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Art. 240 Codice Penale — Anno 2026

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Altri anni per Art. 240 Codice Penale

Confisca per sproporzione: lavoro nero e soldi sequestrati
Un imputato ha concordato una pena su accordo delle parti per il reato di spaccio di sostanze stupefacenti. Il giudice di primo grado ha disposto la misura patrimoniale del denaro rinvenuto nella sua disponibilità, pari a 1.390 euro. La difesa ha proposto ricorso per cassazione contro la misura. Il ricorrente ha sostenuto la legittimità della somma allegando presunti guadagni derivanti da lavoro irregolare non registrato. I giudici di legittimità hanno respinto il ricorso dichiarandolo inammissibile. Il giudice di merito ha evidenziato in modo logico la totale sproporzione tra la somma in contanti e i redditi effettivi. Questa evidenza ha confermato la confisca per sproporzione del denaro, collegato al commercio illecito di droga, con conseguente condanna del ricorrente alle spese e a una sanzione.
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Truffa contrattuale: mascherine promesse ma mai possedute
Un'azienda sanitaria territoriale ordina con urgenza trecentocinquantamila mascherine protettive durante la fase critica della crisi sanitaria. L'amministratrice di fatto e l'intermediario commerciale garantiscono la disponibilità immediata del materiale, inducendo l'amministrazione pubblica al versamento anticipato di oltre ottocentomila euro. I fornitori non detengono i dispositivi nei magazzini e avviano le ricerche solo dopo la conclusione dell'accordo. La merce successivamente recapitata risulta priva di idonea certificazione e appartiene a una categoria chirurgica del tutto inidonea all'impiego ospedaliero previsto. La Corte di Cassazione conferma la responsabilità degli imputati per i reati di fornitura difforme e truffa contrattuale, respingendo i ricorsi difensivi. I giudici sanciscono che la truffa contrattuale si perfeziona nel momento stesso in cui la vittima assume il vincolo negoziale viziato dai raggiri. La Corte conferma la confisca dell'intero importo versato dall'ente, escludendo lo scomputo dei costi vivi sostenuti per i beni inservibili.
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Dichiarazione infedele: incassi nascosti e confisca confermata
Un amministratore di fatto di una società gestrice di diversi bar è stato condannato per il reato di dichiarazione infedele relativo alle annualità di imposta 2015 e 2017. L'imputato ha proposto ricorso in Cassazione sostenendo l'assenza di dolo, la mancata consapevolezza del superamento della soglia di punibilità e l'illegittimità della confisca per assenza di pericolo nel ritardo. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno confermato l'esistenza di un sistema organizzato per scontrinare solo una minima parte degli incassi. Inoltre, la Cassazione ha chiarito che la confisca disposta con la sentenza di condanna è obbligatoria e non richiede la dimostrazione del pericolo nel ritardo, necessario soltanto per il sequestro preventivo cautelare. L'imputato perde il ricorso ed è condannato alle spese e a tremila euro per la Cassa delle Ammende.
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Confisca di denaro e reati di droga: limiti al sequestro
L'imputato ha patteggiato una pena per spaccio e detenzione illecita di stupefacenti. La polizia ha sequestrato tutti i contanti trovati in casa, compresi quelli di una coimputata assolta. L'imputato ha ricorso in Cassazione. La Corte ha stabilito che la confisca di denaro e reati di droga non può colpire tutti i contanti indistintamente. Il giudice può confiscare direttamente solo il prezzo della vendita di droga, pari a settanta euro. Il denaro legato alla sola detenzione non può essere confiscato senza valutare i presupposti della confisca per sproporzione. La Cassazione ha quindi annullato la confisca della somma eccedente i settanta euro, rinviando la decisione al Tribunale.
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Confisca del denaro per detenzione stupefacenti: quando è vietata
L'Imputato è stato condannato per detenzione illecita di sostanze stupefacenti di lieve entità. I giudici di merito avevano confermato la condanna penale e ordinato la confisca della somma di denaro trovata nella sua disponibilità, ritenendola provento di spaccio. L'Imputato ha proposto ricorso per cassazione. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso per quanto riguarda la misura patrimoniale. I giudici hanno chiarito che la confisca del denaro per detenzione stupefacenti non può essere disposta a titolo di profitto diretto, poiché il semplice possesso della sostanza non produce un guadagno immediato. Per sequestrare la somma occorre dimostrare l'effettiva vendita oppure la sproporzione tra il denaro e i redditi dichiarati. La Cassazione ha annullato la sentenza limitatamente alla confisca e ha disposto un nuovo giudizio d'appello.
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Sequestro preventivo patente nautica: assente ma promosso
Un privato cittadino ha ottenuto un'abilitazione alla navigazione mediante un accordo corruttivo tra intermediari e funzionari della Motorizzazione Civile. Nonostante l'assenza del candidato il giorno della prova, il suo nome è stato inserito postumo nei verbali d'esame falsificati. Il Giudice ha disposto il sequestro preventivo patente nautica per congelare il titolo falso ed evitare pericoli alla navigazione. L'interessato ha proposto ricorso sostenendo di essere un beneficiario inconsapevole dell'accordo. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso: dichiararsi all'oscuro del patto illecito è irragionevole per chi non ha mai sostenuto l'esame. Il sequestro della patente rimane confermato e il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Confisca strumenti reato droga: patteggiamento e ricorso respinto
L'Imputato ha proposto ricorso in Cassazione contro la sentenza di patteggiamento resa dal Giudice per le Indagini Preliminari per reati in materia di stupefacenti. L'impugnazione contestava la misura della confisca disposta su una bilancia di precisione e un macchinario per il sottovuoto. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. Le doglianze generali contro il patteggiamento non rientravano nei casi tassativi previsti dalla legge. La censura specifica sulla Confisca strumenti reato droga è stata ritenuta manifestamente infondata, poiché il giudice di merito ha motivato in modo logico la pertinenza dei beni all'attività illecita. L'Imputato è stato condannato alle spese processuali e al versamento di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Confisca obbligatoria dei beni: niente eredità per il condannato
Un cittadino, condannato con sentenza irrevocabile per reati ambientali insieme al padre e al fratello, ha proposto opposizione contro l'ordinanza del giudice dell'esecuzione. L'ordinanza aveva individuato le particelle catastali colpite dalla misura patrimoniale. Il ricorso lamentava violazioni del contraddittorio dovute al decesso del padre coimputato e alla presenza di diritti spettanti agli eredi. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile l'impugnazione. La **confisca obbligatoria dei beni** impedisce l'ingresso delle aree nell'asse ereditario. Il ricorrente non vantava alcun interesse diretto da tutelare, non essendo proprietario dei terreni al momento della condanna e risultando anch'egli condannato per lo stesso illecito.
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Ricettazione e reato presupposto: quando il sequestro è nullo
La Corte di Cassazione ha annullato l'ordinanza del Tribunale del Riesame che aveva confermato il sequestro di un'autovettura e di oltre 360 mila euro in contanti a carico dell'Indagato. I giudici di merito avevano ipotizzato il delitto di ricettazione basandosi unicamente sull'ingente somma sproporzionata ai redditi e sulle modalità di occultamento. La Suprema Corte ha chiarito che il tema della ricettazione e reato presupposto impone di individuare almeno la tipologia del delitto da cui proviene il bene, non potendo il sequestro avere una funzione meramente esplorativa. Inoltre, il sequestro probatorio non può servire a cercare la notizia di reato, ma solo a conservare le prove di un fatto già delineato. La misura preventiva sul denaro è stata quindi annullata con rinvio per difetto di motivazione sul pericolo, mentre è stata confermata la necessità cautelare sull'auto dotata di doppi fondi.
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Detenzione ai fini di spaccio: ricorso rigettato e condanna
L'Imputato è stato fermato con un significativo quantitativo di sostanza stupefacente suddivisa in involucri pronti per la vendita all'interno della propria auto. Le forze dell'ordine hanno rinvenuto anche una somma di denaro in contanti. I giudici di merito hanno condannato l'uomo per il reato di detenzione ai fini di spaccio. L'Imputato ha presentato ricorso in Cassazione lamentando la mancanza di prove sulla destinazione illecita, l'errata determinazione della pena, il mancato riconoscimento delle attenuanti generiche, l'applicazione della recidiva e la confisca del denaro. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso del tutto inammissibile. La motivazione dei giudici precedenti è apparsa logica e coerente sia sulla vendita a terzi sia sulla provenienza illecita del denaro, vista la situazione reddituale dell'uomo. L'Imputato deve pagare le spese del processo e versare tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Induzione indebita: reato prescritto ma la confisca resta
Due amministratori locali chiedevano a un imprenditore la somma di 10.000 euro per evitare ostacoli nell'appalto dei lavori cimiteriali. Tale condotta integra il reato di induzione indebita. La Corte di Cassazione ha dichiarato l'estinzione del reato per sopravvenuta prescrizione. Tuttavia, i giudici hanno confermato l'accertamento della responsabilità penale dei due imputati ai soli fini della confisca. La misura ablativa del profitto illecito resta valida limitatamente al denaro, divisa in quote pari a 5.000 euro ciascuno, mentre annulla la confisca per equivalente su altri beni.
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Confisca del profitto del reato tra illegittimità e restituzione
L'imputato è stato condannato per la cessione di una dose di sostanza stupefacente al prezzo di 130,00 euro. Durante il fermo, le forze dell'ordine hanno sequestrato l'importo complessivo di 1.030,00 euro trovato nella sua disponibilità. Il Tribunale ha disposto la confisca dell'intera somma ipotizzando un'attività abituale di spaccio. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso dell'imputato, ribadendo che la confisca del profitto del reato può riguardare esclusivamente le somme direttamente riconducibili al fatto reato contestato ed accertato. Di conseguenza, la Suprema Corte ha annullato la sentenza senza rinvio limitatamente ai 900,00 euro eccedenti. La parte di denaro priva di legame con la specifica vendita deve essere restituita al proprietario, difettando la prova del nesso causale con l'illecito ascritto.
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Sequestro nullo: scatta il divieto di restituzione armi
La Corte di Cassazione ha affrontato il caso di un cittadino a cui la polizia aveva sequestrato tre pistole per detenzione oltre i limiti di legge. Il Tribunale del Riesame aveva annullato il decreto di sequestro per difetto di motivazione, ma aveva negato la riconsegna dei beni. L'Indagato ha impugnato la decisione sostenendo che l'annullamento del provvedimento dovesse comportare l'immediato adempimento. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso confermando il divieto di restituzione armi. Anche se il sequestro probatorio risulta nullo, le armi detenute in numero superiore al consentito costituiscono reato e sono soggette a confisca obbligatoria. Di conseguenza, i beni ritenuti pericolosi o illegali dalla legge non possono rientrare nella disponibilità del possessore.
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Sequestro probatorio cannabis light: no confisca senza reato
Il Tribunale manteneva il sequestro probatorio di prodotti derivati dalla canapa prelevati da un esercizio commerciale, negandone la restituzione alla titolare. I giudici riconoscevano la totale assenza di efficacia drogante della sostanza, escludendo l'ipotesi di reato. Tuttavia, essi ritenevano i prodotti non restituibili perché vietati dal commercio e soggetti a confisca. La Corte di Cassazione ha annullato questa decisione. I giudici di legittimità hanno stabilito che, in assenza di capacità drogante e di un reato contestabile, non è possibile applicare la confisca obbligatoria. Di conseguenza, la posizione sul sequestro probatorio cannabis light deve essere interamente riesaminata dal giudice di merito.
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Prescrizione del reato e confisca obbligatoria delle armi
Un cittadino riceve una sentenza di non doversi procedere per prescrizione del reato relativo alla detenzione di armi. Il giudice ordina comunque la confisca obbligatoria delle armi sequestrate. L'imputato presenta ricorso, sostenendo l'evidente insussistenza del fatto e contestando la misura patrimoniale. La Corte di Cassazione rigetta il ricorso. I giudici chiariscono che l'assoluzione nel merito prevale sulla prescrizione solo se l'innocenza emerge in modo immediato ed evidente. La confisca obbligatoria delle armi rimane valida anche in presenza di prescrizione del reato, purché il giudice abbia accertato la sussistenza del fatto nel contraddittorio tra le parti. L'imputato perde il ricorso e deve pagare le spese processuali.
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Confisca del denaro e patteggiamento: il ricorso è inammissibile
L'Imputato, accusato di detenzione di sostanze stupefacenti a fini di spaccio e di cessione gratuita di una dose, ha concordato un patteggiamento con il pubblico ministero. L'accordo prevedeva anche la misura della confisca del denaro sequestrato durante le perquisizioni. Successivamente, L'Imputato ha impugnato la decisione in Cassazione sostenendo che la somma non fosse il profitto diretto dell'attività illecita contestata. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che la confisca del denaro è astrattamente consentita dalla legge per i reati in materia di stupefacenti anche in forma per sproporzione. Pertanto, la presenza della misura nell'accordo sottoscritto rende la decisione valida ed esclude la qualifica di pena illegale, impedendo qualsiasi successivo ricorso per soli difetti di motivazione.
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Confisca del denaro sequestrato e redditi sproporzionati
Un cittadino ha impugnato la decisione del tribunale che disponeva la confisca del denaro sequestrato per un valore di 4.600 euro. L'interessato sosteneva che la cifra derivasse dalla sua attività lavorativa stagionale. Il tribunale ha invece riscontrato una sproporzione manifesta tra l'importo rinvenuto e le entrate reddituali dichiarate dall'uomo. La Corte di Cassazione ha giudicato inammissibile il ricorso, stabilendo che la motivazione del giudice di merito fosse solida ed esente da vizi. La Suprema Corte ha ricordato che non è possibile richiedere una nuova valutazione dei fatti durante il giudizio di legittimità. Di conseguenza, la confisca del denaro sequestrato resta confermata in via definitiva e il ricorrente deve pagare le spese di giudizio unitamente alla sanzione di tremila euro in favore della Cassa delle Ammende.
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Reati ambientali accertati ma la confisca dell’opificio si annulla
Il Tribunale condannava l'imputato per reati ambientali legati a emissioni non autorizzate e scarichi idrici derivanti dalla lavorazione del marmo, disponendo anche la confisca dell'opificio. L'imputato proponeva ricorso per cassazione lamentando l'assenza di prova dell'innocenza per i reati prescritti e la sproporzione della misura patrimoniale. La Corte di Cassazione ha confermato in modo irrevocabile la responsabilità penale per i reati ambientali. Tuttavia, i giudici hanno annullato la misura relativa alla confisca dell'opificio con rinvio al giudice di merito. La motivazione difettava nel chiarire perché il sequestro dovesse riguardare l'intero immobile e non soltanto i singoli macchinari utilizzati per l'attività illecita.
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Confisca diretta del profitto del reato pur con reato prescritto
Un'imputata rispondeva del reato di truffa aggravata ai danni dell'INPS per aver percepito illegittimamente oltre 4.500 euro. La Corte d'Appello ha dichiarato il reato estinto per prescrizione, ma ha ordinato il recupero delle somme sequestrate. La difesa dell'imputata ha proposto ricorso in Cassazione sostenendo che la misura fosse una sanzione retroattiva e priva del necessario nesso di causalità. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso della donna. I giudici di legittimità hanno chiarito che la misura disposta rientra nella confisca diretta del profitto del reato. L'espropriazione del denaro sui conti della donna resta legittima se la fase esecutiva dimostra la derivazione diretta degli importi dai versamenti indebiti dell'ente previdenziale.
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Sequestro preventivo e debiti fiscali: stop agli automatismi
Un imprenditore, legale rappresentante di una società, ha subito un sequestro preventivo sui propri beni per un presunto reato tributario legato all'omesso versamento delle imposte. Il Tribunale del Riesame ha confermato il blocco dei beni argomentando che l'azienda non aveva pagato le rate del piano di rientro concordato, desumendone un automatico rischio di dispersione del patrimonio. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso dell'imprenditore, stabilendo che il sequestro preventivo non può basarsi su semplici automatismi o sulla mera difficoltà finanziaria del debitore. I giudici devono sempre dimostrare con elementi concreti le ragioni specifiche per cui i beni rischiano di essere nascosti, venduti o dissipati prima della conclusione del processo. La decisione cautelare è stata quindi annullata con rinvio per una nuova valutazione.
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