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Art. 322-ter Codice Penale — Anno 2026

Altri anni per Art. 322-ter Codice Penale

Truffa aggravata Superbonus: il reato scatta alla cessione
La Procura contesta il delitto di truffa aggravata Superbonus a un imprenditore per aver creato oltre seicentomila euro di crediti fiscali fittizi tramite fatture per lavori edili mai realizzati. Il Tribunale del riesame derubrica l'addebito a semplice tentativo e cancella il sequestro preventivo per equivalente sui beni, sul presupposto che nessuno ha ancora compensato o incassato quei crediti. La Corte di Cassazione a Sezioni Unite accoglie il ricorso del Pubblico Ministero e annulla l'ordinanza. La Corte stabilisce che la truffa aggravata ai danni dello Stato è pienamente consumata non appena il cessionario accetta sulla piattaforma fiscale il credito generato con false attestazioni, rendendo legittimo il blocco dei beni dell'indagato.
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Confisca per equivalente sui conti della società schermo
A seguito della condanna definitiva dell'amministratore per reati fiscali, l'autorità giudiziaria ha disposto la confisca per equivalente su somme intestate a un'altra società a lui riconducibile. La società colpita ha presentato opposizione, sostenendo la propria totale estraneità ai fatti, l'autonomia del patrimonio sociale e l'assenza di una preventiva ricerca dei beni presso l'azienda originariamente autrice della frode, nel frattempo fallita. La Corte di Cassazione ha confermato la legittimità del blocco economico, dichiarando inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che, accertata l'incapienza dell'ente fallito, il recupero per equivalente può colpire i beni di un'altra compagine societaria se questa opera come mero schermo fittizio. Nel caso esaminato, il condannato deteneva la quasi totalità delle quote, la delega bancaria illimitata ed effettuava prelievi per scopi personali estranei all'attività d'impresa.
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Confisca per equivalente: conti societari bloccati
La Procura Generale ha disposto il blocco di somme depositate su conti e carte di una società in accomandita semplice, ritenendola mero schermo del condannato per reati fiscali commessi con un'altra azienda fallita. La società ha contestato il prelievo sostenendo la propria totale autonomia e invocando la tutela prevista per i terzi non coinvolti nel reato. La Corte di Cassazione ha confermato la legittimità della confisca per equivalente. I giudici hanno chiarito che l'accusa non deve compiere inutili ricerche sul patrimonio della società fallita se la sua insolvenza è manifesta. Inoltre, la misura colpisce legittimamente i beni formalmente intestati a persone giuridiche quando l'amministratore condannato ne detiene il dominio assoluto e la gestione esclusiva.
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Peculato: restituire il bene comprato non cancella la condanna
L'ex presidente di un ordine professionale ha acquistato un televisore utilizzando la carta di credito dell'ente. L'indagata ha trattenuto l'apparecchio per diversi mesi per scopi personali, senza registrarlo né collocarlo nella sede istituzionale. Soltanto dopo la scoperta di anomalie contabili e la presentazione di una denuncia, l'oggetto è stato riportato di nascosto negli uffici. La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per peculato. I giudici hanno chiarito che la condotta illecita si perfeziona con l'appropriazione del denaro dell'ente destinato a finalità private. La successiva restituzione materiale del bene acquistato non cancella il reato e non impedisce la confisca diretta della somma spesa, poiché non equivale alla restituzione integrale del denaro sottratto né costituisce un'efficace condotta riparatoria.
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Peculato in concorso tra privato e custode giudiziario
Un operatore di un'impresa di onoranze funebri, sottoposta a sequestro preventivo di prevenzione, incassava somme in contanti dai clienti omettendo o riducendo la fatturazione. L'uomo tratteneva gli importi senza riversarli alla procedura. Il custode nominato dal tribunale tollerava consapevolmente la prassi e ometteva ogni vigilanza sulla cassa aziendale. La Corte d'Appello confermava la condanna del lavoratore per appropriazione illecita. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando la responsabilità per peculato in concorso. Anche se l'operatore era un privato privo di poteri autoritativi, risponde del reato poiché ha sottratto le somme d'intesa con il custode giudiziario, pubblico ufficiale omissivo. La successiva revoca del sequestro non cancella retroattivamente il delitto già consumato.
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Confisca per equivalente: il verdetto definitivo non si tocca
Un condannato per autoriciclaggio ha chiesto al giudice dell'esecuzione di ridurre la confisca per equivalente disposta a suo carico. Il ricorrente pretendeva di versare solo un terzo dell'importo totale del profitto illecito, pari a oltre novecentomila euro, richiamando una recente pronuncia delle Sezioni Unite contraria alla solidarietà passiva tra correi. I giudici di primo grado avevano però già ordinato la confisca solidale e l'imputato non aveva contestato tale statuizione in appello, lasciando che la decisione diventasse definitiva. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso. Il principio di intangibilità della sentenza irrevocabile impedisce di riaprire la quantificazione economica in sede esecutiva. Il mutamento giurisprudenziale successivo non rende illegale la misura patrimoniale già coperta dal giudicato formale.
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Confisca obbligatoria nel patteggiamento: annullata la sentenza
Un dipendente pubblico ha concordato la pena tramite patteggiamento per corruzione e truffa ai danni dello Stato. L'imputato ha restituito il guadagno della corruzione, ma il giudice ha omesso di ordinare il sequestro dei proventi delle truffe. La Procura Generale ha presentato ricorso in Cassazione contro l'omissione della misura sanzionatoria. La Suprema Corte ha accolto il ricorso affermando il principio della confisca obbligatoria nel patteggiamento per i reati di truffa aggravata. Anche se le parti non l'hanno inserita nell'accordo, la misura patrimoniale deve essere sempre applicata. La sentenza è stata annullata limitatamente a questo punto, rinviando al giudice per l'applicazione della misura.
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Induzione indebita: reato prescritto ma la confisca resta
Due amministratori locali chiedevano a un imprenditore la somma di 10.000 euro per evitare ostacoli nell'appalto dei lavori cimiteriali. Tale condotta integra il reato di induzione indebita. La Corte di Cassazione ha dichiarato l'estinzione del reato per sopravvenuta prescrizione. Tuttavia, i giudici hanno confermato l'accertamento della responsabilità penale dei due imputati ai soli fini della confisca. La misura ablativa del profitto illecito resta valida limitatamente al denaro, divisa in quote pari a 5.000 euro ciascuno, mentre annulla la confisca per equivalente su altri beni.
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Omesso versamento IVA: la Cassazione annulla la prescrizione
Un'amministratrice di una società edile affronta l'imputazione per omesso versamento IVA per oltre 280 mila euro. La difesa dimostra che il mancato versamento deriva da un'improvvisa crisi di liquidità dovuta ad eventi imprevisti, tra cui un colpo di Stato in un Paese estero che ha bloccato incassi per oltre un milione di euro. La Corte di Appello dichiara il reato estinto per prescrizione e conferma la confisca dei beni, ignorando la richiesta di proscioglimento pieno. La Corte di Cassazione annulla la decisione. I giudici supremi affermano che il giudice deve valutare con attenzione la documentazione sulla crisi incolpevole. Se l'innocenza emerge chiaramente dagli atti, l'imputata deve ottenere l'assoluzione nel merito anziché la semplice prescrizione.
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Patteggiamento e confisca: quando serve una motivazione
Alcuni soggetti hanno concordato una pena per reati legati a false fatture e crediti d'imposta sul Superbonus 110%. Il giudice di merito ha applicato la pena e ordinato la misura della confisca dividendo i guadagni illeciti in parti uguali. Gli imputati hanno proposto ricorso per contestare il reato associativo e la mancanza di motivazione sul sequestro dei beni. La Corte di Cassazione ha confermato la responsabilita penale per l'associazione a delinquere, ma ha annullato la misura patrimoniale. Nel tema del patteggiamento e confisca, la Suprema Corte ha stabilito che il giudice deve spiegare in modo dettagliato le norme applicate e le quote esatte da sottrarre a ciascun responsabile, soprattutto se il sequestro non faceva parte dell'accordo originario tra le parti.
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Confisca per equivalente e limiti alla riparazione pecuniaria
La Corte di Cassazione ha esaminato i ricorsi presentati da diversi imputati condannati per reati di corruzione e peculato nella gestione di procedure di prevenzione. I giudici hanno confermato la legittimità della confisca per equivalente disposta a carico del professionista incaricato, quantificata scorporando il compenso per l'attività lecita dal profitto illecito. La Suprema Corte ha invece annullato senza rinvio la condanna alla riparazione pecuniaria inflitta allo stesso imputato, ritenendo la sanzione inapplicabile retroattivamente a fatti antecedenti alla riforma normativa del 2019. Sono stati dichiarati inammissibili i ricorsi degli altri coimputati in punto di pene accessorie, valutazione del danno civile e responsabilità per corruzione per la funzione.
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Sequestro preventivo: la Cassazione annulla la revoca dei beni
La Corte di Cassazione ha esaminato la vicenda di un imprenditore agricolo accusato di truffa aggravata per il conseguimento di contributi pubblici ed erogazioni comunitarie. L'indagato utilizzava terreni comunali e l'intestazione fittizia di un'azienda alla convivente per aggirare i controlli antimafia. Il Tribunale cautelare aveva revocato il sequestro preventivo dei beni aziendali e dei terreni, escludendo il pericolo di reiterazione e limitando il blocco patrimoniale. La Suprema Corte ha accolto il ricorso del Pubblico Ministero, stabilendo che la valutazione del pericolo deve considerare l'intero sistema fraudolento e la storia criminale pregressa per la confisca per sproporzione. Il sequestro preventivo deve pertanto essere rivalutato dal giudice di merito.
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Confisca per equivalente: leciti o no, i beni si pagano
Un imprenditore ha concordato una pena mediante patteggiamento per reati di corruzione e turbativa d'asta. Il giudice ha disposto la confisca per equivalente della somma di 46.000 euro quale profitto del reato. L'imputato ha presentato ricorso in Cassazione sostenendo che ulteriori 21.865 euro, già sequestrati presso la sua abitazione, provenissero da risparmi leciti destinati all'azienda e non potessero essere confiscati. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che i 21.865 euro già bloccati costituiscono un acconto del debito complessivo di 46.000 euro e non una duplicazione. Inoltre, la misura della confisca per equivalente colpisce il patrimonio a prescindere dall'origine lecita o illecita del denaro.
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Sottrazione fraudolenta di imposte: sequestro solo sui beni
I giudici di merito hanno disposto il sequestro preventivo dei beni di due amministratori, accusati del reato di sottrazione fraudolenta al pagamento di imposte per aver trasferito un'azienda commerciale a una nuova società così da eludere il Fisco. Il blocco cautelare è stato quantificato automaticamente nell'intero debito tributario non pagato, pari a oltre trecentomila euro. Gli indagati hanno proposto ricorso per Cassazione contestando il calcolo del valore da vincolare. La Suprema Corte ha accolto il ricorso sul punto della quantificazione. I giudici hanno chiarito che il profitto confiscabile coincide esclusivamente con il valore effettivo dei beni sottratti alla garanzia dell'Erario e non con la totalità del debito fiscale accumulato dalla società.
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Sequestro preventivo per equivalente: stop ai crediti falsi
Un'azienda edile ha impugnato il sequestro preventivo per equivalente di oltre 11 milioni di euro, disposto in relazione al reato di indebita percezione di erogazioni pubbliche per lavori legati al Superbonus 110%. L'accusa contestava la falsa attestazione di lavori condominiali per oltre 25 milioni di euro, a fronte di interventi reali inferiori a 2,5 milioni. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso dell'azienda. I giudici hanno chiarito che i crediti d'imposta fittizi costituiscono profitto del reato e che la falsa asseverazione comporta la decadenza dall'intero beneficio fiscale. Di conseguenza, il sequestro preventivo per equivalente deve colpire l'intero importo del contributo statale indebitamente percepito, senza possibilità di scomputare i lavori eseguiti successivamente o i costi realmente sostenuti dall'impresa.
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Peculato in ricevitoria: condanna certa ma la pena si riduce
Una concessionaria di una ricevitoria del lotto è stata condannata per il reato di peculato per non aver versato all'Erario oltre tredicimila euro di incassi. La Corte di Cassazione ha confermato la responsabilità penale, ma ha accolto il ricorso della difesa su due punti cruciali. I giudici di appello hanno infatti sbagliato a negare le attenuanti generiche basandosi sul silenzio dell'imputata durante il processo, che costituisce un legittimo diritto di difesa. Inoltre, la sentenza impugnata ha omesso di sottrarre dalla somma da confiscare i duemila euro che la donna aveva già restituito spontaneamente dopo il reato. La Cassazione ha quindi annullato la decisione limitatamente alla pena e alla confisca, disponendo un nuovo calcolo favorevole alla ricorrente.
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Sequestro probatorio: le finte consulenze non salvano i beni
La Corte di Cassazione ha confermato il sequestro probatorio di denaro, telefoni e documenti a carico di un tecnico della prevenzione dell'Azienda Sanitaria, indagato per corruzione e peculato. L'indagato riceveva tangenti da imprese sottoposte a controllo, mascherate da finte consulenze fatturate dalla moglie e dalla figlia. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso, stabilendo che i termini per la trasmissione degli atti al Tribunale del Riesame in materia di sequestro hanno natura meramente ordinatoria e che il denaro costituente il prezzo della corruzione è sempre confiscabile e non restituibile.
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Confisca tributaria: no al sequestro se il reato è prescritto
Il G.i.p. del Tribunale di Roma aveva negato la restituzione dei beni sequestrati a un'indagata, disponendo la confisca tributaria nonostante la sua posizione fosse stata archiviata per prescrizione durante le indagini preliminari. Il giudice aveva giustificato la misura basandosi sull'accertamento del reato compiuto nei soli confronti dei coindagati. La Corte di Cassazione accoglie il ricorso dell'indagata, chiarendo che la confisca tributaria richiede sempre una condanna o, in caso di prescrizione, un accertamento formale e individuale di responsabilità, che non può essere desunto dalle indagini su altri soggetti. Di conseguenza, la Suprema Corte annulla l'ordinanza senza rinvio e ordina l'immediata restituzione dei beni sequestrati.
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Confisca per equivalente: no al doppio prelievo dello Stato
L'Amministratore, condannato per reati tributari, ha richiesto la restituzione dei beni sequestrati in eccedenza rispetto al profitto del reato. Egli sosteneva che i versamenti effettuati dai curatori fallimentari agli enti previdenziali dovessero essere detratti dal valore della confisca per equivalente. La Corte d'appello ha rigettato l'istanza limitando l'esame a due sole società. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso dell'Amministratore, stabilendo che il giudice dell'esecuzione deve valutare l'intera documentazione difensiva. La confisca per equivalente non può superare il profitto effettivo del reato, detraendo quanto già restituito o versato, per evitare una duplicazione sanzionatoria contraria al principio di proporzionalità. La decisione è stata annullata con rinvio a una diversa sezione della Corte d'appello.
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Pazienti curati ma è corruzione per l’esercizio della funzione
Un primario ospedaliero e due referenti di un'azienda farmaceutica erano accusati di corruzione per aver favorito l'acquisto di protesi in cambio di visibilità mediatica e strumenti tecnologici. La Corte d'Appello aveva condannato gli imputati per corruzione propria. La Corte di Cassazione ha invece riqualificato il fatto in corruzione per l'esercizio della funzione. I giudici hanno rilevato che la scelta delle protesi mirava alla migliore cura dei pazienti, senza causare danni economici all'ospedale. Di conseguenza, non essendoci stata una violazione dei doveri d'ufficio finalizzata a danneggiare la pubblica amministrazione, il reato è stato derubricato e dichiarato estinto per prescrizione. La Cassazione ha inoltre annullato la confisca per equivalente nei confronti delle due referenti, confermando però le statuizioni civili.
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