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Art. 387-bis Codice Penale — Sezione Settima Penale

Altri anni per Art. 387-bis Codice Penale

Violazione del divieto di avvicinamento a casa dei genitori
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna di un uomo per la violazione del divieto di avvicinamento ai luoghi frequentati dalla persona offesa. L'imputato si era recato ripetutamente presso l'abitazione dei genitori della vittima, luogo dove la donna viveva stabilmente. La difesa sosteneva che la motivazione della sentenza di condanna fosse carente. I giudici supremi hanno respinto la tesi difensiva, rilevando che i giudici d'appello avevano motivato in modo logico e coerente la presenza dell'uomo presso l'effettivo domicilio della persona protetta. L'impugnazione non ha contestato in maniera puntuale la ricostruzione dei fatti. La Corte ha quindi dichiarato il ricorso inammissibile e ha condannato il ricorrente al pagamento delle spese di giudizio e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Ricorso contro il patteggiamento: accordo chiuso e sanzione
L'Imputato concorda con la Procura una pena di dieci mesi di reclusione per il reato di violazione delle misure di allontanamento e divieto di avvicinamento. In seguito, l'uomo decide di presentare un ricorso contro il patteggiamento davanti alla Corte di Cassazione. Il ricorrente contesta il mancato proscioglimento immediato da parte del giudice di merito. I giudici supremi respingono l'istanza e la dichiarano inammissibile perché generica e presentata fuori dai limiti previsti dalla legge. L'accordo iniziale resta valido ed efficace. L'Imputato subisce la condanna al pagamento di tutte le spese di procedura e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Inammissibilità ricorso penale: quando la Cassazione non riesamina i fatti
La Corte di Cassazione ha dichiarato l'inammissibilità del ricorso penale presentato da un Individuo, condannato per minaccia e violazione del divieto di avvicinamento. L'Individuo contestava la valutazione delle prove e l'esclusione di una circostanza attenuante, oltre alla mancata esclusione della recidiva. La Suprema Corte ha ritenuto che le contestazioni fossero mere doglianze di fatto, già esaminate dai giudici precedenti, e ha confermato la valutazione delle condanne pregresse che dimostravano la sua capacità a delinquere. Di conseguenza, il ricorso è stato respinto e l'Individuo è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Pena concordata vs. Ricorso inammissibile: la Cassazione decide
Un Imputato aveva patteggiato una pena di otto mesi di reclusione per reati come resistenza a pubblico ufficiale, lesioni personali e violazione di ordini di protezione. L'Imputato ha presentato ricorso, contestando la motivazione sulla determinazione della pena. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. Ha stabilito che il motivo addotto non rientra tra quelli previsti dalla legge per impugnare una sentenza di patteggiamento in sede di legittimità. L'Imputato è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una somma alla cassa delle ammende.
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Violazione divieto di avvicinamento: scuse respinte e condanna
L'Imputato è stato condannato per il reato di violazione divieto di avvicinamento previsto dall'articolo 387-bis del codice penale. L'uomo ha proposto ricorso in Cassazione sostenendo di aver agito nella convinzione errata di non commettere reato (scriminante putativa) e chiedendo il riconoscimento della particolare tenuità del fatto. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso del tutto inammissibile. I giudici supremi hanno chiarito che la difesa richiedeva una nuova valutazione delle prove, operazione preclusa in sede di legittimità. Inoltre, le doglianze riproponevano argomenti già esaminati e correttamente respinti dai giudici di merito. Di conseguenza, L'Imputato è stato condannato al pagamento delle spese processuali e al versamento di tremila euro in favore della Cassa delle Ammende.
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Reato continuato: no all’unione delle pene senza piano unico
Un uomo condannato per molteplici episodi di maltrattamenti in famiglia e per la violazione del divieto di avvicinamento ha chiesto l'unificazione delle pene. L'interessato ha invocato l'applicazione del reato continuato davanti al Giudice dell'esecuzione, sostenendo l'esistenza di un piano unitario tra tutte le condotte illecite commesse nell'arco di diversi anni. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso dichiarandolo inammissibile. I giudici hanno confermato che i reati commessi a distanza di anni e le violazioni estemporanee delle misure cautelari non costituiscono un unico progetto criminoso iniziale. La violazione del divieto di avvicinamento, avvenuta per costringere la vittima a ritirare la querela, è un fatto casuale e successivo. Il condannato deve quindi scontare le pene separatamente e pagare le spese processuali.
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Circostanze attenuanti generiche negate: la Cassazione conferma
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso proposto da un cittadino condannato per i reati di evasione e violazione dei provvedimenti di allontanamento. L'imputato contestava il diniego delle circostanze attenuanti generiche da parte dei giudici di merito. La Suprema Corte ha stabilito che la decisione sulla concessione o sul diniego delle circostanze attenuanti generiche rientra nei poteri discrezionali del giudice di merito. Se tale scelta è supportata da una motivazione logica, coerente e puntuale, essa non può essere modificata o censurata in sede di legittimità. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Procedibilità a querela: la parte civile salva la condanna
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna di un uomo per violazione di domicilio aggravata e violazione dei provvedimenti di allontanamento. La difesa sosteneva che, a seguito della riforma Cartabia, il reato di violazione di domicilio fosse diventato punibile solo dietro querela e che mancasse tale atto formale. I giudici hanno dichiarato il ricorso inammissibile, stabilendo che la costituzione di parte civile da parte della vittima equivale a una valida manifestazione di volontà di punire il reo. Di conseguenza, viene soddisfatta la condizione di procedibilità a querela senza necessità di un nuovo atto formale. Il ricorrente è stato condannato anche al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Violazione del divieto di avvicinamento: no a sconti di pena generici
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un uomo condannato per la violazione del divieto di avvicinamento (art. 387-bis c.p.). Il ricorrente contestava la mancata concessione delle circostanze attenuanti generiche e la quantificazione complessiva della pena. I giudici di legittimità hanno rilevato che i motivi di ricorso erano generici e non si confrontavano con le adeguate motivazioni fornite dalla Corte d'Appello, la quale aveva già applicato un trattamento sanzionatorio mite. Di conseguenza, la condanna è stata confermata e il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Causa di non punibilità tra parenti: non vale senza coabitazione
Un uomo, già destinatario di un ordine di allontanamento dalla casa della sorella, viene condannato per estorsione e danneggiamento ai danni di quest'ultima. In sua difesa, invoca la causa di non punibilità tra parenti. La Corte di Cassazione conferma la condanna, stabilendo un principio chiaro: il beneficio non si applica se manca la coabitazione. Il provvedimento di allontanamento, in questo caso, era la prova decisiva dell'assenza di convivenza, rendendo impossibile applicare la norma speciale e giustificando pienamente la punizione per i reati commessi.
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Continuazione tra reati negata: l’appello ‘copia’ costa caro
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un uomo che chiedeva di applicare la continuazione tra reati per due diverse violazioni: quella di un ordine di allontanamento e quella di una misura di prevenzione. L'imputato sperava di ottenere una pena più mite unificando i due episodi. I giudici supremi hanno respinto la richiesta perché il ricorso si limitava a riproporre le stesse argomentazioni già esaminate e respinte correttamente dalla Corte d'Appello, senza introdurre nuovi profili di diritto. Di conseguenza, il ricorso è stato rigettato e l'uomo è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Tentata estorsione per canone non dovuto: condannato l’ex convivente
Un uomo, dopo la fine della convivenza con la proprietaria di un appartamento, ha cercato di costringere gli occupanti dell'immobile a pagargli un canone di affitto. La sua pretesa era però priva di qualsiasi fondamento legale. La Corte di Cassazione ha confermato la sua condanna per tentata estorsione per canone non dovuto. I giudici hanno respinto la tesi difensiva che si trattasse di un semplice 'esercizio arbitrario delle proprie ragioni', proprio perché mancava un diritto da tutelare. L'appello è stato dichiarato inammissibile e l'uomo condannato a pagare le spese processuali.
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Condotta ostinata: esclude la particolare tenuità del fatto
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna di un individuo per la violazione di un ordine di protezione. L'imputato aveva richiesto l'applicazione della causa di non punibilità per particolare tenuità del fatto. I giudici hanno respinto la richiesta, stabilendo un principio importante: la condotta ostinata e insistente nel violare la misura restrittiva, nonostante l'opposizione delle vittime, è incompatibile con il requisito della tenuità. La giovane età e l'assenza di precedenti penali non sono state ritenute sufficienti per giustificare né la non punibilità né la concessione di attenuanti. L'imputato ha perso il ricorso ed è stato condannato al pagamento delle spese e di un'ammenda.
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Art. 387-bis c.p.: inammissibile il ricorso generico
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso relativo alla violazione dell'Art. 387-bis c.p. Il ricorrente contestava l'attendibilità dei testimoni, ma la Corte ha ritenuto il motivo generico e infondato. Le divergenze testimoniali riguardavano solo dettagli secondari, confermando la solidità della condanna precedente e la coerenza della motivazione espressa dai giudici di merito.
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Art. 387-bis cod. pen.: violazione e sanzioni
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per il reato di cui all'Art. 387-bis cod. pen., dichiarando inammissibile il ricorso presentato dall'imputato. Il ricorrente aveva contestato genericamente la propria responsabilità e richiesto l'applicazione della causa di non punibilità per particolare tenuità del fatto. La Suprema Corte ha stabilito che le doglianze erano prive di specificità e meramente riproduttive di quanto già esaminato in appello. Inoltre, la pluralità delle violazioni commesse alle prescrizioni dell'autorità impedisce il riconoscimento dell'esimente prevista dall'art. 131-bis c.p., confermando la gravità della condotta.
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Violazione divieto avvicinamento: quando è reato?
La Cassazione dichiara inammissibile il ricorso di un uomo condannato per la violazione del divieto di avvicinamento (art. 387-bis c.p.). Anche se a 427 metri di distanza, il reato è configurato perché si tratta di un reato di pericolo astratto, e la condotta non era giustificata. La semplice inosservanza del provvedimento è sufficiente a integrare il delitto.
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Ricorso inammissibile: Cassazione e prescrizione
La Corte di Cassazione ha dichiarato un ricorso inammissibile presentato da un'imputata condannata per il reato di disturbo alle persone (art. 660 c.p.). I motivi sono stati ritenuti manifestamente infondati, poiché la condanna si basava su prove solide (video, audio, testimonianze) e l'eccezione sulla prescrizione del reato è stata respinta. La Corte ha chiarito che un'assoluzione per un'altra accusa non anticipa il termine di prescrizione per il reato confermato.
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Morte del ricorrente: effetti sul ricorso in Cassazione
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile un ricorso a causa della morte del ricorrente. Sebbene il ricorso diventi inammissibile, la Corte ha stabilito che l'evento estingue il reato e preclude la condanna alle spese e alla sanzione pecuniaria a favore della cassa delle ammende, evidenziando le conseguenze processuali della morte dell'imputato nel giudizio di legittimità.
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Ricorso inammissibile patteggiamento: limiti Cassazione
La Corte di Cassazione dichiara un ricorso inammissibile contro una sentenza di patteggiamento. L'analisi si concentra sui limiti dell'impugnazione, specificando che la contestazione sulla qualificazione giuridica del fatto e sull'illegalità della pena deve basarsi su un errore manifesto e non su generiche doglianze. Il caso evidenzia la ristrettezza dei motivi di ricorso inammissibile patteggiamento previsti dall'art. 448, comma 2-bis, c.p.p.
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Ricorso Inammissibile: quando i motivi sono generici
La Corte di Cassazione dichiara un ricorso inammissibile perché basato su motivi generici. L'imputato, condannato per il reato ex art. 387-bis c.p., aveva contestato il dolo e la mancata concessione delle attenuanti. La Corte ha stabilito che un semplice stato di agitazione non esclude la volontà del reato e che i precedenti penali giustificano il diniego delle attenuanti, condannando il ricorrente al pagamento delle spese e di una sanzione.
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