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Art. 3 Costituzione — Anno 2026

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Altri anni per Art. 3 Costituzione

Proroga del regime carcerario 41-bis: la condotta non basta
Il Tribunale di Sorveglianza ha confermato la proroga del regime carcerario 41-bis per un detenuto, ritenuto esponente di vertice di un clan mafioso. La difesa ha impugnato la decisione sostenendo che il lungo tempo trascorso in carcere, la buona condotta e una vecchia dichiarazione di dissociazione avessero reciso i legami con l'esterno. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno evidenziato che la pericolosità del detenuto è ancora attuale, come dimostrato da recenti colloqui in carcere con il fratello, nei quali si discuteva della gestione del clan. La Suprema Corte ha ribadito che il decorso del tempo non cancella automaticamente il regime carcerario 41-bis se permane la capacità di inviare direttive all'esterno, confermando la legittimità costituzionale della norma.
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Sanzioni sostitutive: no all’applicazione dopo il giudicato
Il Condannato ha subito la revoca della sospensione condizionale della pena a causa di una nuova condanna definitiva. Di conseguenza, ha richiesto al giudice dell'esecuzione l'applicazione delle sanzioni sostitutive introdotte dalla Riforma Cartabia per evitare il carcere. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, stabilendo che le nuove sanzioni sostitutive non si applicano ai procedimenti esecutivi relativi a sentenze passate in giudicato prima dell'entrata in vigore della riforma. La norma transitoria limita infatti l'applicazione di favore ai soli giudizi di cognizione ancora pendenti in primo o secondo grado.
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Orologio di lusso e contrabbando doganale: la confisca è lecita
Un cittadino svizzero acquista in Italia un orologio di lusso con fattura per esportazione. Dopo aver assolto l'IVA in Svizzera, rientra in Italia senza dichiarare il bene. L'Amministrazione Doganale contesta il contrabbando doganale per mancato pagamento di dazi e IVA all'importazione, confiscando l'orologio. La Corte di Cassazione rigetta il ricorso del viaggiatore. I giudici chiariscono che l'orologio, una volta sdoganato in Svizzera, è merce estera. Per essere reintrodotto in Italia, richiedeva la dichiarazione doganale e il pagamento delle imposte, superando la franchigia di 300 euro. La confisca è legittima come misura di sicurezza e si cumula con le sanzioni tributarie, ma il proprietario può evitarla pagando integralmente il tributo evaso, gli interessi e le sanzioni pecuniarie. Il ricorrente perde la causa e deve pagare le spese di giudizio.
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Assegno ad personam: negato ai militari richiamati
Un militare richiamato della Croce Rossa Italiana, dopo anni di richiami temporanei, è transitato nei ruoli civili dell'ente e poi trasferito in mobilità presso un'altra amministrazione. Il lavoratore ha richiesto il riconoscimento dell'anzianità pregressa e l'attribuzione di un assegno ad personam per mantenere il livello retributivo precedente. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, stabilendo che l'assegno ad personam spetta esclusivamente al personale in servizio continuativo a tempo indeterminato. I militari richiamati svolgevano infatti un servizio temporaneo e precario, non assimilabile a un rapporto di lavoro subordinato stabile. Di conseguenza, il ricorrente ha perso la causa e non ha diritto alle differenze retributive richieste.
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Pensione di vecchiaia: l’architetto vince contro la Cassa
Un architetto, iscritto a Inarcassa nel 1972 e poi diventato dipendente pubblico, ha richiesto la pensione di vecchiaia avvalendosi di una norma transitoria della Legge n. 6/1981. Tale norma permetteva a chi era iscritto prima del 1981 di ottenere la pensione di vecchiaia con soli venti anni di contributi invece di trenta. Inarcassa ha rifiutato la domanda, sostenendo che l'iscrizione dovesse essere continuativa o attiva al momento dell'entrata in vigore della legge. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso di Inarcassa, stabilendo che per l'accesso al regime di favore è sufficiente il fatto storico della pregressa iscrizione, anche se non continuativa. L'architetto ha quindi ottenuto definitivamente il diritto alla pensione.
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Prescrizione della pena: sanzione estinta ma l’abuso resta
Il Condannato riceveva una condanna per reati edilizi con sospensione condizionale della pena, subordinata alla demolizione dell'opera abusiva entro sessanta giorni. Non avendo demolito l'immobile, il Tribunale revocava il beneficio. Il Condannato ricorreva in Cassazione eccependo la prescrizione della pena. La Suprema Corte accoglie il ricorso, stabilendo che il termine di prescrizione della pena decorre dal giorno successivo alla scadenza del termine per demolire, e non dalla data del provvedimento di revoca. Di conseguenza, la Cassazione annulla l'ordinanza e rinvia al Tribunale per verificare se sia maturata la prescrizione della pena.
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Ordine di demolizione: anziana perde la veranda abusiva
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di una proprietaria anziana e invalida contro l'ordine di demolizione di una veranda abusiva di quindici metri quadri adibita a cucina. La donna invocava il diritto all'abitazione e il principio di proporzionalità, evidenziando le proprie gravi condizioni di salute e lo stato di indigenza. I giudici hanno chiarito che il diritto all'abitazione non è assoluto e va bilanciato con la tutela del territorio. Poiché l'ordine di demolizione riguardava solo pertinenze e non l'abitazione principale, e considerato il lungo tempo trascorso dal passaggio in giudicato della condanna senza che la donna provvedesse a trovare alternative, la demolizione è stata confermata. La ricorrente è stata condannata anche al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Attualità della pericolosità sociale: tra lavoro e narcotraffico
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cittadino contro la misura della sorveglianza speciale con obbligo di soggiorno e confisca dei beni. Il ricorrente contestava l'attualità della pericolosità sociale, sostenendo che i giudici avessero confuso la pericolosità con la vicinanza temporale dell'ultimo reato di narcotraffico. La Suprema Corte ha chiarito che l'attualità della pericolosità sociale è stata correttamente motivata: il soggetto, inserito in un ampio contesto criminale apicale, non ha mostrato segni di ravvedimento nonostante i periodi di detenzione. Inoltre, la Corte ha ritenuto irrilevante il confronto con la posizione di un coimputato non sottoposto a misura. Il ricorrente perde la causa e viene condannato alle spese e al pagamento di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Produzione documentale in appello: la Cassazione salva le vecchie prove
Un contribuente impugna un'iscrizione ipotecaria e la relativa cartella esattoriale per difetto di notifica. Il giudice di primo grado accoglie il ricorso. In appello, l'Agente della Riscossione produce per la prima volta la prova della notifica, ma i giudici di secondo grado la dichiarano inammissibile applicando la nuova riforma fiscale del 2023. La Corte di Cassazione accoglie il ricorso dell'ente impositore. Richiamando la sentenza della Corte Costituzionale n. 36/2025, la Suprema Corte stabilisce che per i giudizi iniziati in primo grado prima del 4 gennaio 2024 si applica la vecchia disciplina. Di conseguenza, la produzione documentale in appello di nuovi documenti è pienamente legittima senza dover dimostrare l'impossibilità di produrli prima. La sentenza viene cassata con rinvio.
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Concordato minore: negato all’ex imprenditore cancellato
Un'ex imprenditrice individuale, dopo aver cancellato la propria attività dal registro delle imprese, ha proposto un concordato minore di tipo liquidatorio per risolvere i suoi debiti. Il Tribunale e la Corte d'Appello hanno inizialmente approvato la proposta, ritenendo che il divieto di accesso a questa procedura si applicasse solo alle società e non ai singoli imprenditori. L'Agenzia delle Entrate ha impugnato la decisione. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso, stabilendo che la domanda di concordato minore presentata da un imprenditore già cancellato dal registro delle imprese è sempre inammissibile. Di conseguenza, i giudici hanno revocato l'omologazione del piano, chiarendo che chi cessa volontariamente l'attività perde il diritto di accedere a strumenti negoziali di risoluzione della crisi, potendo ricorrere solo alla liquidazione controllata.
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Diritto di sepoltura: la volontà del fondatore batte gli eredi
La Corte di Cassazione ha confermato che il diritto di sepoltura in una cappella di famiglia (sepolcro gentilizio) è regolato esclusivamente dalla volontà dei fondatori. Nel caso specifico, un accordo del 1914 riservava la tomba ai soli discendenti con il cognome originario. Un erede escluso ha impugnato la validità di tale clausola, ritenendola discriminatoria e superata da una successiva prassi familiare tollerante. I giudici hanno respinto il ricorso, stabilendo che la volontà del fondatore è sovrana e insindacabile. La tolleranza familiare non muta la natura della tomba, e il diritto si concentra progressivamente fino all'ultimo superstite della cerchia designata. Vince la coniuge superstite dell'ultimo erede legittimo, mentre il ricorrente perde e deve pagare le spese di giudizio.
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Errore del difensore ed ergastolo: no alla rimessione in termini
Un condannato all'ergastolo, rimasto irreperibile durante l'appello, aveva rilasciato procura speciale al difensore per richiedere il giudizio abbreviato. L'avvocato, tuttavia, non presentava la richiesta e la condanna diventava definitiva. Successivamente, il condannato proponeva incidente di esecuzione chiedendo la rimessione in termini per accedere al rito speciale, lamentando l'errore del legale. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso, confermando che il mancato o inesatto adempimento del difensore di fiducia non costituisce caso fortuito o forza maggiore. Di conseguenza, il ricorrente perde definitivamente la possibilità di ottenere lo sconto di pena ed è condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Stabilizzazione dei precari: la forma batte la sostanza
Una lavoratrice ha richiesto la stabilizzazione dei precari a tempo indeterminato presso un'azienda, basandosi su accordi sindacali del 2012, 2018 e 2022. I giudici di merito hanno respinto la domanda perché la donna non aveva inviato la richiesta del 2012 tramite raccomandata con ricevuta di ritorno entro la scadenza, come espressamente richiesto dall'accordo. Inoltre, non possedeva i requisiti per gli accordi successivi. La Corte di Cassazione ha confermato il rigetto, stabilendo che le procedure di stabilizzazione previste dagli accordi sindacali richiedono il rispetto rigoroso delle modalità di presentazione stabilite dai contratti stessi. Chi non rispetta le forme e i tempi concordati perde il diritto all'assunzione, e i giudici non possono modificare le regole decise dai sindacati.
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Rimborso contributi previdenziali: l’Inps perde contro l’ateneo
Un'università privata ha ottenuto il diritto al rimborso contributi previdenziali per oltre 237.000 euro versati all'Inps tra il 2016 e il 2020. L'ateneo aveva erroneamente applicato l'aliquota del 33%, prevista per le università statali, anziché quella corretta del 26,20% stabilita per gli istituti non statali. L'ente previdenziale si è opposto alla restituzione, sostenendo che una legge successiva del 2020 avesse sanato i versamenti passati rendendoli non rimborsabili. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso dell'ente previdenziale. I giudici hanno chiarito che la legge del 2020 non vieta la restituzione delle somme pagate in eccedenza, ma garantisce solo la validità dei contributi minimi versati per le pensioni dei docenti. Negare il rimborso creerebbe una disparità ingiustificata tra gli atenei.
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Messa alla prova: ammessa in appello dopo il no della legge
L'Imputato, condannato per spaccio di lieve entità, ha richiesto la messa alla prova solo in appello, dopo che la Corte Costituzionale ha rimosso il divieto di accesso a tale istituto per questo reato. I giudici di secondo grado hanno rigettato la domanda ritenendola tardiva e hanno negato la non menzione della condanna. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso su entrambi i punti. Ha stabilito che la richiesta di messa alla prova è tempestiva se formulata alla prima occasione utile dopo la dichiarazione di incostituzionalità della norma preclusiva. Inoltre, ha censurato il diniego della non menzione della condanna, poiché i giudici non hanno spiegato perché i motivi usati per concedere la sospensione condizionale della pena non valessero anche per questo beneficio. La sentenza è stata annullata con rinvio limitatamente a questi aspetti.
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Gestione Separata INPS: contributi dovuti ma sanzioni cancellate
Un avvocato libero professionista, non iscritto alla Cassa Forense per mancato raggiungimento delle soglie di reddito, veniva iscritto d'ufficio alla Gestione Separata INPS per gli anni 2009 e 2010. Mentre i contributi del 2010 venivano dichiarati prescritti, l'ente previdenziale pretendeva il pagamento dei contributi del 2009 e delle relative sanzioni civili. Il professionista ricorreva in Cassazione contestando unicamente l'addebito delle sanzioni. La Suprema Corte ha accolto il ricorso applicando la sentenza della Corte Costituzionale n. 104/2022. I giudici hanno stabilito che, per i periodi precedenti all'entrata in vigore della norma di interpretazione autentica del 2011, l'affidamento del professionista va tutelato. Di conseguenza, pur restando fermo l'obbligo di iscrizione alla Gestione Separata INPS, il lavoratore è totalmente esonerato dal pagamento delle sanzioni civili per l'anno 2009.
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Condono demaniale: niente rimborsi per chi ha già pagato i canoni
Una società concessionaria di un'area demaniale marittima ha impugnato il diniego dell'Amministrazione Pubblica di ricalcolare e compensare i canoni già interamente versati per gli anni dal 2010 al 2018. La società chiedeva di applicare il condono demaniale (definizione agevolata al 30%) sull'intero periodo 2010-2020, pretendendo la restituzione delle somme pagate in eccedenza. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, stabilendo che il condono demaniale non consente la restituzione o la compensazione di somme già regolarmente e integralmente pagate. Il beneficio della riduzione si applica solo alle annualità ancora non saldate. Chi ha pagato per intero ha conservato la concessione, evitando la decadenza, e non può ora pretendere rimborsi. La società è stata condannata al pagamento delle spese di giudizio.
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Termini di custodia cautelare: carcere valido anche senza pena
L'Imputato, condannato per associazione finalizzata al traffico di stupefacenti, ha impugnato il provvedimento che estendeva i suoi termini di custodia cautelare. La difesa sosteneva che l'annullamento parziale della condanna d'appello, limitato al solo ruolo di capo dell'organizzazione, dovesse far applicare i termini di fase più brevi. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, stabilendo che la conferma irrevocabile della partecipazione all'associazione configura un giudicato progressivo. Di conseguenza, permane un'elevata probabilità di condanna definitiva che giustifica l'applicazione dei più lunghi termini di custodia cautelare previsti per la cosiddetta doppia conforme, a tutela delle esigenze di sicurezza sociale. L'Imputato resta quindi in carcere e deve pagare le spese processuali.
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Proroga biennale accertamento: valida anche senza condono
A seguito di una verifica fiscale del 1999, l'Amministrazione Finanziaria ha notificato un avviso di accertamento a un commerciante per ricavi non dichiarati. Il contribuente ha contestato l'atto, ritenendo che l'ufficio fosse decaduto dai termini. La CTR ha dato ragione al contribuente, escludendo l'applicazione della proroga biennale accertamento prevista dalla legge sul condono del 2002, poiché il contribuente non poteva accedere alla sanatoria avendo già ricevuto un verbale di constatazione. La Corte di Cassazione ha ribaltato la decisione, stabilendo che la proroga biennale accertamento si applica a tutti i contribuenti che non hanno usufruito del condono, sia per scelta sia per impossibilità oggettiva. Di conseguenza, la Suprema Corte ha accolto il ricorso dell'ufficio e ha rinviato la causa per un nuovo esame.
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Colloqui intimi in carcere: sì anche per chi si sposa in cella
La Corte di Cassazione ha annullato il diniego del Tribunale di Locri riguardante la richiesta di un detenuto di svolgere colloqui intimi in carcere con la moglie senza controllo visivo. Il Tribunale aveva negato il diritto basandosi sulla pericolosità sociale astratta del soggetto e sulla mancanza di una convivenza pregressa, dato che il matrimonio era stato celebrato in carcere. La Cassazione ha chiarito che, dopo la storica sentenza n. 10/2024 della Corte Costituzionale, i colloqui intimi in carcere con il coniuge non richiedono la prova di una convivenza precedente. Inoltre, la pericolosità del detenuto non può essere valutata in modo astratto basandosi solo sui precedenti penali, ma richiede un esame concreto del suo comportamento attuale. Il caso è stato rinviato per un nuovo esame.
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