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Art. 21 Codice Civile — Anno 2025

Altri anni per Art. 21 Codice Civile

Interesse ad agire: quando si può impugnare una delibera
La Corte di Cassazione ha chiarito che l'interesse ad agire per l'impugnazione di una delibera associativa non viene meno con la messa in liquidazione dell'ente. Se l'annullamento della delibera può influenzare la devoluzione del patrimonio residuo, l'interesse rimane concreto e attuale. La Corte ha esaminato un caso complesso riguardante una disputa tra un istituto religioso e una sua associazione operativa, confermando la decisione della Corte d'Appello e respingendo i ricorsi di entrambe le parti per diverse ragioni procedurali e di merito.
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Inammissibilità appello: Cassazione chiarisce requisiti
Una lavoratrice ottiene la reintegrazione per un licenziamento tardivo. L'azienda fa appello, ma la Corte d'Appello lo dichiara inammissibile per mancanza di critiche specifiche. La Corte di Cassazione interviene, annullando la decisione e chiarendo i requisiti di specificità dell'atto di appello. L'ordinanza sottolinea che le norme processuali devono favorire una decisione nel merito, evitando un'eccessiva rigidità che porta all'inammissibilità appello.
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Sgravi contributivi: quando il ricorso è inammissibile
Una società di costruzioni si è vista negare degli sgravi contributivi e ha impugnato la decisione fino in Cassazione. La Suprema Corte ha respinto il ricorso, dichiarando la maggior parte dei motivi inammissibili. La sentenza sottolinea che i ricorsi in Cassazione non possono riesaminare i fatti e che i requisiti per ottenere benefici contributivi, come l'assenza di licenziamenti pregressi, devono essere rigorosamente rispettati. La Corte ha inoltre confermato che l'onere di provare il diritto a un'esenzione o a una riduzione contributiva spetta sempre al datore di lavoro.
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Lavoro a tempo indeterminato: prova e oneri
La Corte di Cassazione ha confermato la natura di lavoro a tempo indeterminato di un rapporto in agricoltura, basandosi sulla continuità della prestazione per diversi anni. Con l'ordinanza n. 16156/2025, i giudici hanno respinto il ricorso del datore di lavoro, stabilendo che la percezione di sussidi di disoccupazione da parte del lavoratore non è di per sé sufficiente a negare la stabilità del rapporto. La Corte ha inoltre chiarito che la valutazione sulla durata e continuità del lavoro è un accertamento di fatto insindacabile in sede di legittimità, se adeguatamente motivato.
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