiche. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso del tutto inammissibile. Il ricorrente ha riproposto argomenti generici senza smontare la ricostruzione logica dei fatti e non ha dimostrato elementi validi per ottenere sconti di pena. Di conseguenza, l'imputato perde la causa e deve pagare le spese del procedimento insieme a una sanzione di tremila euro.
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Uso indebito di carte di pagamento: ricorso respinto
La vicenda riguarda un giovane imputato condannato per l'uso indebito di carte di pagamento non appartenenti a lui. Il soggetto ha effettuato diverse transazioni illecite a brevissima distanza di tempo, colpendo tra gli altri un esercizio commerciale. L'interessato ha proposto ricorso per cassazione contestando la prova della propria consapevolezza sull'origine illecita dei titoli e chiedendo la concessione delle attenuanti generiche. La Suprema Corte ha respinto l'impugnazione dichiarandola inammissibile. I giudici hanno chiarito che l'utilizzo di carte altrui senza delega dimostra pienamente la colpevolezza e la vicinanza temporale degli acquisti conferma l'identità dell'autore.
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Circonvenzione di persone incapaci tra convivenza e condanna
La vicenda nasce dalla condanna di una donna convivente con la vittima per il reato di circonvenzione di persone incapaci e per l'indebito utilizzo della carta di pagamento di quest'ultima. L'autrice ha sfruttato la condizione di debolezza del compagno per farsi consegnare somme di denaro e disporre liberamente delle sue risorse economiche. L'imputata ha proposto ricorso per cassazione, contestando la sussistenza della patologia psichica della vittima e la qualificazione del prelievo di denaro. I Supremi Giudici hanno dichiarato il ricorso del tutto inammissibile. La Corte ha stabilito che non serve una perizia medica di demenza per accertare la vulnerabilità della persona offesa quando la convivenza rende evidente lo stato di debolezza. La ricorrente perde la causa e subisce la condanna definitiva oltre al pagamento delle spese di giudizio e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Dal silenzio alla condanna nel concorso nel reato di rapina
La vicenda riguarda un imputato accusato di aver partecipato a violente rapine e di aver utilizzato indebitamente le carte di credito sottratte alle vittime. La difesa sosteneva la semplice presenza passiva del soggetto e contestava sia l'uso dell'arma sia la chiamata in causa effettuata dal complice. I giudici hanno invece confermato la piena responsabilità dell'uomo. Le telecamere di videosorveglianza hanno immortalato il complice e l'imputato durante gli acquisti effettuati con le tessere rubate. I vestiti rinvenuti a casa dell'accusato corrispondevano a quelli impiegati negli assalti. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso, confermando che coadiuvare l'autore materiale e beneficiare degli acquisti configura un pieno concorso nel reato di rapina e nei delitti collegati, escludendo qualsiasi ipotesi di presenza casuale o innocua.
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Furto e indebito utilizzo di carte di credito: ricorso respinto
La vicenda riguarda la condanna di un imputato per furto in abitazione e per l'indebito utilizzo di carte di credito sottratte alla vittima. I giudici di merito hanno accertato i reati uniti dal vincolo della continuazione, concedendo la sospensione condizionale della pena. L'imputato ha proposto ricorso per cassazione lamentando vizi di motivazione sia sull'accertamento della propria colpevolezza sia sull'entità della pena inflitta. I Supremi Giudici hanno dichiarato l'inammissibilità totale dell'impugnazione. L'uomo si è limitato a riproporre le medesime censure già analizzate e respinte in secondo grado, senza formulare critiche specifiche contro la sentenza impugnata. L'esito finale conferma la responsabilità penale del ricorrente, che perde il giudizio ed è condannato al pagamento delle spese di giudizio nonché di una somma di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Utilizzo abusivo di carta di credito: pena confermata
L'Imputato è stato condannato per il reato di utilizzo abusivo di carta di credito alla pena di un anno e dieci mesi di reclusione, oltre a 1.200 euro di multa. Contro la sentenza d'appello ha proposto ricorso in Cassazione lamentando un'eccessività della sanzione e un difetto di motivazione. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile perché generico e infondato. I giudici di legittimità hanno ricordato che la quantificazione della pena rientra nella discrezionalità del giudice di merito, il quale ha adeguatamente motivato la scelta basandosi sulla gravità del fatto e sui numerosi precedenti penali dell'Imputato. Oltre alla conferma della condanna, L'Imputato è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro in favore della Cassa delle Ammende.
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Ricorso per circostanze attenuanti generiche: condanna confermata
L'Imputata ha subito una condanna a dieci mesi di reclusione e duecento euro di multa per i reati di furto aggravato e utilizzo indebito di carte di pagamento. La difesa ha presentato ricorso per cassazione contestando l'entità della sanzione e il mancato riconoscimento della prevalenza delle circostanze attenuanti generiche rispetto alle aggravanti. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che la quantificazione della pena poggia solidamente sui precedenti penali del soggetto. Quando la condanna rimane al di sotto della media edittale, il giudice di merito non deve redigere una motivazione analitica, rimanendo la scelta insindacabile in sede di legittimità. La ricorrente deve pagare le spese e tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Indebito utilizzo di carte di credito: reato anche senza profitto
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna di un soggetto per furto aggravato e indebito utilizzo di carte di credito. L'imputato aveva tentato di contestare la sentenza di secondo grado sostenendo la mancata riuscita dell'operazione di pagamento e l'assenza di un profitto concreto. I giudici supremi hanno ribadito che il delitto scatta per il solo fatto di usare lo strumento di pagamento altrui senza autorizzazione. Non occorre che la transazione vada a buon fine né che si verifichi un danno patrimoniale effettivo. La Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso e ha condannato il ricorrente al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Indebito utilizzo carta di credito: ricorso inammissibile, condanna confermata
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un Individuo condannato per indebito utilizzo carta di credito. L'Individuo aveva utilizzato impropriamente una carta di credito, reato per il quale era già stato condannato in primo e secondo grado. La Cassazione ha ritenuto infondati i motivi di ricorso, inclusa la richiesta di applicare la causa di non punibilità per particolare tenuità del fatto, data la presenza di precedenti penali. La condanna e il pagamento delle spese processuali sono stati quindi confermati.
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Applicazione della recidiva: furti e carta bancomat
La Corte di Cassazione ha esaminato il ricorso di un imputato condannato per due episodi di furto e per l'utilizzo indebito di una carta bancomat. L'imputato contestava la mancata esclusione dell'aggravante della recidiva reiterata, specifica e infraquinquennale, lamentando difetti di motivazione nella sentenza di secondo grado. I giudici di legittimità hanno dichiarato il ricorso inammissibile per genericità delle censure. La sentenza di merito ha infatti motivato in modo corretto la pericolosità sociale dell'autore, evidenziando la pluralità degli illeciti e la stretta vicinanza cronologica con i precedenti penali. La decisione conferma la piena e legittima applicazione della recidiva, condannando il ricorrente al pagamento delle spese di giudizio e al versamento di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Ricorso Patteggiamento Attenuanti: Cassazione Limita le Impugnazioni
Un imputato ha patteggiato una pena per ricettazione e uso indebito di strumenti di pagamento. Il suo difensore ha presentato ricorso in Cassazione, sostenendo che il GIP avrebbe dovuto concedere le attenuanti generiche e, di conseguenza, rigettare la richiesta di patteggiamento. La Corte Suprema ha dichiarato il ricorso inammissibile. Ha ribadito che non è possibile contestare la mancata concessione delle attenuanti generiche in un ricorso patteggiamento attenuanti, poiché la legge limita strettamente i motivi di impugnazione. L'imputato ha dovuto pagare le spese processuali e una sanzione.
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Ricorso Penale Inammissibile: Furto Aggravato e Uso Carta Bancomat
La Corte di Cassazione ha dichiarato l'inammissibilità ricorso penale presentato da una persona condannata per furto aggravato e utilizzo illecito di carta bancomat. La ricorrente contestava la sua responsabilità e il mancato riconoscimento delle circostanze attenuanti generiche. La Suprema Corte ha ritenuto che le contestazioni sulla responsabilità fossero mere doglianze di fatto, non ammissibili in sede di legittimità. Ha inoltre giudicato infondato il reclamo sulle attenuanti, poiché il giudice di merito aveva già fornito una motivazione adeguata. La ricorrente ha quindi perso il ricorso ed è stata condannata al pagamento delle spese processuali e di una somma alla Cassa delle ammende.
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Inammissibilità Ricorso Penale: Quando la Cassazione Rifiuta l’Appello
La Corte di Cassazione ha dichiarato l'inammissibilità del ricorso penale presentato da un imputato, condannato in appello per reati ai sensi degli articoli 81 cpv. e 493-ter del Codice Penale. L'imputato aveva contestato la sentenza per violazione di legge, carenza di motivazione e eccessività della pena. Tuttavia, la Suprema Corte ha ritenuto il ricorso troppo generico e privo di un concreto collegamento con le motivazioni della sentenza impugnata. Di conseguenza, l'imputato è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una somma di Euro 4.000,00 a favore della Cassa delle ammende.
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Indebito utilizzo di carta di credito: confermata la condanna
La vicenda riguarda la condanna di un soggetto per furto aggravato e indebito utilizzo di carta di credito ai danni di un privato cittadino. La persona condannata ha impugnato la sentenza di secondo grado davanti ai giudici della Corte di Cassazione, lamentando contraddizioni nella valutazione delle prove e nella ricostruzione dell'episodio criminoso. Gli ermellini hanno respinto integralmente le tesi difensive, confermando la piena validità della sentenza d'appello. Il ricorso è stato dichiarato inammissibile perché riproponeva censure sui fatti già analizzate e non consentite nel terzo grado di giudizio. La Suprema Corte ha confermato la responsabilità penale per i reati contestati, condannando il ricorrente al pagamento delle spese di giustizia e di una sanzione economica pecuniaria.
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