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Art. 353 Codice Penale — Sezione Sesta Penale

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Altri anni per Art. 353 Codice Penale

Misura cautelare: addio all’obbligo di firma se cambia il lavoro
Un imprenditore, indagato per aver truccato alcune gare d'appalto pubbliche, era stato sottoposto alla misura cautelare dell'obbligo di firma. La difesa ha impugnato il provvedimento, evidenziando che l'indagato non lavorava più per l'impresa edile coinvolta e non si occupava più di appalti pubblici, facendo così venir meno il pericolo di commettere altri reati. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso, stabilendo che i giudici del riesame non avevano motivato in modo adeguato la reale sussistenza e l'attualità del pericolo di recidiva. Di conseguenza, la Suprema Corte ha annullato senza rinvio l'ordinanza, dichiarando la cessazione immediata della misura cautelare per mancanza di proporzionalità e adeguatezza.
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Asta col boss: quando cade l’aggravante agevolazione mafiosa
Il Tribunale del Riesame confermava la misura cautelare degli arresti domiciliari per un indagato accusato di turbata libertà degli incanti, con l'aggravante agevolazione mafiosa. L'indagato si era rivolto a un esponente di spicco di un clan mafioso per convincere l'aggiudicatario di un'asta immobiliare a rinunciare all'acquisto. La Corte di Cassazione ha accolto parzialmente il ricorso dell'indagato. Pur confermando la sussistenza del reato principale, la Suprema Corte ha annullato l'ordinanza con rinvio per un nuovo esame sull'aggravante. I giudici di legittimità hanno chiarito che l'aggravante agevolazione mafiosa richiede una prova rigorosa sia sulla finalità di favorire il clan, sia sulla consapevolezza di tale agevolazione da parte del concorrente nel reato, non bastando la sola conoscenza della caratura criminale del complice.
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Custodia cautelare in carcere: il tempo non cancella il clan
La Corte di Cassazione ha confermato la misura della custodia cautelare in carcere per un indagato accusato di associazione mafiosa. La difesa sosteneva l'insussistenza delle esigenze cautelari, evidenziando che un altro tribunale aveva escluso l'esistenza del clan mafioso in un diverso procedimento e invocando il decorso del tempo ("tempo silente"). La Suprema Corte ha rigettato il ricorso, stabilendo che la doppia presunzione di adeguatezza del carcere per il reato di associazione mafiosa può essere superata solo con prove concrete di recesso dall'organizzazione o di scioglimento della stessa. Il semplice decorso del tempo o l'esito parziale di un altro giudizio non bastano a escludere la custodia cautelare in carcere.
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No alla turbata libertà del procedimento di scelta del contraente
Il Procuratore della Repubblica ha impugnato l'ordinanza del Tribunale del Riesame che aveva escluso la gravità indiziaria per il reato di turbata libertà del procedimento di scelta del contraente nei confronti di un imprenditore. L'accusa ipotizzava una collusione per sanare, tramite affidamento diretto, lavori già eseguiti abusivamente. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando che il reato ex art. 353-bis c.p. non è configurabile in caso di affidamento diretto puro e senza alcuna procedura competitiva o selettiva, poiché manca un bando di gara o un atto equipollente da inquinare.
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Turbata libertà degli incanti: niente arresti se manca l’accordo
Il Procuratore della Repubblica ha impugnato il rifiuto di applicare gli arresti domiciliari a un funzionario comunale, accusato del reato di turbata libertà degli incanti per aver favorito un imprenditore in una gara d'appalto. Secondo l'accusa, il funzionario avrebbe nascosto i carichi pendenti dell'imprenditore. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso del Pubblico Ministero, confermando la decisione dei giudici di merito. Non è stato infatti ravvisato un grave quadro indiziario a carico del dipendente pubblico: mancavano prove di un accordo segreto o di una reale consapevolezza della pendenza penale dell'imprenditore prima dell'aggiudicazione. Di conseguenza, il funzionario comunale vince definitivamente questa fase cautelare, evitando la misura restrittiva richiesta dall'accusa.
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Turbata libertà degli incanti: condotta illecita ma prescritta
L'Amministratore e il Dirigente di un'azienda hanno ottenuto in anticipo le bozze dei documenti di una gara d'appalto per la gestione di residenze universitarie, assicurandosi un vantaggio competitivo. La Corte di Cassazione ha chiarito che il reato di turbata libertà degli incanti si configura anche se la condotta illecita avviene prima della pubblicazione ufficiale del bando, purché la gara sia imminente e determinata. Tuttavia, poiché il fatto risaliva al 2014, la Suprema Corte ha annullato la condanna senza rinvio, dichiarando il reato estinto per intervenuta prescrizione. Di conseguenza, i ricorrenti evitano la pena unicamente per il decorso del tempo, nonostante l'infondatezza dei loro motivi di merito.
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Sequestro probatorio di cellulari: no alla pesca a strascico
La Corte di Cassazione ha annullato senza rinvio il sequestro probatorio dei telefoni cellulari di un indagato, accusato di turbativa d'asta e frode in pubbliche forniture. Il provvedimento originario e la successiva ordinanza del Tribunale del Riesame erano privi di una reale motivazione sul "fumus commissi delicti" (la concreta configurabilità del reato) e sul nesso di collegamento tra i dispositivi e i reati ipotizzati. I giudici hanno chiarito che il sequestro non può avere una finalità puramente esplorativa per cercare nuove prove, né il Tribunale del Riesame può sostituirsi al Pubblico Ministero per colmare una motivazione totalmente assente. Di conseguenza, la Cassazione ha disposto l'immediata restituzione dei dispositivi all'avente diritto.
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Turbata libertà degli incanti: irregolarità o reato?
Un imprenditore, costituitosi parte civile, ha impugnato l'assoluzione di alcuni funzionari pubblici e concorrenti accusati del reato di turbata libertà degli incanti. Secondo l'accusa, la modifica dei criteri di aggiudicazione durante una gara d'appalto dimostrava una collusione implicita. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che la turbata libertà degli incanti è un reato a forma vincolata: richiede necessariamente l'uso di violenza, minaccia, doni, promesse o altri mezzi fraudolenti. La semplice variazione dei criteri di gara, pur potendo rappresentare un'irregolarità amministrativa, non costituisce reato in assenza di prove su condotte ingannevoli o collusive tra i partecipanti.
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Rivelazione di segreto d’ufficio: la condanna del dirigente
Il Direttore Generale di una società pubblica, responsabile di una gara d'appalto per un'importante opera sanitaria, è stato condannato per turbata libertà degli incanti e rivelazione di segreto d'ufficio. L'imputato aveva favorito un'associazione temporanea di imprese rivelando in anticipo i nomi dei concorrenti, suggerendo modifiche al progetto e concedendo una proroga di 45 giorni su richiesta dei favoriti. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso del Direttore Generale, confermando la condanna. La Corte ha stabilito che la rivelazione di segreto d'ufficio si configura anche per atti non espressamente vietati dalla legge speciale, qualora la divulgazione possa arrecare un pregiudizio alla pubblica amministrazione o a terzi, come nel caso dell'anticipazione della proroga dei termini di presentazione delle offerte.
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Turbata libertà degli incanti: assolto chi non paga l’asta
Un creditore avviava il pignoramento della casa del debitore. All'asta giudiziaria, il padre del debitore si aggiudicava l'immobile ma non versava il prezzo entro il termine, chiedendo chiarimenti sulle spese condominiali. I giudici di merito lo condannavano per il reato di turbata libertà degli incanti, ritenendo il mancato pagamento una manovra fraudolenta per ritardare lo sgombero. La Corte di Cassazione ha invece accolto il ricorso dell'aggiudicatario. I giudici di legittimità hanno chiarito che il semplice mancato versamento del prezzo costituisce un mero inadempimento civile e non integra il reato di turbata libertà degli incanti, mancando l'utilizzo di mezzi violenti o fraudolenti idonei ad alterare la gara. La Suprema Corte ha quindi annullato senza rinvio la condanna perché il fatto non sussiste.
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Confisca per equivalente: il giudice fissa la somma, non i beni
L'Imputato, condannato a seguito di patteggiamento per reati di corruzione, ha proposto ricorso in Cassazione contestando la legittimità della confisca disposta dal giudice. La difesa lamentava la mancata specificazione, nel dispositivo della sentenza, dei singoli beni da sottoporre a misura ablativa fino alla concorrenza della somma di circa 331.000 euro, individuata come profitto del reato. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso, confermando che in tema di confisca per equivalente il giudice non ha l'obbligo di individuare specificamente i beni da apprendere. È sufficiente che il provvedimento determini la somma di denaro che costituisce il profitto del reato, mentre l'individuazione concreta dei beni da confiscare spetta alla polizia giudiziaria nella successiva fase esecutiva.
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Turbata libertà degli incanti: condannati i truccatori di gare
Un militare, un dirigente pubblico e un imprenditore sono stati accusati di aver truccato diverse gare d'appalto per la ristrutturazione di immobili pubblici. La Corte di Cassazione ha confermato la loro responsabilità per il reato di turbata libertà degli incanti, chiarendo che l'illecito si perfeziona solo con la firma del contratto e copre anche le manovre successive all'aggiudicazione. Inoltre, i giudici hanno stabilito che il danno all'immagine della Pubblica Amministrazione è risarcibile nel processo penale per qualsiasi reato che leda il prestigio dell'ente, respingendo la tesi difensiva che ne limitava l'applicazione ai soli reati propri dei pubblici ufficiali. I ricorsi dei tre imputati sono stati dichiarati inammissibili o rigettati, con condanna al pagamento delle spese processuali e dei danni alle parti civili.
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Turbata libertà del procedimento di scelta del contraente
La Corte di Cassazione ha affrontato il caso di due dirigenti pubblici e un imprenditore accusati di aver manipolato l'assegnazione di un appalto per un sistema di sicurezza, ricorrendo a un affidamento diretto illegittimo per evitare la gara pubblica. Gli imputati erano stati condannati nei gradi precedenti per il reato di turbata libertà del procedimento di scelta del contraente. La Suprema Corte ha chiarito che tale reato non è configurabile quando la condotta mira a evitare del tutto la gara tramite affidamento diretto privo di elementi competitivi, poiché un'estensione analogica violerebbe il principio di legalità. Tuttavia, non potendo accertare l'assoluta insussistenza del fatto per mancanza di verifiche approfondite nei gradi di merito, la Cassazione ha annullato senza rinvio la sentenza impugnata per intervenuta prescrizione del reato.
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Sopravvenuta carenza di interesse: ricorso inutile e zero spese
L'Indagato ha proposto ricorso per cassazione contro un'ordinanza cautelare che disponeva il divieto di dimora. Successivamente, il tribunale ha revocato la misura cautelare, rendendo inutile la decisione della Cassazione. Il difensore ha quindi rinunciato al ricorso. La Suprema Corte ha dichiarato l'inammissibilità del ricorso per sopravvenuta carenza di interesse. Poiché l'interesse è venuto meno dopo la presentazione del ricorso, la Corte ha stabilito che non si applica la condanna alle spese processuali né alla sanzione pecuniaria a favore della Cassa delle ammende, escludendo qualsiasi ipotesi di soccombenza del ricorrente.
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Turbata libertà degli incanti: ko della Procura in Cassazione
Il Procuratore della Repubblica ha impugnato l'ordinanza che revocava la misura interdittiva applicata a un dirigente comunale, indagata per il reato di turbata libertà degli incanti in relazione all'affidamento di un centro diurno per minori. Secondo l'accusa, il bando era stato fraudolentemente predisposto per favorire una specifica cooperativa. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile per carenza di interesse. I giudici hanno chiarito che il pubblico ministero, nel contestare l'assenza di gravi indizi di colpevolezza, deve obbligatoriamente dimostrare anche la sussistenza, l'attualità e la concretezza delle esigenze cautelari. Di conseguenza, l'annullamento della misura interdittiva a carico del dirigente è stato confermato.
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Turbata libertà degli incanti: no al reato se l’appalto è diretto
La Corte di Cassazione ha annullato senza rinvio la condanna per turbata libertà degli incanti inflitta ai rappresentanti di una cooperativa. Gli imputati erano accusati di aver truccato una gara d'appalto comunale presentando un contratto di avvalimento falso. La Suprema Corte ha accolto il ricorso della difesa, rilevando che l'appalto riguardava lavori sotto la soglia di legge (78.000 euro), per i quali era possibile l'affidamento diretto. Secondo i giudici, la scelta della Pubblica Amministrazione di utilizzare una procedura negoziata non trasforma un affidamento diretto in una vera gara competitiva. Di conseguenza, l'assenza di una reale competizione esclude la configurabilità del reato di turbata libertà degli incanti. La sentenza impugnata è stata annullata perché il fatto non sussiste, scagionando definitivamente i ricorrenti.
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Turbata libertà del procedimento: l’aiuto segreto diventa reato
Un funzionario di un ente lirico, incaricato di redigere il capitolato per una gara di marketing, ha affidato segretamente la stesura del bando al legale rappresentante dell'unica società poi partecipante. La Corte d'appello aveva assolto il funzionario per mancanza di dolo. La Cassazione ha annullato l'assoluzione, rilevando una palese contraddizione logica: l'accordo occulto (collusione) implica necessariamente la volontà di alterare la gara. Inoltre, la Suprema Corte ha chiarito che le condotte illecite compiute prima dell'indizione formale della gara integrano il reato di turbata libertà del procedimento di scelta del contraente (art. 353-bis c.p.) e non la semplice turbativa d'asta. Il caso torna in appello per un nuovo giudizio.
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Turbata libertà degli incanti: minacce all’asta ma la pena scende
Il Proprietario di un immobile pignorato ha minacciato di morte un potenziale acquirente per impedirgli di partecipare all'asta pubblica per la vendita della casa. Nonostante le minacce, l'acquirente ha partecipato alla gara e ha denunciato l'accaduto alle forze dell'ordine. La Corte di Cassazione ha confermato la responsabilità del Proprietario per il reato di turbata libertà degli incanti nella forma tentata. Infatti, l'idoneità delle minacce a condizionare la libertà di scelta della vittima configura il tentativo, anche se l'asta si è poi svolta regolarmente. La Suprema Corte ha tuttavia accolto il ricorso limitatamente al calcolo della pena: ha riqualificato la recidiva da aggravata a semplice, riducendo la condanna finale a nove mesi di reclusione e 900 euro di multa.
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Concorso truccato per la partner: Abuso sì, turbativa d’asta no
Un direttore di un ente pubblico viene accusato di aver manipolato una procedura di assunzione per favorire la propria partner. La Corte di Cassazione conferma la sua condanna per il reato di abuso d'ufficio, data la palese violazione dell'obbligo di astenersi a causa del loro legame sentimentale. Tuttavia, la Corte annulla la condanna per il reato di turbata libertà degli incanti. Viene stabilito un principio fondamentale: il reato di turbata libertà degli incanti nei concorsi pubblici non è applicabile, poiché questa norma riguarda esclusivamente le gare per l'affidamento di contratti di beni e servizi, e non le procedure per l'assunzione di personale. La pena dovrà essere ricalcolata solo per il reato di abuso d'ufficio.
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Appalti ASL: Corruzione confermata, ma il reato di falso si prescrive
Un funzionario pubblico di un'Azienda Sanitaria è stato condannato per aver sistematicamente favorito alcuni imprenditori nell'aggiudicazione di appalti in cambio di denaro e altri vantaggi. La Corte di Cassazione ha confermato la sua colpevolezza per il reato di **corruzione per atto contrario ai doveri d'ufficio**, stabilendo che la turbativa di una gara d'appalto costituisce un atto specifico di violazione dei propri doveri. Tuttavia, il reato collegato di falso in atto pubblico, relativo alla falsificazione della contabilità dei lavori, è stato dichiarato estinto per prescrizione. Di conseguenza, la condanna penale per il falso è stata annullata, ma sono state confermate sia la pena per la corruzione sia le condanne al risarcimento dei danni civili a favore dell'Azienda Sanitaria.
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