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Art. 2115 Codice Civile — Anno 2022

Altri anni per Art. 2115 Codice Civile

Assegno straordinario di sostegno al reddito: stop al ricalcolo
Un lavoratore ha chiesto all'ente di previdenza l'erogazione di un assegno straordinario di sostegno al reddito, pretendendo di scorporare i contributi figurativi legati al servizio militare dal computo del trattamento del fondo di settore. I giudici di merito hanno respinto la richiesta a causa di una precedente conciliazione giudiziale sottoscritta con l'azienda bancaria che disciplinava proprio quel periodo. La Corte di Cassazione ha confermato il rigetto, dichiarando inammissibile il ricorso del dipendente. L'interessato non ha trascritto nel ricorso il testo della conciliazione né la sentenza richiamata, violando il principio di autosufficienza degli atti giudiziari. Il dipendente ha perso definitivamente la causa ed è stato condannato al pagamento delle spese processuali in favore dell'istituto previdenziale e dell'azienda datrice.
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Riqualificazione rapporto di lavoro: quando l’associazione diventa subordinazione
L'Ente Previdenziale ha richiesto agli Eredi dell'Imprenditore il pagamento di contributi omessi, riqualificando dodici contratti di associazione in partecipazione come rapporti di lavoro subordinato. I lavoratori, infatti, non partecipavano al rischio d'impresa e ricevevano compensi fissi. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso degli Eredi, confermando la decisione dei giudici precedenti. Ha ribadito che la qualificazione rapporto di lavoro spetta al giudice, che valuta liberamente le prove, inclusi i verbali ispettivi e le dichiarazioni del datore di lavoro, anche se non sono confessioni. La sentenza ha quindi confermato l'obbligo contributivo.
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Crediti del Lavoratore nel Fallimento: Salario Nullo, Contributi Ammessi
Un Lavoratore, licenziato illegittimamente da un'Azienda, ottenne la reintegrazione, ma l'Azienda fallì prima dell'esecuzione. Il Lavoratore chiese l'ammissione al passivo fallimentare per le retribuzioni successive al fallimento e per le ritenute previdenziali a suo carico non versate. La Cassazione ha respinto la richiesta per le retribuzioni post-fallimento, poiché il fallimento sospende il rapporto di lavoro e l'attività d'impresa, escludendo il danno risarcibile. Ha invece accolto la domanda relativa ai crediti del lavoratore per le ritenute previdenziali non versate, affermando che il datore di lavoro inadempiente non può operare la rivalsa, e il lavoratore ha diritto al lordo.
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Fondo di Garanzia INPS per TFR e azienda cessionaria attiva
Una lavoratrice ha subito il trasferimento d'azienda dalla società originaria, poi fallita, a una nuova impresa in piena attività economica. Inserita nello stato passivo del fallimento della cedente per il trattamento di fine rapporto, la dipendente ha richiesto l'intervento del Fondo di Garanzia INPS per TFR. L'ente previdenziale ha rifiutato l'erogazione contestando la mancata escussione del nuovo datore di lavoro solvibile e obbligato in solido. La Corte di Cassazione ha accolto le ragioni dell'ente previdenziale, stabilendo che la garanzia pubblica opera solo in caso di effettiva insolvenza e non sostituisce i crediti esigibili verso l'acquirente in bonis.
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Contributi Previdenziali: Rifiuti Non Urbani, Stessa Regola Ambientale
L'INPS ha contestato l'inquadramento di un'azienda che svolgeva attività di spurgo, smaltimento rifiuti e pulizia serbatoi. L'Istituto riteneva che l'azienda dovesse applicare il CCNL Igiene Ambientale per il calcolo dei **contributi previdenziali**, anziché quello del trasporto merci. La Corte d'Appello aveva parzialmente accolto l'opposizione dell'azienda, limitando l'applicazione del CCNL Igiene Ambientale solo ai rifiuti urbani e solo dal 2007. La Cassazione ha invece chiarito che l'attività dell'azienda, pur riguardando rifiuti non urbani, era comunque assimilabile alla gestione ambientale. Ha quindi cassato la sentenza d'Appello, rigettando l'opposizione dell'azienda e confermando l'obbligo di versare i **contributi previdenziali** secondo il CCNL Igiene Ambientale per l'intero periodo contestato.
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Compensi avvocati dipendenti pubblici: cause vinte senza premio
Alcuni legali assunti con contratto di lavoro subordinato chiedono il pagamento dei compensi avvocati dipendenti pubblici per le cause vinte nell'interesse dell'ente locale. Gli avvocati sostengono che il contratto collettivo nazionale attribuisca direttamente il diritto alle somme. L'Ente Pubblico rifiuta il pagamento perché manca un regolamento interno che ne disciplini l'effettiva erogazione. La Corte di Cassazione rigetta la domanda degli avvocati. I giudici spiegano che la norma del contratto collettivo ha natura meramente programmatica. Pertanto, la clausola non produce un diritto immediato in busta paga senza un successivo atto amministrativo dell'ente. La Suprema Corte dichiara inammissibile anche la richiesta di risarcimento del danno presentata in secondo momento, poiché costituisce una domanda nuova vietata nel rito del lavoro. L'Ente Pubblico vince la causa e non deve pagare le somme pretese.
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Omesso versamento ritenute previdenziali: crisi e condanna
L'amministratore di una società ha subito una condanna per il reato di omesso versamento ritenute previdenziali per un debito superiore a 135.000 euro verso l'INPS. La difesa sosteneva che la grave crisi aziendale e il ritardato pagamento delle retribuzioni escludessero la colpevolezza del datore di lavoro, oltre a contestare vizi nell'audizione di un funzionario ispettivo. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso dichiarandolo inammissibile. I giudici hanno chiarito che le difficoltà economiche dell'impresa non giustificano il mancato versamento all'ente previdenziale. Il datore di lavoro, quando versa anche in ritardo gli stipendi, ha l'obbligo inderogabile di accantonare e trasmettere le somme spettanti all'istituto previdenziale per conto dei propri dipendenti.
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Omissione contributiva: la rinuncia alla pensione è nulla
Un dipendente concilia la fine del rapporto lavorativo firmando una rinuncia generale a qualsiasi futura pretesa risarcitoria. Successivamente, il lavoratore scopre che l'azienda non ha versato i contributi per sei anni, determinando la prescrizione del credito verso l'ente previdenziale. Il lavoratore agisce in giudizio per accertare l'inadempimento e il potenziale danno pensionistico. L'azienda eccepisce la validità dell'accordo transattivo sottoscritto. La Corte di Cassazione respinge il ricorso datoriale. I giudici stabiliscono che la rinuncia al risarcimento per la perdita della pensione è nulla se sottoscritta prima della maturazione dei requisiti di quiescenza, trattandosi di un diritto futuro non ancora entrato nel patrimonio del lavoratore.
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Attività intramoenia: tasse divise ma contributi alla ASL
L'Azienda Sanitaria ha impugnato la decisione che la condannava a restituire ai medici le trattenute per IRAP, CPDEL e INAIL operate sui compensi per prestazioni aggiuntive. La Corte di Cassazione ha ricondotto tali prestazioni all'attività intramoenia. Ha stabilito che l'IRAP grava sul datore di lavoro pubblico e non può essere interamente trasferita sul dipendente, ma va ripartita proporzionalmente in base alle quote di partecipazione ai proventi. Per i contributi previdenziali e assistenziali, la Corte ha riaffermato la nullità di qualsiasi patto volto a eludere gli obblighi contributivi del datore di lavoro, secondo l'articolo 2115 del codice civile. La sentenza è stata cassata con rinvio per un nuovo calcolo delle spettanze.
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