LexCED: l'assistente legale basato sull'intelligenza artificiale AI. Chiedigli un parere, provalo adesso!

Art. 1965 Codice Civile — Sezione Lavoro Civile

Pagina 4 di 4

Altri anni per Art. 1965 Codice Civile

Assunzione società in house: vale la conciliazione?
Un lavoratore, assunto da una società in house a seguito di una conciliazione giudiziale, viene licenziato. La società contesta la validità stessa del rapporto di lavoro, sostenendo che l'assunzione avrebbe dovuto seguire procedure di selezione pubblica. La Corte di Cassazione, riconoscendo la rilevanza della questione, rinvia la decisione a una pubblica udienza per definire se una conciliazione possa legittimamente sostituire un concorso pubblico per un'assunzione in società in house.
Continua »
Associazione in partecipazione: quando è lavoro finto
La Corte di Cassazione ha rigettato i ricorsi di due imprenditori sanzionati per aver utilizzato un contratto di associazione in partecipazione per mascherare un rapporto di lavoro subordinato. La Corte ha ribadito che la modalità effettiva di svolgimento della prestazione prevale sulla qualificazione formale data dalle parti al contratto ('nomen iuris') e che i vizi procedurali sono irrilevanti se non ledono concretamente il diritto di difesa.
Continua »
Registrazioni infedeli LUL: la colpa si presume
Una società è stata sanzionata per aver effettuato registrazioni infedeli nel Libro Unico del Lavoro (LUL) riguardo a trasferte e rimborsi spesa. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso dell'azienda, stabilendo principi chiave: le dichiarazioni dei lavoratori agli ispettori hanno un forte valore probatorio, gli accordi di conciliazione successivi non annullano l'illecito amministrativo e, in caso di registrazioni infedeli LUL, la colpa del datore di lavoro è presunta, invertendo l'onere della prova.
Continua »
Conciliazione sede aziendale: perché non è valida
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 9286/2025, ha stabilito che una conciliazione in sede aziendale è invalida. Anche se firmata con l'assistenza di un sindacalista, la sede dell'azienda non è considerata una 'sede protetta' idonea a garantire la libera volontà del lavoratore nel rinunciare ai propri diritti. La Corte ha cassato la sentenza d'appello che aveva ritenuto valido l'accordo, sottolineando che il luogo della sottoscrizione è un elemento funzionale e non meramente formale per la validità dell'atto.
Continua »
Interpretazione accordo transattivo: ricorso inammissibile
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un'azienda contro la condanna al pagamento di differenze retributive. Il caso verteva sull'interpretazione di un accordo transattivo che, secondo l'azienda, aveva natura novativa. La Corte ha stabilito che il ricorso era generico e si limitava a contrapporre una propria interpretazione a quella dei giudici di merito, senza dimostrare una violazione delle regole legali di ermeneutica contrattuale. La decisione sottolinea che l'interpretazione accordo transattivo è di competenza del giudice di merito se la sua valutazione è logica e plausibile.
Continua »
Accordo transattivo: chi paga i contributi del datore?
La Corte di Cassazione ha stabilito che, in un accordo transattivo, la dicitura 'somma lorda' si riferisce all'importo al lordo delle sole trattenute fiscali e previdenziali a carico del lavoratore. I contributi a carico del datore di lavoro rimangono un suo onere, a meno che non sia esplicitamente pattuito il contrario. Il caso riguardava un'opposizione a precetto in cui un'università aveva detratto anche la quota contributiva datoriale dalla somma pattuita con una dipendente in sede di conciliazione, pratica ritenuta illegittima dalla Corte.
Continua »
Licenziamento cambio appalto: obbligo di repêchage
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 1382/2025, ha stabilito che in caso di licenziamento per cambio appalto, l'azienda uscente conserva l'obbligo di repêchage anche se il lavoratore viene immediatamente riassunto dalla nuova azienda appaltatrice. La riassunzione è una tutela aggiuntiva e non sostituisce gli obblighi del precedente datore di lavoro, il cui recesso è soggetto alle regole del licenziamento individuale e non a quelle del licenziamento collettivo.
Continua »
Rinuncia diritto di precedenza: la firma è valida?
Un cuoco ha citato in giudizio il suo ex datore di lavoro per non averlo riassunto, nonostante il suo diritto di precedenza per il lavoro stagionale. Il lavoratore aveva precedentemente firmato un documento di transazione rinunciando a questo diritto. I tribunali, fino alla Corte di Cassazione, hanno respinto la richiesta del lavoratore. La questione chiave era la validità di questa rinuncia. La Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile, confermando che il documento era una dichiarazione valida e non un accordo transattivo che risolveva una controversia. Questo caso evidenzia la distinzione giuridica e le conseguenze di una rinuncia al diritto di precedenza.
Continua »
Querela di falso: i requisiti di ammissibilità
Un imprenditore contesta decreti ingiuntivi basati su una scrittura privata, proponendo una querela di falso. La Cassazione dichiara il ricorso inammissibile per vizi procedurali, sottolineando la necessità di specificare chiaramente gli elementi e le prove della falsità e di non mescolare motivi di ricorso eterogenei.
Continua »
Obbligazione contributiva: rateizzazione non è rinuncia
La Corte di Cassazione ha stabilito che la richiesta di rateizzazione di un debito previdenziale non comporta la rinuncia a contestarne la legittimità. L'obbligazione contributiva è un diritto indisponibile e, pertanto, il contribuente può sempre agire in giudizio per far accertare l'insussistenza del presupposto impositivo, anche dopo aver avviato una procedura di pagamento rateale. Quest'ultima ha il solo effetto di interrompere la prescrizione e invertire l'onere della prova.
Continua »
Assunzione società pubblica: la nullità del contratto
Un lavoratore era stato assunto da una società a totale partecipazione pubblica tramite una conciliazione giudiziale, senza aver superato un concorso. A seguito del suo licenziamento, la Corte di Cassazione ha dichiarato la nullità del rapporto di lavoro sin dall'origine. La Suprema Corte ha stabilito che l'obbligo di procedure selettive per l'assunzione in una società pubblica è una norma imperativa che non può essere derogata da un accordo privato, nemmeno se formalizzato in un verbale di conciliazione. Di conseguenza, il licenziamento non poteva essere impugnato, in quanto il contratto di lavoro era giuridicamente inesistente.
Continua »
Rendita vitalizia: onere della prova e documenti
Un lavoratore ha richiesto una rendita vitalizia per contributi previdenziali omessi dal suo ex datore di lavoro. La sua domanda è stata rigettata in primo grado e in appello. La Corte di Cassazione ha confermato la decisione, chiarendo due principi fondamentali: primo, il giudice può valutare liberamente la validità dei documenti prodotti, anche se la controparte non li contesta esplicitamente. Secondo, se un punto specifico della sentenza di primo grado non viene impugnato in appello, esso diventa definitivo (giudicato interno) e non può più essere discusso. In questo caso, il lavoratore non aveva contestato la decisione sull'inammissibilità della domanda di rendita vitalizia.
Continua »
Transazione TFR: quando copre anche il non detto
Un ex dipendente, dopo aver firmato un accordo di conciliazione giudiziale con il suo ex datore di lavoro, ha agito in giudizio per ottenere il pagamento del trattamento di fine rapporto (TFR). La Corte d'Appello ha dichiarato la sua domanda improponibile, ritenendo che la transazione TFR, definita "omnicomprensiva", precludesse qualsiasi ulteriore pretesa, anche se non esplicitamente menzionata. La Corte di Cassazione ha confermato questa decisione, rigettando il ricorso del lavoratore. La Suprema Corte ha sottolineato che l'interpretazione del giudice di merito, basata sulla volontà delle parti di chiudere ogni pendenza legata al rapporto di lavoro, era corretta e non sindacabile, evidenziando inoltre numerosi profili di inammissibilità nel ricorso presentato.
Continua »
Verbale di conciliazione: quando è valido e inattaccabile
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 19302/2025, ha dichiarato inammissibile il ricorso di un lavoratore che contestava la validità di un verbale di conciliazione. Il caso era iniziato con una richiesta di differenze retributive e l'impugnazione di un licenziamento. Sebbene il Tribunale avesse dato ragione al lavoratore, la Corte d'Appello aveva drasticamente ridotto le somme dovute proprio in virtù del precedente accordo. La Cassazione ha confermato che l'interpretazione del verbale di conciliazione è un'attività riservata ai giudici di merito e non può essere riesaminata in sede di legittimità, ribadendo la stabilità degli accordi raggiunti in sede protetta.
Continua »