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Art. 309 Codice di Procedura Penale — Sezione Sesta Penale

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Altri anni per Art. 309 Codice di Procedura Penale

Estorsione aggravata da metodo mafioso: tra consiglio e minaccia
Il caso riguarda un proprietario terriero accusato di estorsione aggravata da metodo mafioso per aver imposto all'affittuario della propria azienda turistica l'assunzione di due guardiani vicini a una cosca locale, al fine di evitare problemi sul territorio. Il Tribunale del Riesame aveva annullato la custodia cautelare in carcere, ritenendo le pressioni semplici suggerimenti commerciali. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del Procuratore della Repubblica, evidenziando la grave contraddittorietà del provvedimento. Il Tribunale ha infatti ignorato le dichiarazioni della vittima su pressioni e angherie subite, valorizzando solo parzialmente i fatti. La Cassazione ha quindi annullato l'ordinanza, rinviando il caso al Tribunale di Catanzaro per un nuovo e completo esame delle prove.
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Esigenze cautelari: annullato il carcere per l’indagato
Il Tribunale del Riesame confermava la custodia in carcere per l'Indagato, accusato di associazione mafiosa e tentata estorsione aggravata dal metodo mafioso per aver preteso subappalti da un'impresa edile. L'Indagato proponeva ricorso in Cassazione contestando la gravità degli indizi e l'attualità delle esigenze cautelari, evidenziando la revoca di precedenti misure di prevenzione. La Suprema Corte ha rigettato i motivi relativi alla colpevolezza, ritenendo solidi gli indizi di reato e l'uso del metodo mafioso. Ha invece accolto il ricorso sulle esigenze cautelari, annullando l'ordinanza con rinvio. I giudici di legittimità hanno stabilito che il decorso del tempo e i provvedimenti favorevoli successivi richiedono una motivazione concreta e individualizzata sull'effettivo pericolo di recidiva, non bastando il mero richiamo alla presunzione di legge.
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Droga in borsa ma negato il diritto di partecipazione all’udienza
Il Tribunale del Riesame aveva confermato gli arresti domiciliari per una donna, accusata in concorso con il marito di detenzione di stupefacenti. La donna aveva chiesto tempestivamente di partecipare all'udienza di riesame, ma il Tribunale non l'aveva autorizzata a presentarsi. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso, stabilendo che l'omessa autorizzazione viola il diritto di partecipazione all'udienza, determinando una nullità assoluta e insanabile del provvedimento. Inoltre, i giudici di legittimità hanno accolto il motivo relativo al mancato riconoscimento della lieve entità del reato, poiché i giudici di merito si erano basati solo sul dato quantitativo della droga senza valutare il contesto complessivo e l'incensuratezza della donna. La sentenza è stata quindi annullata con rinvio per un nuovo giudizio.
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Induzione indebita a dare o promettere utilità: accuse smentite
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso del Pubblico Ministero contro il rifiuto di applicare una misura cautelare nei confronti di un funzionario pubblico. L'indagato era accusato del reato di induzione indebita a dare o promettere utilità per aver asseritamente convinto un imprenditore a fornirgli arredi gratuiti per la propria abitazione. I giudici di merito hanno ritenuto insussistenti i gravi indizi di colpevolezza a causa della totale inattendibilità e delle contraddizioni nelle dichiarazioni dell'imprenditore, giudicato reticente e non credibile. La Suprema Corte ha confermato che non è possibile richiedere in sede di legittimità una nuova valutazione dei fatti se la motivazione del provvedimento impugnato è logica, coerente e priva di vizi giuridici.
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Custodia cautelare in carcere: la condanna cancella i riesami
L'Imputata, accusata di associazione a delinquere finalizzata alla circonvenzione di incapaci, ricettazione ed estorsione, impugnava la conferma della custodia cautelare in carcere disposta dal Tribunale del Riesame in sede di rinvio. La difesa contestava l'omessa valutazione sulle modalità di accertamento dell'incapacità delle vittime. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno stabilito che la sopravvenuta sentenza di condanna in primo grado, anche se non definitiva, assorbe la verifica dei gravi indizi di colpevolezza e fa venir meno l'interesse dell'indagato a contestare la misura cautelare in sede di riesame. La decisione cautelare non può infatti porsi in contrasto con l'accertamento di merito già compiuto dal giudice di primo grado.
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Esigenze cautelari: la Cassazione frena il ricorso del PM
Il Tribunale del riesame riduceva da un anno a sei mesi la durata di una misura interdittiva applicata a un indagato, escludendo i gravi indizi per il reato di frode in pubbliche forniture. Il Pubblico Ministero proponeva ricorso in Cassazione contestando solo l'esclusione dei gravi indizi di colpevolezza, senza però motivare sulla persistenza e attualità delle esigenze cautelari, nonostante la misura fosse già interamente decorsa. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso del Pubblico Ministero. I giudici hanno stabilito che l'accusa, per impugnare utilmente la revoca o riduzione di una misura, deve dimostrare l'attualità delle esigenze cautelari, soprattutto quando il periodo di efficacia della misura è già scaduto. Di conseguenza, l'indagato mantiene la riduzione della misura interdittiva ormai esaurita.
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Misure cautelari personali: sacerdote libero, ko il ricorso del PM
Un sacerdote era indagato per aver falsamente attestato la disponibilità ad accogliere un soggetto per l'affidamento in prova, in cambio di denaro. Il Tribunale del Riesame ha annullato le misure cautelari personali (arresti domiciliari) per mancanza di gravi indizi di colpevolezza, non essendo stati identificati né il documento falso né il beneficiario. Il Pubblico Ministero ha proposto ricorso in Cassazione contestando solo l'assenza di indizi. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile per difetto di interesse: il PM che impugna la revoca di una misura cautelare deve dimostrare non solo la sussistenza degli indizi, ma anche l'attualità delle esigenze cautelari. Vince il sacerdote, che rimane libero.
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Associazione finalizzata allo spaccio: il contatto non basta
Il Tribunale del Riesame confermava la custodia cautelare in carcere per un uomo accusato di far parte di un'associazione finalizzata allo spaccio di stupefacenti. L'indagato proponeva ricorso in Cassazione, lamentando l'assenza di prove circa il suo effettivo inserimento nella struttura criminale, avendo egli avuto contatti documentati solo con un singolo esponente del gruppo. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso, stabilendo che la semplice disponibilità verso un singolo associato o la commissione di singoli reati in concorso non bastano a dimostrare la partecipazione al sodalizio. È necessaria la consapevolezza di operare per un disegno criminoso più ampio. La Suprema Corte ha quindi annullato l'ordinanza, ordinando un nuovo esame al Tribunale.
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Competenza territoriale nei reati associativi: Roma cede a Prato
L'Indagata è stata sottoposta a custodia cautelare in carcere con l'accusa di essere promotrice di un'associazione finalizzata al traffico di droga operante tra Prato e Roma. La difesa ha eccepito l'incompetenza del Tribunale di Roma, sostenendo che la direzione strategica del sodalizio si trovasse a Prato. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso, stabilendo che la competenza territoriale nei reati associativi si determina nel luogo in cui si svolge la programmazione e la direzione delle attività criminose, e non dove l'associazione è nata o dove è avvenuto l'ultimo reato-scopo. Di conseguenza, la Suprema Corte ha annullato l'ordinanza e ha rinviato gli atti al Tribunale del Riesame per una nuova valutazione.
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Competenza territoriale: decide il centro di comando della banda
Una donna, accusata di far parte di un'associazione finalizzata al traffico di droga (shaboo), ha impugnato l'ordinanza di custodia cautelare in carcere. La difesa ha contestato la competenza del Tribunale di Roma, sostenendo che il centro decisionale del gruppo criminale fosse a Prato, rendendo così competente il Tribunale di Firenze. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso, stabilendo che la competenza territoriale si determina nel luogo in cui avvengono la programmazione e la direzione dell'attività criminosa, e non dove si consumano i singoli reati-fine. Di conseguenza, la Suprema Corte ha annullato la decisione precedente, ordinando un nuovo giudizio per verificare dove si trovasse la vera centrale operativa della banda.
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Esigenze cautelari: no al carcere se la motivazione è errata
La Corte di Cassazione ha annullato con rinvio l'ordinanza del Tribunale del Riesame che confermava la custodia in carcere per un indagato accusato di associazione mafiosa ed estorsione. Sebbene i gravi indizi di colpevolezza siano stati confermati, i giudici di legittimità hanno accolto il ricorso sulle esigenze cautelari. Il Tribunale aveva infatti motivato il pericolo di recidiva basandosi su presupposti errati e non personalizzati, come presunti precedenti penali inesistenti, un ruolo di vertice mai contestato e una precedente detenzione mai avvenuta. Ora il Tribunale dovrà rivalutare la reale necessità della misura restrittiva.
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Estorsione aggravata: la Cassazione annulla la scarcerazione
Il Procuratore della Repubblica ha impugnato l'ordinanza con cui il Tribunale del Riesame aveva annullato la custodia cautelare in carcere per un indagato, accusato di concorso in estorsione aggravata dal metodo mafioso. Secondo l'accusa, l'indagato aveva costretto il direttore di un villaggio turistico ad assumere soggetti vicini alla criminalità organizzata e ad affidare il servizio lavanderia a una specifica ditta. Il Tribunale aveva escluso i gravi indizi valorizzando solo una dichiarazione della vittima che parlava di semplici suggerimenti. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del Procuratore, rilevando che il giudice del riesame ha omesso di valutare l'intero quadro indiziario, comprese le altre dichiarazioni della vittima sulle minacce subite e le intercettazioni telefoniche. L'ordinanza è stata annullata con rinvio per un nuovo esame.
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Gravi indizi di colpevolezza: la Cassazione cancella il carcere
La Corte di Cassazione ha annullato l'ordinanza di custodia cautelare in carcere emessa nei confronti de L'Indagato, accusato di associazione mafiosa ed estorsione. I giudici hanno stabilito che il Tribunale ha errato nel ritenere sussistenti i gravi indizi di colpevolezza. Riguardo al reato associativo, i giudici hanno dato per presupposta l'appartenenza del soggetto al clan senza dimostrarla con fatti concreti. Per l'estorsione, la semplice presenza de L'Indagato che accompagnava un altro soggetto non prova la sua consapevolezza del fine illecito (concorso morale). La Cassazione ha inoltre chiarito che il vizio di un'intercettazione non si estende automaticamente a quelle successive. Il caso torna al Tribunale di Catanzaro per una nuova valutazione.
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Associazione di tipo mafioso: un solo reato non prova l’affiliazione
La Corte di Cassazione ha esaminato il ricorso di un imprenditore sottoposto a custodia cautelare in carcere per tentata estorsione e partecipazione a un'associazione di tipo mafioso. Mentre i giudici hanno confermato la gravità degli indizi per il singolo episodio di estorsione, hanno accolto il ricorso sul reato associativo. La Suprema Corte ha stabilito che la semplice cooperazione in un singolo reato-fine non basta a dimostrare l'affiliazione stabile a un clan. Per configurare il reato di associazione di tipo mafioso occorre infatti una prova rigorosa della stabile messa a disposizione del soggetto a favore del sodalizio criminale. Di conseguenza, l'ordinanza cautelare è stata annullata limitatamente a questa accusa, con rinvio al Tribunale del riesame per una nuova valutazione.
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Carenza di interesse: se la misura scade il ricorso è inutile
Il Tribunale di Catanzaro riduceva a quattro mesi la durata di una misura interdittiva applicata a un Dirigente Comunale per l'ipotesi di falso in atto pubblico. Sia l'indagato sia il Pubblico Ministero proponevano ricorso in Cassazione. Tuttavia, prima dell'udienza di legittimità, il termine di quattro mesi della misura scadeva interamente. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili entrambi i ricorsi per sopravvenuta carenza di interesse. Per l'indagato non sussiste un interesse concreto e attuale a contestare la misura ormai cessata, data l'autonomia del giudizio cautelare rispetto a quello di merito. Anche il ricorso del Pubblico Ministero è inammissibile, non avendo dimostrato la persistenza di concrete esigenze cautelari dopo la scadenza del termine.
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Omessa notifica all’indagato: perché l’errore non salva la difesa
L'Indagato, sottoposto agli arresti domiciliari, ha impugnato l'ordinanza del Riesame lamentando l'omessa notifica all'indagato dell'avviso di udienza, poiché si trovava in isolamento per Covid-19. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso. I giudici hanno chiarito che la mancata notifica costituisce una nullità a regime intermedio. Questa nullità deve essere formalmente eccepita dalla difesa durante l'udienza stessa. Nel caso specifico, il difensore si era limitato a chiedere un rinvio per motivi di salute del suo assistito, senza sollevare formalmente l'eccezione di nullità. Di conseguenza, la mancata contestazione immediata ha sanato il vizio, rendendo impossibile farlo valere in un momento successivo davanti alla Cassazione. L'Indagato perde il ricorso e deve pagare le spese processuali.
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Patto corruttivo: la consegna di denaro non basta per l’arresto
Il Tribunale di Catanzaro aveva confermato la misura degli arresti domiciliari per un Imprenditore, accusato di aver pagato cinquemila euro a un Funzionario Pubblico per favorire la propria attività economica. L'indagato ha proposto ricorso in Cassazione, lamentando l'assenza di prove sul collegamento tra il denaro e l'attività del funzionario. La Suprema Corte ha accolto il ricorso, stabilendo che la semplice consegna di denaro non basta a dimostrare la colpevolezza. Per configurare il reato è indispensabile provare l'esistenza di un vero e proprio patto corruttivo, ossia il legame diretto tra il pagamento e l'asservimento della funzione pubblica. Di conseguenza, l'ordinanza cautelare è stata annullata con rinvio per un nuovo esame.
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Divieto di reformatio in peius: carcere confermato per l’indagato
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso de L'Indagato contro la custodia cautelare in carcere per associazione finalizzata al traffico di stupefacenti. Il Tribunale aveva riqualificato il reato e dichiarato l'incompetenza territoriale, mantenendo la misura cautelare. La difesa lamentava la violazione del divieto di reformatio in peius. I giudici hanno chiarito che tale principio non viene violato se la riqualificazione giuridica del fatto non comporta l'applicazione di una misura cautelare più afflittiva rispetto a quella originaria. Di conseguenza, L'Indagato perde il ricorso e viene condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Spaccio di lieve entità: no a ipotesi future contro prove reali
Il Tribunale di Napoli aveva confermato l'obbligo di firma per un uomo sorpreso a cedere circa quattro grammi di cocaina, rifiutando di qualificare il fatto come spaccio di lieve entità. Il rifiuto si basava sull'ipotesi, ancora da verificare, che l'indagato potesse far parte di una rete criminale più ampia. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso della difesa, stabilendo che la valutazione sulla gravità del reato deve fondarsi esclusivamente su prove concrete e già acquisite, non su semplici ipotesi investigative future. Di conseguenza, la Suprema Corte ha annullato il provvedimento e ha ordinato al Tribunale del Riesame di rivalutare il caso applicando correttamente la legge.
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Scadenza dei termini nei giorni festivi: la PEC salva il ricorso
Il Tribunale del Riesame aveva dichiarato inammissibile, perché ritenuto tardivo, il ricorso presentato dal difensore di un indagato sottoposto agli arresti domiciliari. Il ricorso era stato inviato tramite PEC il lunedì successivo alla domenica in cui scadeva il termine di dieci giorni. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso dell'indagato, stabilendo che la regola sulla scadenza dei termini nei giorni festivi si applica pienamente anche alle impugnazioni inviate tramite posta elettronica certificata. Di conseguenza, se il termine scade di domenica, la scadenza è prorogata di diritto al lunedì successivo. La Suprema Corte ha quindi annullato l'ordinanza impugnata e ha rinviato gli atti al Tribunale per un nuovo esame del caso.
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