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Art. 361 Codice di Procedura Civile — Sezione Lavoro Civile

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Impugnazione sentenza non definitiva: la fretta costa cara
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso proposto da un cittadino contro una sentenza non definitiva della Corte d'Appello. Quest'ultima aveva concesso la rimessione in termini alla controparte, ritenendo tempestivo il suo appello. Il ricorrente ha tentato l'immediata impugnazione sentenza non definitiva davanti alla Suprema Corte. I giudici di legittimità hanno chiarito che le sentenze non definitive su mere questioni procedurali o preliminari non possono essere impugnate subito. Esse non chiudono il processo, che deve proseguire davanti allo stesso giudice. Pertanto, l'impugnazione è possibile solo insieme alla sentenza finale che decide l'intera causa. Il ricorrente è stato condannato a pagare le spese di giudizio.
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Riserva di ricorso: inammissibile se non notificata
Una lavoratrice ha impugnato in Cassazione due sentenze d'appello, una non definitiva e una definitiva, relative a differenze retributive e a un licenziamento. La Corte Suprema ha dichiarato il ricorso inammissibile, soffermandosi su un vizio procedurale cruciale: la riserva di ricorso contro la sentenza non definitiva era stata solo depositata telematicamente, ma non notificata alla controparte, rendendola inefficace. Sebbene l'impugnazione immediata fosse risultata tempestiva, i motivi di ricorso sono stati comunque rigettati per difetti di specificità e autosufficienza.
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Prescrizione buonuscita: 5 anni per la richiesta
Un ex dipendente pubblico, passato a un nuovo impiego statale, ha richiesto la buonuscita dopo oltre cinque anni dalla cessazione del primo rapporto. La Corte di Cassazione ha confermato la decisione d'appello, stabilendo che la prescrizione buonuscita è quinquennale e decorre dalla data di fine del rapporto di lavoro, non da un successivo atto amministrativo. La richiesta tardiva ha comportato la perdita del diritto.
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Giudicato retributivo: una nuova legge può superarlo?
La Corte di Cassazione stabilisce che un precedente giudicato retributivo, formatosi prima dell'entrata in vigore di una nuova normativa più favorevole, non impedisce al lavoratore di agire in giudizio per ottenere i benefici previsti dalla nuova legge. Il caso riguarda una ex lettrice universitaria che, nonostante una precedente sentenza, ha richiesto l'adeguamento del proprio stipendio sulla base di una legge successiva. La Corte ha accolto il ricorso, affermando che la sopravvenienza normativa costituisce un limite all'efficacia del giudicato, dando vita a un'azione legale autonoma e distinta dalla precedente.
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