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Art. 228 Codice Penale — Sezione Settima Penale

Altri anni per Art. 228 Codice Penale

Misura di sicurezza della libertà vigilata: carcere non basta
Un detenuto condannato per associazione mafiosa e trasferimento fraudolento di valori contesta la misura di sicurezza della libertà vigilata confermata dal Tribunale di sorveglianza. Il magistrato di merito ha basato la pericolosità sociale sul ruolo apicale nel clan, su un processo pendente per estorsione e sull'assenza di risarcimenti verso le vittime, ritenendo il buon comportamento carcerario un elemento non sufficiente. Il condannato ricorre in Cassazione sostenendo la prevalenza della propria condotta carceraria positiva. La Suprema Corte dichiara il ricorso inammissibile perché richiede una rivalutazione dei fatti vietata nel giudizio di legittimità, confermando la misura e condannando il ricorrente al versamento di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Obbligo di Dimora e Legittimo Impedimento Imputato: La Cassazione Chiarisce
Un Imputato, sottoposto alla misura di sicurezza della libertà vigilata con obbligo di dimora in un comune, ha presentato ricorso. Egli sosteneva un legittimo impedimento a comparire in udienza perché il processo si svolgeva in un comune diverso e non aveva ricevuto autorizzazione a spostarsi. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. Ha stabilito che l'imputato, pur soggetto a obbligo di dimora, doveva chiedere preventivamente l'autorizzazione al giudice per spostarsi e partecipare all'udienza. Senza tale richiesta, il suo impedimento non era legittimo. L'Imputato è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione.
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Misura di sicurezza della libertà vigilata: ricorso respinto
Un soggetto ha contestato l'ordinanza con cui il Tribunale di Sorveglianza ha confermato a suo carico la misura di sicurezza della libertà vigilata. Il provvedimento si fondava sul giudizio di persistente e attuale pericolosità sociale. L'interessato ha presentato ricorso per Cassazione, sostenendo l'assenza dei presupposti. La Suprema Corte ha dichiarato l'impugnazione inammissibile: il ricorrente ha riproposto critiche già superate dai giudici precedenti e ha chiesto una nuova valutazione dei fatti preclusa in sede di legittimità. La decisione ha confermato integralmente la misura applicata e condannato il ricorrente al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Libertà vigilata: pericolosità attuale prevale sul ricorso infondato
Il Tribunale di Sorveglianza aveva confermato l'applicazione della libertà vigilata per un Condannato, ritenendolo ancora socialmente pericoloso. Questa decisione si basava su precedenti violazioni di misure di prevenzione e sorveglianza speciale, oltre all'assenza di prove di reinserimento sociale. Il Condannato ha presentato ricorso in Cassazione, contestando l'erronea applicazione di norme e un presunto vizio di motivazione. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile, confermando la decisione del Tribunale di Sorveglianza. Ha ritenuto i motivi del ricorso manifestamente infondati, ribadendo la validità della valutazione di pericolosità attuale del Condannato e la corretta applicazione della legge sulla libertà vigilata.
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Misura di sicurezza della libertà vigilata: confermata la durata
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da un cittadino condannato per furto aggravato. Il ricorrente contestava l'applicazione e la durata della misura di sicurezza della libertà vigilata, lamentando una carenza di motivazione da parte dei giudici di merito. La Suprema Corte ha chiarito che la determinazione della durata della misura rientra nella piena discrezionalità del giudice, il quale ha rispettato i criteri di legge. Inoltre, la legge stabilisce una durata minima di un anno per questa misura. Di conseguenza, il ricorso è stato rigettato e il condannato è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Proroga della libertà vigilata: violare le regole costa caro
Il Ricorrente ha impugnato la decisione del Tribunale di Sorveglianza che confermava la proroga della libertà vigilata a causa della sua persistente pericolosità sociale. I giudici di merito hanno basato la decisione sulle ripetute violazioni delle prescrizioni e sul curriculum criminale del soggetto, che in passato aveva subito un aggravamento della misura con il collocamento in una colonia agricola per irreperibilità. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile perché generico e mirato a ottenere una nuova valutazione dei fatti, preclusa in sede di legittimità. Di conseguenza, il Ricorrente perde il ricorso e viene condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Applicazione della libertà vigilata: sicurezza pubblica e diritti
La Corte di Cassazione ha confermato l'applicazione della libertà vigilata per la durata di due anni nei confronti di un soggetto precedentemente condannato per associazione a delinquere. Il Tribunale di Sorveglianza aveva disposto la misura di sicurezza ritenendo sussistente la pericolosità sociale del soggetto, derivante dalla sua passata affiliazione a un noto sodalizio criminale. Il condannato ha proposto ricorso contestando la valutazione della sua pericolosità, ma la Suprema Corte ha ritenuto il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che il provvedimento impugnato bilancia correttamente la tutela della sicurezza pubblica con i diritti individuali del soggetto. Di conseguenza, il ricorso è stato rigettato con condanna al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Proroga della libertà vigilata: violare le regole costa caro
Il Tribunale di Sorveglianza ha disposto la proroga della libertà vigilata per un anno nei confronti di un soggetto, a causa della sua persistente pericolosità sociale. L'uomo ha sistematicamente violato le prescrizioni imposte, come l'obbligo di presentazione in Questura e le direttive del Centro di Salute Mentale. Il soggetto ha proposto ricorso in Cassazione contestando la valutazione della sua pericolosità. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso, confermando che il provvedimento impugnato bilancia correttamente la sicurezza pubblica con i diritti individuali del sottoposto. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Libertà vigilata: il boss perde il ricorso in Cassazione
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da un uomo condannato per associazione mafiosa contro la misura della libertà vigilata per la durata di tre anni. Il Tribunale di Sorveglianza aveva confermato la misura basandosi sulla gravità del reato, sul ruolo di vertice ricoperto dal soggetto all'interno del clan e sulla totale assenza di un percorso di revisione critica del proprio passato criminale. La Suprema Corte ha stabilito che le contestazioni del ricorrente erano generiche e miravano a una inammissibile rivalutazione dei fatti già accertati. Di conseguenza, il condannato è stato obbligato a pagare le spese del procedimento e una sanzione pecuniaria di tremila euro.
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Aggravamento misura di sicurezza: da liberi a detenuti
Il Tribunale di Sorveglianza ha confermato l'aggravamento misura di sicurezza nei confronti del Ricorrente, sostituendo la libertà vigilata con l'assegnazione a una casa di lavoro per un anno. La decisione è scaturita dalle ripetute violazioni delle prescrizioni sul domicilio, dall'irreperibilità del soggetto e dalla commissione di nuovi reati durante la misura. Il Ricorrente ha impugnato il provvedimento in Cassazione con censure generiche. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso, confermando l'aggravamento e condannando il Ricorrente al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Buona condotta ma legami mafiosi: la pericolosità sociale
Il Tribunale di Sorveglianza applica la misura della libertà vigilata per tre anni a un uomo condannato per associazione mafiosa. Il difensore ricorre in Cassazione, sostenendo che la pericolosità sociale non sia attuale e che non si sia considerata la buona condotta in carcere. La Corte di Cassazione dichiara il ricorso inammissibile. I giudici confermano la persistente pericolosità sociale del soggetto, evidenziando il suo ruolo di rilievo nel clan, la mancanza di un percorso di revisione critica del proprio passato e le frequentazioni con pregiudicati dopo la scarcerazione, segnalate dalle forze dell'ordine. Il ricorrente viene condannato anche al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Misura di sicurezza della libertà vigilata: negata la revoca
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso proposto da un cittadino contro il provvedimento del Tribunale di Sorveglianza, confermando l'applicazione della misura di sicurezza della libertà vigilata. Il ricorrente contestava la sussistenza della sua pericolosità sociale attuale. I giudici di legittimità hanno invece ritenuto logica e corretta la decisione dei giudici di merito. Tale valutazione si fonda sul profondo radicamento del soggetto nel crimine organizzato, dalla cui cerchia non si è mai dissociato con atti concreti. Hanno inoltre pesato la brevità del periodo trascorso in semilibertà e l'insufficiente percorso di revisione critica dei reati commessi. Di conseguenza, la Suprema Corte ha condannato il ricorrente al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Libertà vigilata e pericolosità sociale: la recidiva blocca il ricorso
Il Condannato ha proposto ricorso in Cassazione contro il provvedimento del Tribunale di Sorveglianza che confermava l'applicazione della misura di sicurezza della libertà vigilata. Il ricorrente sosteneva l'assenza di una sua reale pericolosità sociale attuale. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso, evidenziando che i motivi presentati riproducevano semplicemente contestazioni già esaminate e respinte dai giudici di merito. La valutazione sulla pericolosità sociale attuale è stata ritenuta corretta e logica, in quanto fondata sulle ripetute ricadute nel crimine da parte del soggetto. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro a favore della Cassa delle ammende.
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Revoca libertà vigilata: passato criminale blocca lo stop anticipato
Un condannato ha richiesto l'interruzione anticipata della sua misura di sicurezza. La Corte di Cassazione ha respinto la richiesta, confermando la decisione dei giudici precedenti. La Corte ha stabilito che per la revoca anticipata della libertà vigilata non basta dimostrare di non aver commesso nuovi reati dopo la scarcerazione. Il grave passato criminale e i lunghi periodi di latitanza sono elementi negativi che prevalgono, indicando una persistente pericolosità sociale. Il semplice trascorrere del tempo non è sufficiente a dimostrare un reale cambiamento e a giustificare la fine del controllo.
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Libertà vigilata revocata: condotta antisociale porta in casa lavoro
La Corte di Cassazione ha confermato la decisione del Tribunale di Sorveglianza sulla sostituzione della misura di sicurezza per una persona. Il soggetto, inizialmente in libertà vigilata, si è visto aggravare la misura con l'assegnazione a una casa di lavoro a causa della sua condotta trasgressiva, antisociale e non collaborativa. I giudici hanno ritenuto il ricorso inammissibile, sottolineando che la decisione del Tribunale era ben motivata e non illogica. La condotta della persona dimostrava una persistente pericolosità sociale, giustificando pienamente il passaggio a una misura più restrittiva.
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Pericolosità Sociale: Legami con un Boss Giustificano la Libertà Vigilata
La Corte di Cassazione ha confermato la misura della libertà vigilata per un uomo condannato per associazione mafiosa. La sua attuale pericolosità sociale è stata desunta non solo dalla gravità del reato commesso, ma anche dall'assenza di un lavoro stabile e, soprattutto, dai suoi stretti legami familiari con un noto esponente di un clan camorristico. La Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile, stabilendo che la valutazione degli indizi di pericolosità, se logica e ben motivata, non può essere messa in discussione in sede di legittimità. Di conseguenza, i legami familiari con ambienti criminali sono un fattore legittimo per giustificare una misura di sicurezza.
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Pericolosità Sociale: Legami di Mafia e Famiglia Bloccano la Libertà
La Corte di Cassazione ha confermato la misura della libertà vigilata per un uomo a causa della sua persistente pericolosità sociale. Nonostante avesse scontato la pena per associazione mafiosa, i giudici hanno ritenuto decisivi i suoi gravi precedenti, la lunga durata del vincolo con il clan e i legami familiari con il capo dell'organizzazione. La sentenza stabilisce che la valutazione della pericolosità sociale deve essere attuale e basarsi su un'analisi complessiva della persona, includendo il suo comportamento e il suo reinserimento nel territorio di origine. Il ricorso dell'uomo è stato dichiarato inammissibile perché mirava a una nuova valutazione dei fatti, non consentita in Cassazione.
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Pericolosità Sociale Attuale: Buona Condotta Non Basta, Dice la Cassazione
Un uomo, condannato per gravi reati come associazione mafiosa, si vede applicare la libertà vigilata al termine della pena. L'uomo si oppone, sostenendo che la sua buona condotta e un'attività lavorativa dimostrino la fine della sua pericolosità. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso, stabilendo un principio chiave sulla **pericolosità sociale attuale**: non basta l'assenza di nuovi reati per cancellarla. Il giudice deve valutare il quadro completo, inclusi i legami con ambienti criminali, la gravità dei reati passati e la reale volontà di reinserimento. La pericolosità si presume esistente finché non ci sono prove concrete e definitive di un cambiamento radicale di vita.
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Estorsione: i limiti del ricorso in Cassazione
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per il reato di estorsione a carico di un soggetto che aveva presentato ricorso contestando la ricostruzione dei fatti e la misura di sicurezza applicata. I giudici hanno dichiarato il ricorso inammissibile poiché le doglianze riguardavano valutazioni di merito non consentite in sede di legittimità. Inoltre, la Corte ha confermato la sussistenza della pericolosità sociale dell'imputato, giustificando il mantenimento della libertà vigilata sulla base di condotte minacciose reiterate anche dopo l'allontanamento dal nucleo familiare.
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Pericolosità sociale e libertà vigilata: la Cassazione
La Corte di Cassazione ha confermato l'applicazione della misura di sicurezza della libertà vigilata per la durata di tre anni a carico di un soggetto condannato per reati associativi. Il ricorrente contestava l'attualità della sua pericolosità sociale, denunciando vizi di motivazione. Tuttavia, la Suprema Corte ha ritenuto il ricorso inammissibile, evidenziando come i giudici di merito avessero correttamente valutato la persistenza dei legami con il clan criminale di appartenenza e l'autorità ancora esercitata dal condannato, elementi che giustificano pienamente la misura preventiva.
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