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Art. 319-bis Codice Penale — Anno 2026

Altri anni per Art. 319-bis Codice Penale

Sequestro prezzo corruzione: soldi in casa non sono al sicuro
La Corte di Cassazione ha confermato il sequestro di 35.000 euro trovati nell'abitazione di un'imprenditrice, indagata per corruzione e turbativa d'asta. La somma era ritenuta parte di una tangente promessa a un pubblico ufficiale per l'aggiudicazione di un appalto. La difesa sosteneva la provenienza lecita del denaro, ma i giudici hanno stabilito un principio chiave: il denaro accantonato con la specifica e attuale destinazione di pagare una tangente costituisce il 'prezzo del reato'. Di conseguenza, è legittimo il **sequestro prezzo corruzione** anche prima della sua effettiva consegna. L'imprenditrice ha perso il ricorso e il sequestro è stato convalidato.
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Sequestro preventivo corruzione: validità della misura
La Corte di Cassazione ha confermato il sequestro preventivo corruzione per una somma superiore a 180.000 euro trovata in una cassaforte privata. La misura è stata ritenuta necessaria per evitare la dispersione di beni destinati al pagamento di una tangente per un appalto pubblico. La Corte ha valorizzato la sproporzione tra il denaro rinvenuto e i redditi dell'indagata, oltre al contenuto di intercettazioni ambientali che provavano il suo coinvolgimento attivo.
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Reato di corruzione unico: la Cassazione chiarisce
La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 3358/2026, si è pronunciata su un complesso caso di corruzione, stabilendo che plurime dazioni di denaro e utilità a pubblici ufficiali, se riconducibili a un unico patto illecito, configurano un reato di corruzione unico e permanente. La Corte ha rigettato i ricorsi di un assessore e di un funzionario comunale, condannati per aver favorito un imprenditore nell'aggiudicazione di un appalto per servizi sociali. La decisione sottolinea che l'accordo corruttivo iniziale funge da collante per tutte le condotte successive, posticipando la decorrenza della prescrizione all'ultimo pagamento ricevuto.
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Flagranza di reato: quando l’arresto è legittimo?
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso del Pubblico Ministero, confermando che non sussiste la flagranza di reato per corruzione se l'arresto si basa sul ritrovamento di denaro mesi dopo il fatto illecito. Per un arresto legittimo, è necessario un nesso immediato e percepibile tra il soggetto, le tracce del reato e la commissione dello stesso al momento dell'intervento della polizia.
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Ingiusta detenzione: quando la colpa grave la nega
Un ex funzionario pubblico, assolto da tutte le accuse dopo un periodo di detenzione cautelare, ha richiesto un indennizzo per ingiusta detenzione. La Corte di Cassazione ha confermato il diniego del risarcimento, stabilendo che la condotta dell'individuo, caratterizzata da un uso distorto della funzione pubblica e pressioni indebite, costituiva una "colpa grave" che aveva dato causa alla detenzione, precludendo così il diritto alla riparazione.
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Ingiusta detenzione: non basta il licenziamento
La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 965/2026, ha chiarito i limiti del risarcimento per ingiusta detenzione. Un cittadino, assolto dopo un periodo di detenzione, aveva ottenuto un indennizzo ma si era visto negare il risarcimento per la perdita del lavoro e per il danno da clamore mediatico ('strepitus fori'). La Suprema Corte ha confermato la decisione, sottolineando che il ricorrente non aveva fornito prove sufficienti del nesso causale tra la detenzione e il licenziamento, né della sussistenza di un danno mediatico eccezionale.
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