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Art. 387-bis Codice Penale — Sezione Sesta Penale

Altri anni per Art. 387-bis Codice Penale

Violazione del divieto di avvicinamento e perdono della madre
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna a sei mesi di reclusione per un uomo accusato di violazione del divieto di avvicinamento e allontanamento dalla casa familiare. L'imputato si era recato presso l'abitazione della madre, sostenendo di aver agito in buona fede dopo che il giorno prima la donna aveva manifestato l'intenzione di ritirare la querela e riaccoglierlo. La difesa invocava l'errore sul fatto e la particolare tenuità del reato. I giudici hanno chiarito che il consenso o l'invito della vittima non elidono l'obbligo penale: la misura cautelare resta vincolante finché non interviene un provvedimento formale del giudice. Il ricorso è stato dichiarato inammissibile.
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Violazione del Divieto di Avvicinamento: Ricorso Inammissibile
Un Lavoratore è stato condannato per la violazione del divieto di avvicinamento alla persona offesa, precedentemente riqualificato da atti persecutori a minacce. La Corte d'Appello aveva estinto il reato principale di atti persecutori per remissione di querela, ma aveva confermato la responsabilità per la violazione del divieto. Il Lavoratore ha presentato ricorso in Cassazione, contestando la punibilità e la pena. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile, poiché le contestazioni riguardavano un capo d'accusa non oggetto di appello precedente e la pena era stata correttamente motivata. Il Lavoratore deve pagare le spese processuali.
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Violazione del divieto di avvicinamento: arresto valido
Un uomo sottoposto a controllo elettronico commette la violazione del divieto di avvicinamento alla persona offesa dopo aver rotto il dispositivo di tracciamento e minacciato le forze dell'ordine. Gli agenti procedono all'arresto obbligatorio in flagranza. La difesa contesta la validità della procedura e del rito direttissimo davanti alla Corte di Cassazione. I giudici supremi confermano la piena legittimità dell'arresto e dichiarano inammissibile il ricorso dell'imputato.
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Violazione divieto di avvicinamento: condannata nonostante la pace
Una donna, già soggetta a un ordine restrittivo, viene condannata per la violazione del divieto di avvicinamento dopo essere entrata in casa del marito e averlo aggredito. La Corte di Cassazione ha confermato la condanna, respingendo la sua richiesta di applicare la 'particolare tenuità del fatto'. I giudici hanno stabilito un principio chiaro: chi commette più reati (violazione dell'ordine, di domicilio e aggressione) dimostra una condotta complessiva grave che non può essere considerata 'tenue', anche se i singoli episodi, presi da soli, potrebbero sembrarlo. La condotta reiterata impedisce di beneficiare della non punibilità. L'esito per la donna è la condanna definitiva.
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Restituzione nel termine: quando la richiesta è tardiva
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un imputato che chiedeva la restituzione nel termine per opporsi a un decreto penale di condanna. La richiesta è stata ritenuta tardiva perché presentata oltre il termine di dieci giorni previsto dalla legge. La Corte ha inoltre sottolineato che l'onere di dimostrare l'impedimento per caso fortuito o forza maggiore grava interamente sul richiedente, che in questo caso non ha fornito prove sufficienti a sostegno delle sue allegazioni.
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Inammissibilità ricorso: errore nel deposito dell’atto
La Corte di Cassazione ha dichiarato l'inammissibilità del ricorso presentato da un Procuratore della Repubblica a causa di un grave errore procedurale. L'impugnazione, rivolta sia contro un'ordinanza di non convalida dell'arresto sia contro una sentenza di assoluzione, è stata inviata per posta direttamente alla Corte di Cassazione anziché essere depositata presso la cancelleria del Tribunale che aveva emesso i provvedimenti. Questa violazione delle norme sul deposito degli atti ha reso inevitabile la dichiarazione di inammissibilità ricorso, impedendo alla Corte di esaminare il merito della questione.
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