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Art. 1467 Codice Civile — Anno 2023

Altri anni per Art. 1467 Codice Civile

Risoluzione per eccessiva onerosità sopravvenuta: i paletti
Un'azienda agricola ha stipulato due contratti di fornitura di mais con un fornitore, ma ha ritirato solo una parte della merce a causa del crollo dei prezzi di mercato. L'azienda ha quindi richiesto la risoluzione per eccessiva onerosità sopravvenuta del secondo accordo e lo scioglimento per mutuo consenso del primo. Il fornitore ha invece chiesto il risarcimento dei danni per inadempimento. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso dell'azienda agricola. I giudici hanno stabilito che il calo dei prezzi era un trend già in atto e prevedibile prima della firma. Di conseguenza, l'azienda è stata condannata a risarcire al fornitore oltre 137.000 euro per le perdite subite e il mancato guadagno.
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Doppia ratio decidendi: perché il Venditore perde la caparra
Il Venditore e l'Acquirente stipulano un contratto preliminare per la vendita di un appartamento. L'Acquirente versa una caparra confirmatoria con un assegno che risulta privo di fondi. Il Venditore recede dal contratto e chiede il pagamento della caparra. I giudici di merito respingono la domanda basandosi su due motivi autonomi: l'applicazione della presupposizione (mancato ottenimento del mutuo) e l'avvenuta risoluzione consensuale del contratto. Il Venditore ricorre in Cassazione contestando solo la presupposizione. La Suprema Corte rigetta il ricorso chiarendo il principio della doppia ratio decidendi: quando una sentenza si fonda su più ragioni autonome, il ricorrente ha l'onere di impugnarle tutte. Non avendolo fatto, la decisione di rigetto rimane valida ed efficace.
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Costi extra nell’appalto? No all’arricchimento senza causa
Una società fallita aveva chiesto a un Comune il pagamento di costi extra per un servizio di raccolta rifiuti, non previsti nel contratto originario. In subordine, aveva richiesto un indennizzo per arricchimento senza causa. La Corte di Cassazione ha stabilito un principio fondamentale: l'azione di arricchimento senza causa non è ammissibile quando tra le parti esiste un contratto. Essendo un rimedio 'sussidiario' (cioè un'ultima spiaggia), non può essere utilizzato se la legge prevede già strumenti specifici, come la revisione dei prezzi contrattuali. La Corte ha quindi respinto questa richiesta, ma ha rinviato il caso alla Corte d'Appello per un errore procedurale su un altro punto della controversia.
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Affitto di azienda in un centro commerciale: non è semplice locazione
La Corte di Cassazione chiarisce la differenza tra locazione e affitto di azienda nel contesto di un centro commerciale. Un'impresa che gestisce un bar all'interno del centro aveva richiesto lo scioglimento del contratto, qualificandolo come locazione e lamentando inadempimenti e un calo di clientela. I giudici, tuttavia, hanno confermato che si tratta di un affitto di azienda. L'oggetto del contratto non erano solo i 'muri' del locale, ma l'intero complesso di beni e servizi offerti dal centro commerciale, come l'avviamento e il flusso di clienti. Di conseguenza, la richiesta dell'impresa è stata respinta, stabilendo che il rischio del calo di affari rientra nella normale gestione economica dell'affittuario.
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Rischio cambio nel leasing: la Cassazione fa chiarezza
La Corte di Cassazione ha annullato una sentenza che dichiarava nulla la clausola di rischio cambio in un contratto di leasing. I giudici di merito avevano erroneamente ritenuto che la complessità dei calcoli e lo squilibrio economico tra le parti rendessero il contratto immeritevole di tutela. La Suprema Corte ha chiarito che l'autonomia negoziale permette alle parti di assumersi rischi, anche elevati, purché lo scopo pratico non contrasti con i principi di solidarietà e ordine pubblico. La clausola di indicizzazione valutaria, pur se complessa, non costituisce un derivato finanziario implicito né un patto nullo per la sola natura aleatoria.
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Donazione atto pubblico: la forma è sostanza
Una cittadina finanziava una borsa di studio universitaria. A seguito di un aumento dei costi dovuto a una nuova legge, l'Università le chiedeva una somma maggiore. La Corte di Cassazione ha stabilito che l'accordo era un atto di liberalità, qualificabile come donazione. Di conseguenza, data l'assenza della forma di donazione con atto pubblico, l'accordo è stato dichiarato nullo, annullando la richiesta di pagamento dell'Università.
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