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Art. 346 Codice di Procedura Civile — Sezione Lavoro Civile

Altri anni per Art. 346 Codice di Procedura Civile

Abuso dei contratti a termine: risarcito ma senza differenze
Un lavoratore socialmente utile ha prestato servizio per un Comune dal 1996 al 2013 mediante reiterati contratti a tempo determinato. L'interessato ha promosso un'azione giudiziaria per contestare l'abuso dei contratti a termine, richiedendo l'assunzione a tempo indeterminato, le differenze retributive e il risarcimento del danno. Dopo un primo passaggio in Cassazione, il dipendente ha riassunto la causa chiedendo esclusivamente l'indennizzo risarcitorio forfettario. La Corte d'Appello ha liquidato il risarcimento massimo di dodici mensilità, ma ha ritenuto abbandonate le richieste di differenze stipendiali non riproposte nell'atto introduttivo del rinvio. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso del dipendente, confermando che la mancata riproposizione delle altre pretese nell'atto di riassunzione equivale a una rinuncia implicita, non sanabile con le memorie finali.
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Contributi Gestione Commercianti: lite fiscale e reale lavoro
L'ente previdenziale ha notificato un avviso di addebito a un socio accomandatario per il recupero di maggiori contributi Gestione Commercianti, scaturiti da un accertamento fiscale per presunti lavoratori irregolari. L'imprenditore ha impugnato l'atto contestando sia l'efficacia del debito a seguito del condono fiscale, sia l'effettiva sussistenza del lavoro dei soggetti indicati. Il Tribunale ha annullato la richiesta, ma la Corte d'Appello ha ribaltato l'esito, ritenendo l'accertamento definitivo dopo la chiusura fiscale e ignorando le difese sul merito del lavoro. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso dell'imprenditore, chiarendo che il giudice d'appello deve obbligatoriamente esaminare le eccezioni riproposte sui presupposti dell'obbligo previdenziale senza limitarsi a recepire automaticamente i rilievi tributari.
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Gestione commercianti: ricorso inammissibile e contributi dovuti
L'Ente previdenziale ha notificato avvisi di addebito a Il Contribuente, contestando l'omesso versamento dei contributi obbligatori dovuti alla Gestione commercianti. Il Contribuente ha impugnato le richieste contestando lo svolgimento effettivo dell'attività e chiedendo, in subordine, lo sconto del cinquanta per cento dei contributi previsto per i pensionati ultrasessantacinquenni. La Corte d'Appello ha respinto l'opposizione, confermando la piena legittimità dell'iscrizione previdenziale e dichiarando inammissibile la richiesta agevolativa per difetto di motivazione in sede di riproposizione. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso de Il Contribuente. I motivi formulati contestavano valutazioni di fatto riservate ai giudici di merito e difettavano di adeguata specificità. Di conseguenza, l'Ente previdenziale ottiene la conferma definitiva dei contributi richiesti, mentre Il Contribuente deve versare un ulteriore importo a titolo di contributo unificato.
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Contratto a progetto: vince la riproposizione delle retribuzioni
Una lavoratrice ha contestato la legittimità di tre contratti stipulati con un'azienda, chiedendo l'accertamento della subordinazione o, in subordine, le differenze retributive. Il Tribunale ha accolto la tesi principale qualificando i rapporti come subordinati. Successivamente, la Corte d'Appello ha ribaltato l'esito: ha dichiarato improponibile l'impugnazione del terzo rapporto per mancata conciliazione preventiva e ha ritenuto valido il contratto a progetto per i primi due, rigettando le pretese della donna senza valutare la domanda subordinata sulle retribuzioni. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso della dipendente sul punto processuale decisivo. La parte vincitrice in primo grado non deve proporre appello incidentale per le questioni assorbite, ma può limitarsi a riproporle. La sentenza d'appello è stata cassata con rinvio per procedere all'esame delle spettanze economiche residue dovute alla lavoratrice.
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Contratto a termine illegittimo: la Fondazione Teatrale perde in Cassazione
La Corte di Cassazione ha esaminato il caso di una Lavoratrice assunta con numerosi contratti a termine illegittimi da una Fondazione Teatrale. La Lavoratrice chiedeva il riconoscimento di un rapporto di lavoro a tempo indeterminato. La Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso della Fondazione per un difetto di rappresentanza legale, mancando una delibera specifica per l'avvocato privato. Ha poi accolto il ricorso della Lavoratrice, stabilendo che la clausola di apposizione del termine nei suoi contratti era troppo generica e quindi non valida. La sentenza di appello è stata annullata e la causa rinviata per un nuovo giudizio.
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Opposizione a precetto nel lavoro: la svolta della sentenza
Il Lavoratore ha intimato un pagamento all'Azienda dopo un licenziamento dichiarato illegittimo. L'Azienda ha presentato opposizione a precetto nel lavoro, contestando la somma pretesa e la mancata detrazione del ricavo da altri impieghi (aliunde perceptum). Dopo che i giudici di appello hanno ridotto parzialmente l'importo dovuto, l'Azienda si è rivolta alla Corte di Cassazione. Nel frattempo, una nuova sentenza di appello ha ribaltato completamente il merito della causa, accertando la legittimità del licenziamento e rigettando le domande del dipendente. Di fronte a questo mutamento del quadro giuridico, la Corte di Cassazione ha sospeso la decisione e rinviato la causa a nuovo ruolo per consentire la discussione tra le parti sulla perdita di efficacia del titolo esecutivo originario.
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Prescrizione crediti di lavoro: non c’è giudicato implicito
Un Lavoratore ha chiesto all'Azienda il pagamento di differenze retributive per mansioni superiori. L'Azienda ha opposto la prescrizione crediti di lavoro. I giudici di appello hanno stabilito che il termine prescrizionale era stato interrotto da due lettere di sollecito inviate dal Lavoratore nel 2011 e nel 2013. L'Azienda ha proposto ricorso in Cassazione sostenendo la formazione di un giudicato implicito sull'inidoneità delle lettere, poiché il giudice di primo grado aveva citato solo il ricorso giudiziale. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dell'Azienda. La Corte ha chiarito che non esiste giudicato implicito quando il giudice individua un atto interruttivo senza negare espressamente l'efficacia degli altri. Inoltre, l'interruzione della prescrizione crediti di lavoro è un'eccezione rilevabile d'ufficio in appello. L'Azienda deve pagare le somme spettanti e le spese di giudizio.
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Cessione del ramo d’azienda: la Cassazione annulla la sentenza
Un dipendente, dopo aver ottenuto l'annullamento del licenziamento e di un successivo trasferimento illegittimo, veniva collocato in inattività in una nuova unità organizzativa, oggetto poi di cessione del ramo d'azienda verso un'altra società. Il lavoratore ha impugnato il trasferimento del rapporto, contestando l'assegnazione iniziale in violazione delle sue mansioni e l'assenza dei requisiti del ramo ceduto. La Corte d'Appello aveva respinto il ricorso, ma la Corte di Cassazione ha accolto le ragioni del dipendente. I giudici di legittimità hanno riscontrato un gravissimo errore di travisamento dei fatti, poiché la sentenza d'appello richiamava dati di un'altra causa estranea, oltre a un'omessa pronuncia sulla legittimità dell'inquadramento del lavoratore. La decisione è stata quindi annullata con rinvio a nuova sezione.
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Riproposizione domande in appello e decadenza dalle spettanze
Un lavoratore impiegato in un appalto di pulizie si dimette e agisce in giudizio per ottenere il pagamento delle differenze retributive arretrate. Il dipendente rivolge la richiesta sia al datore di lavoro diretto sia all'Azienda Sanitaria committente. Il primo giudice respinge la pretesa verso la committente. In secondo grado, il lavoratore dimentica di inserire nelle conclusioni la domanda verso l'Azienda Sanitaria, limitandosi a un generico richiamo agli atti precedenti. La Corte d'Appello condanna comunque l'Azienda Sanitaria, ma la Corte di Cassazione annulla la decisione. La Suprema Corte stabilisce che la riproposizione domande in appello deve avvenire in modo specifico e puntuale. Il richiamo generico comporta la presunzione di rinuncia. Di conseguenza, l'Azienda Sanitaria vince il ricorso e viene liberata dalla condanna al pagamento.
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Portiere di notte: pause sul lavoro o lavoro straordinario?
Un portiere notturno impiegato presso un albergo ha richiesto giudizialmente il pagamento delle differenze retributive per il lavoro straordinario e supplementare prestato. La società datrice di lavoro sosteneva che le ore notturne costituissero lavoro discontinuo, caratterizzato da momenti di inattività e sonno, escludendo così l'eccedenza oraria. La Corte d'Appello ha invece accertato che il dipendente era tenuto a restare costantemente a disposizione per l'intera durata del turno notturno (dalle 23:00 alle 7:00). Di conseguenza, l'intero periodo di presenza integra lavoro effettivo. La Corte di Cassazione ha confermato la decisione di merito, respingendo il ricorso della società alberghiera e sancendo il diritto del lavoratore a percepire i compensi per lavoro straordinario.
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Licenziamento per giustificato motivo oggettivo e repechage
Il Lavoratore ha impugnato il licenziamento per giustificato motivo oggettivo intimato dall'Azienda a seguito della perdita di un appalto. Il Tribunale ha inizialmente ordinato la reintegrazione per violazione dell'obbligo di ripescaggio. La Corte d'Appello ha ribaltato l'esito: ha ritenuto definitivo l'accertamento sulla crisi aziendale per mancata impugnazione incidentale del dipendente e ha considerato provata l'assenza di altri posti tramite il Libro Unico del Lavoro. La Corte di Cassazione ha evidenziato una questione di massima rilevanza sul rapporto unitario tra soppressione del posto e obbligo di repechage, disponendo la trattazione della causa in pubblica udienza.
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Contributi previdenziali personale di volo: la sede estera cede
L'ente previdenziale ha richiesto i contributi previdenziali personale di volo a una compagnia aerea estera per i dipendenti di stanza all'aeroporto italiano tra il 2009 e il 2012. La compagnia sosteneva l'applicazione esclusiva della legge del proprio Paese di sede legale, qualificando i lavoratori come distaccati. I giudici territoriali avevano respinto le pretese dell'ente. La Corte di Cassazione, recependo i principi vincolanti della Corte di Giustizia UE, ha ribaltato le decisioni precedenti. La Suprema Corte ha chiarito che i locali aeroportuali operativi costituiscono una stabile presenza aziendale. Di conseguenza, sussiste l'obbligo di versare i contributi in Italia, salvo la prova documentale di certificati di esenzione validi. La causa torna quindi in appello per il riscontro delle certificazioni.
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Maggiorazione contributiva amianto e decorrenza della pensione
Un lavoratore ha ottenuto per via giudiziaria il riconoscimento della maggiorazione contributiva amianto, utile a raggiungere i requisiti pensionistici a decorrere da marzo 2011. L'ente previdenziale ha applicato l'aumento ai soli fini dell'importo mensile, negando la retrodatazione della pensione per presunta decadenza triennale, scaturita dal mancato ricorso giudiziale contro il diniego di una seconda domanda amministrativa presentata nel 2011. I giudici di merito hanno accolto la domanda del pensionato, condannando l'istituto a versare oltre 87.000 euro di differenze economiche rispetto all'indennità di mobilità percepita. La Corte di Cassazione ha confermato la decisione, stabilendo che la pendenza del primo processo impedisce qualunque decadenza e che la seconda istanza non cancella i diritti già azionati.
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Licenziamento per giustificato motivo oggettivo e ruoli svolti
Un'azienda ha disposto il licenziamento per giustificato motivo oggettivo di un dipendente a seguito della chiusura della sua filiale. Il lavoratore ha impugnato il recesso contestando la mancata verifica di posizioni alternative. I giudici hanno accertato che l'impiegato svolgeva compiti superiori rispetto all'inquadramento contrattuale originario. Tuttavia, i giudici di secondo grado hanno ritenuto valido il recesso limitando la verifica del reimpiego solo al livello formale di partenza. La Corte di Cassazione ha ribaltato questa decisione. La Suprema Corte ha chiarito che il datore di lavoro deve provare l'impossibilità di ricollocare il dipendente tenendo conto delle mansioni superiori effettivamente svolte e non della sola qualifica formale. La sentenza d'appello è stata cassata con rinvio.
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Prescrizione crediti di lavoro: dipendente pubblico perde il bonus
Un ex dirigente pubblico ha chiesto la condanna dell'Amministrazione Pubblica al pagamento della retribuzione di risultato per l'anno 2009, contestando la minore somma liquidata. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando che la prescrizione crediti di lavoro nel pubblico impiego decorre anche durante il rapporto di lavoro, poiché non sussiste il timore di ritorsioni. Nel caso specifico, il termine di cinque anni ha iniziato a decorrere da febbraio 2011, momento del pagamento parziale, con la conseguenza che il diritto si era ormai estinto al momento della richiesta di pagamento inviata nel maggio 2016. La Corte ha inoltre precisato che il giudice può individuare autonomamente la data di inizio della prescrizione una volta sollevata l'eccezione.
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Appalto fittizio: l’azienda perde e paga i contributi
L'Inps ha richiesto a un'azienda di spedizioni il pagamento di contributi previdenziali omessi, ritenendo che i lavoratori di due cooperative esterne fossero in realtà suoi dipendenti. La Corte d'appello ha confermato l'esistenza di un appalto fittizio, evidenziando che le cooperative non esercitavano un reale potere organizzativo sui lavoratori e non assumevano alcun rischio d'impresa. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dell'azienda, confermando che l'assenza di autonomia organizzativa e di rischio economico qualifica l'operazione come mera somministrazione illecita di manodopera. Di conseguenza, l'azienda è stata condannata al pagamento dei contributi e delle spese processuali.
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Contratto a termine illegittimo: il lavoratore vince dopo anni
Un assistente di volo ha contestato la scadenza del suo primo contratto di lavoro, firmato nel 2000 con una nota compagnia aerea. La Corte d'Appello ha dichiarato che si trattava di un contratto a termine illegittimo per mancanza delle causali di legge, riconoscendo un unico rapporto a tempo indeterminato fin dall'inizio e ordinando la ricostruzione della carriera del dipendente. La Corte di Cassazione ha confermato questa decisione, dichiarando inammissibile il ricorso della società datrice di lavoro. I giudici hanno chiarito che l'azione per far valere la nullità del termine non si prescrive mai e che il semplice passaggio del tempo non dimostra la volontà del lavoratore di rinunciare al posto. Di conseguenza, l'azienda è stata condannata anche al pagamento delle spese legali, consolidando il diritto del lavoratore alla stabilità dell'impiego e all'anzianità pregressa.
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Contratto di apprendistato nullo: la datrice compensa i debiti
La Corte di Cassazione ha esaminato il caso di una lavoratrice assunta con contratto di apprendistato come commessa. La Corte d'Appello aveva riqualificato il rapporto in lavoro ordinario per mancanza di formazione effettiva, condannando la datrice a pagare le differenze retributive. Tuttavia, i giudici di secondo grado avevano omesso di decidere sulle richieste della datrice di scalare da tali somme l'indennità di mancato preavviso per le dimissioni e il rimborso di alcune rate di mutuo pagate come garante. La Cassazione ha accolto il ricorso della datrice di lavoro, stabilendo che il giudice d'appello deve obbligatoriamente pronunciarsi sulle eccezioni di compensazione sollevate.
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Contratto di apprendistato: senza prove niente sconti INPS
Un datore di lavoro, titolare di un salone di parrucchiere, ha perso le agevolazioni contributive per non aver avviato la propria dipendente ai corsi di formazione esterna previsti per il contratto di apprendistato. L'INPS ha emesso una cartella di pagamento a causa del grave inadempimento formativo del datore, che non aveva risposto alle convocazioni del Centro per l'Impiego. L'artigiano si è difeso sostenendo che il contratto collettivo applicato non prevedesse tali obblighi, ma non ha fornito in giudizio la prova del testo contrattuale. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso del datore di lavoro, confermando che l'onere della prova spetta a chi richiede le agevolazioni e che i contratti collettivi privati devono essere depositati in atti dalle parti.
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Inquadramento superiore: la forma non cancella il diritto
Una lavoratrice ha chiesto il riconoscimento di un inquadramento superiore o, in subordine, di un livello intermedio. Il Tribunale ha accolto la domanda principale. L'azienda ha proposto appello e la Corte d'Appello ha ribaltato la decisione, ritenendo rinunciata la domanda subordinata perché non inserita nelle conclusioni formali della memoria difensiva. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso della lavoratrice, stabilendo che la richiesta di inquadramento superiore intermedio era stata chiaramente riproposta nel corpo dell'atto difensivo, senza necessità di formule sacramentali. La sentenza è stata cassata con rinvio.
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