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Art. 1458 Codice Civile — Anno 2023

Altri anni per Art. 1458 Codice Civile

Risoluzione del contratto: niente pagamento se la vendita salta
Una società venditrice ottiene il trasferimento di un immobile a favore di un acquirente, subordinato al pagamento delle rate di mutuo. Sorge una controversia sull'importo dovuto. Nel frattempo, in un separato giudizio, la società ottiene la risoluzione del contratto per inadempimento, decisione che passa in giudicato. La Corte di Cassazione stabilisce che la risoluzione del contratto ha effetto retroattivo e cancella l'intero processo relativo al pagamento delle rate. Di conseguenza, la Suprema Corte accoglie il ricorso dell'acquirente e cassa senza rinvio la sentenza di condanna al pagamento, estinguendo definitivamente la pretesa economica della società.
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Risoluzione del contratto di appalto: risarcimento senza consegna
Una società italiana di costruzioni navali stipula un contratto con uno Stato estero per la fornitura di navi militari. A causa dell'invasione di un paese vicino da parte dello Stato committente e delle conseguenti sanzioni internazionali, il contratto si risolve per impossibilità sopravvenuta imputabile al committente. Sorge una controversia sulla quantificazione del risarcimento dei danni, in particolare se spetti la revisione dei prezzi pattuita anche per i beni prodotti ma non consegnati. La Corte di Cassazione accoglie il ricorso delle società italiane, stabilendo che in caso di risoluzione del contratto di appalto privato per colpa del committente, il risarcimento del danno deve comprendere sia il danno emergente sia il lucro cessante, inclusa la revisione prezzi pattuita, a prescindere dall'avvenuta consegna dei beni.
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Risoluzione per inadempimento: canone dovuto per software viziato
Una società acquirente si opponeva al pagamento della licenza d'uso di un software telefonico, lamentando malfunzionamenti e invocando la risoluzione per inadempimento del contratto. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso della società acquirente, confermando che il contratto di licenza d'uso di un software con servizi di assistenza si qualifica come appalto di servizi a esecuzione continuata. Di conseguenza, ai sensi dell'articolo 1458 del Codice Civile, la risoluzione per inadempimento non ha effetto retroattivo per le prestazioni già eseguite. L'acquirente è stato quindi condannato a pagare il primo anno di canone, non avendo fornito prova tempestiva dei vizi del software né specificato il contenuto delle clausole ritenute vessatorie.
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Opere su suolo altrui: perché il Comune non paga i lavori
Un'associazione sportiva riceve in concessione un'area comunale per realizzare un impianto sportivo e incarica una società fornitrice di installare gli infissi. A causa di gravi inadempimenti dell'associazione, il Comune revoca la concessione e acquisisce le strutture realizzate. Rimasta non pagata, la società fornitrice chiede al Comune il pagamento dei materiali richiamando la disciplina sulle opere su suolo altrui (art. 936 c.c.) e l'arricchimento senza causa. La Corte di Cassazione rigetta il ricorso. I giudici chiariscono che chi esegue lavori in forza di un contratto con il concessionario non è un 'terzo' estraneo. Di conseguenza, non si può pretendere indennizzi dal proprietario del terreno se il committente originario diventa insolvente o se la concessione viene revocata.
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Responsabilità professionale del geometra: paga il cliente
I Committenti hanno citato in giudizio il Professionista per accertare la sua responsabilità professionale del geometra durante la ristrutturazione di un immobile, chiedendo la risoluzione del contratto e il risarcimento dei danni per presunti errori di progettazione. In precedenza, un altro giudice aveva già condannato i Committenti a pagare il compenso del geometra con sentenza passata in giudicato. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dei Committenti. La Corte ha stabilito che il giudicato sulla condanna al pagamento impedisce la successiva risoluzione del contratto, poiché l'ordine di adempimento presuppone la stabilità del rapporto contrattuale. Inoltre, i presunti danni derivavano dalle caratteristiche strutturali dell'immobile e non da errori del professionista. I Committenti sono stati condannati a pagare le spese processuali.
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Paghi ma non ritiri? Illegittima la revoca dell’aggiudicazione
Una società si aggiudica dei macchinari da un fallimento e paga l'intero prezzo. Tuttavia, ritarda nel ritirarli oltre il termine di dieci mesi stabilito dal bando. Il giudice delegato dispone la revoca dell'aggiudicazione, trattenendo il denaro. La Corte di Cassazione accoglie il ricorso della società acquirente: stabilisce che la revoca dell'aggiudicazione non è più possibile una volta che il prezzo è stato interamente pagato, poiché il pagamento trasferisce la proprietà dei beni mobili. Eventuali ritardi nel ritiro possono essere gestiti solo con le tutele contrattuali ordinarie e non con un provvedimento autoritativo di revoca.
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Revocazione per errore di fatto: la svista non è errore di giudizio
Una Committente ha proposto ricorso per revocazione contro una sentenza di Cassazione che aveva confermato la risoluzione per mutuo consenso di un contratto d'appalto con un'impresa edile. La ricorrente lamentava un presunto errore di fatto, sostenendo che la Corte non avesse esaminato interamente i motivi del suo precedente ricorso, in particolare sulla retroattività dello scioglimento contrattuale e sulla ripartizione delle spese. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che la revocazione per errore di fatto non può essere utilizzata per contestare l'interpretazione o la valutazione dei motivi di ricorso operata dal giudice, trattandosi di attività valutativa e non di una mera svista materiale o percettiva. Di conseguenza, la decisione precedente è stata confermata e la Committente ha perso il giudizio.
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Risoluzione del contratto per grave inadempimento: nessun compenso
L'Azienda appaltatrice aveva stipulato un contratto con il Ministero per realizzare opere idroagricole all'estero. Tuttavia, l'Azienda ha avviato i lavori senza la necessaria approvazione formale dei progetti da parte del Ministero e del Paese beneficiario. Il Ministero ha quindi chiesto la risoluzione del contratto per grave inadempimento. La Corte d'Appello ha accolto la domanda, dichiarando risolto il contratto e condannando l'Azienda a restituire oltre 16 milioni di euro ricevuti, ritenendo le opere inutilizzabili e dannose per l'ambiente. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dell'Azienda, confermando che l'esecuzione di lavori senza progetti approvati costituisce un grave inadempimento che impedisce qualsiasi compenso o indennizzo, anche per ingiustificato arricchimento.
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Restituzione acconti preliminare: scontro su tempi e interessi
Il Promissario Acquirente di un immobile in costruzione chiede la restituzione acconti preliminare dopo che un precedente giudizio ha accertato l'impossibilità di eseguire il contratto per inadempimenti reciproci. L'Impresa Costruttrice eccepisce la prescrizione del diritto e contesta la decorrenza degli interessi dal giorno del pagamento. La Corte di Cassazione stabilisce che il termine di prescrizione decorre solo dal momento in cui l'accertamento del venir meno del contratto diventa definitivo. Tuttavia, accoglie il ricorso dell'impresa sulla decorrenza degli interessi: in caso di venir meno successivo della causa del pagamento, gli interessi sulla somma da restituire decorrono dalla domanda giudiziale di restituzione e non dal giorno del pagamento originario, salvo che non venga provata la malafede di chi ha ricevuto il denaro.
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Opposizione a decreto ingiuntivo: il fallimento non la blocca
Un acquirente stipula un contratto per l'arredo di un bar con una società, poi fallita. A causa di vizi nei beni, l'acquirente chiede la risoluzione del contratto. La società ottiene un decreto ingiuntivo di pagamento, a cui l'acquirente propone opposizione. La Corte d'Appello dichiara improcedibili sia la domanda di risoluzione sia l'opposizione, ritenendo competente solo il tribunale fallimentare. La Cassazione chiarisce che, mentre le domande restitutorie e di risoluzione non trascritte spettano al giudice del fallimento, l'opposizione a decreto ingiuntivo rimane di competenza del giudice ordinario che ha emesso il decreto. La Suprema Corte accoglie quindi il ricorso limitatamente alla procedibilità dell'opposizione a decreto ingiuntivo.
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Domanda nuova in appello: no al rimborso dopo la risoluzione
Un'impresa di costruzioni (L'Appaltatore) stipula un contratto di appalto con un ente pubblico (Il Committente) per la realizzazione di alcuni pozzi. A causa di gravi ritardi nell'esecuzione, il rapporto viene risolto. L'Appaltatore agisce in giudizio chiedendo la risoluzione per colpa del Committente e il rimborso delle spese di esproprio anticipate. Il Tribunale rigetta le richieste principali dell'Appaltatore. In appello, L'Appaltatore chiede la restituzione delle somme a titolo di effetto retroattivo della risoluzione. La Corte d'Appello dichiara inammissibile tale richiesta poiché costituisce una domanda nuova in appello. La Corte di Cassazione conferma questa decisione, stabilendo che la risoluzione del contratto, pur avendo effetto retroattivo, non consente al giudice di disporre restituzioni senza una specifica e tempestiva domanda formulata già nel primo grado di giudizio.
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Vendita di aliud pro alio: rivendere non esclude la risoluzione
Un acquirente compra un appartamento che si rivela privo di abitabilità e con gravi irregolarità urbanistiche. Il Tribunale dichiara la risoluzione del contratto, ma la Corte d'Appello riforma la decisione: ritiene la domanda improcedibile perché l'acquirente ha rivenduto l'immobile a terzi, interpretando questo gesto come un'accettazione del bene. La Cassazione accoglie il ricorso dell'acquirente. I giudici chiariscono che la rivendita del bene non comporta automaticamente la rinuncia alla tutela. Inoltre, in caso di vendita di aliud pro alio (consegna di un bene completamente diverso da quello pattuito), non si applicano i limiti restrittivi della garanzia per vizi ordinari, bensì le regole generali sulla risoluzione per inadempimento. La causa viene rinviata alla Corte d'Appello per un nuovo esame.
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Appalto pubblico e autorizzazioni: la delega all’impresa è valida
Un'impresa si aggiudica un appalto pubblico per la sistemazione di canali e ponti. I lavori vengono bloccati dal Corpo Forestale perché manca l'autorizzazione ambientale. La stazione appaltante risolve il contratto per grave inadempimento dell'impresa, poiché il capitolato d'appalto poneva a carico di quest'ultima l'obbligo di richiedere i permessi necessari. L'impresa si difende sostenendo che l'ottenimento delle autorizzazioni spetti per legge alla committente. La Corte di Cassazione dà ragione alla stazione appaltante. I giudici stabiliscono che, in tema di appalto pubblico e autorizzazioni, è valida la clausola contrattuale che delega all'appaltatore il compito di sbrigare le pratiche amministrative per i permessi. Non essendosi attivata per richiedere l'autorizzazione, l'impresa è considerata inadempiente.
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Patto di manleva: lo stilista perde la causa e paga i danni
Uno Stilista e la sua società hanno concesso in licenza d'uso un marchio a un'Azienda di abbigliamento tramite un contratto di transazione. L'accordo conteneva un patto di manleva, con cui i concedenti garantivano l'Azienda da contestazioni di terzi. A causa di un'azione legale avviata da un terzo titolare di un marchio simile, l'Azienda ha subito il blocco delle vendite e ha chiesto la risoluzione del contratto per inadempimento. Il Tribunale e la Corte d'Appello hanno accolto la domanda dell'Azienda, condannando lo Stilista al risarcimento dei danni. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso dello Stilista, confermando la validità del patto di manleva e rilevando gravi difetti procedurali nell'impugnazione, tra cui la formulazione confusa dei motivi e la presentazione di domande nuove in appello.
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Rimborso oneri condominiali: senza prove il locatore perde
Il Locatore ha richiesto un decreto ingiuntivo contro L'Inquilino per ottenere il rimborso oneri condominiali e spese di gestione precedentemente anticipati. La Corte d'Appello ha revocato il decreto poiché Il Locatore non ha dimostrato l'effettivo pagamento delle somme né ha fornito i criteri di ripartizione delle spese. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso del Locatore, confermando che spetta a chi richiede il rimborso dimostrare sia l'avvenuto esborso sia la correttezza dei conteggi tramite le tabelle millesimali. Di conseguenza, L'Inquilino vince la causa e non deve rimborsare le somme richieste in mancanza di prove idonee.
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Rimborso imposta sostitutiva negato se la donazione si scioglie
Un contribuente riceve in donazione dal padre alcune quote societarie e decide di rivalutarle, pagando la relativa imposta sostitutiva. Successivamente, i familiari decidono di sciogliere la donazione tramite un accordo di mutuo dissenso (scioglimento consensuale). Il contribuente chiede quindi il rimborso imposta sostitutiva versata, ritenendo che lo scioglimento abbia cancellato retroattivamente tutti gli effetti della donazione. L'Agenzia delle Entrate rifiuta il rimborso. La Corte di Cassazione rigetta il ricorso del contribuente, stabilendo che lo scioglimento consensuale non ha effetto retroattivo nei confronti del Fisco (soggetto terzo). Inoltre, la scelta di rivalutare le quote è un atto volontario e irrevocabile che ha già prodotto i suoi effetti benefici, escludendo il diritto alla restituzione delle somme versate.
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Effetti della risoluzione del contratto: l’erede perde il terreno
Una comproprietaria ha chiesto l'accertamento della proprietà di un terreno antistante al suo salumificio, considerandolo una pertinenza. Il parente convenuto si è opposto rivendicando l'acquisto esclusivo del terreno avvenuto anni prima da un costruttore. Tuttavia, la vendita originaria a quest'ultimo era stata risolta per inadempimento in un precedente giudizio a cui lo stesso convenuto aveva partecipato come erede. La Corte d'Appello ha accolto parzialmente la domanda dell'attrice. La Cassazione ha rigettato il ricorso del convenuto, confermando che l'erede non può qualificarsi come terzo estraneo per evitare gli effetti della risoluzione del contratto. Di conseguenza, l'acquisto del convenuto decade per l'effetto retroattivo della risoluzione, e la porzione di terreno pertinenziale spetta all'attrice.
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Risoluzione del contratto di appalto: risarcimento e inflazione
Un committente e un'impresa edile si scontrano sulla ristrutturazione di un immobile. Il committente lamenta gravi vizi, mentre l'impresa chiede il pagamento dei lavori. I giudici di merito dichiarano la risoluzione del contratto di appalto per colpa dell'impresa, ma riconoscono a quest'ultima il pagamento delle opere già eseguite, detraendo i costi per eliminare i vizi. La Cassazione conferma che l'impresa ha diritto al compenso per i lavori utili eseguiti. Tuttavia, accoglie il ricorso del committente su un punto cruciale: la somma stimata per riparare i difetti è un debito di valore. Di conseguenza, tale importo deve essere rivalutato per compensare l'inflazione accumulata negli anni. La causa torna in Corte d'Appello per ricalcolare le somme spettanti.
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Contratto di consulenza finanziaria: lite da un milione
Una Fondazione ha ottenuto in appello la risoluzione del contratto di consulenza finanziaria stipulato con una Società di Consulenza, con la condanna di quest'ultima alla restituzione di oltre 960.000 euro. La Società ha proposto ricorso in Cassazione. La Suprema Corte, rilevando la particolare complessità della questione giuridica riguardante la natura e la portata del contratto di consulenza finanziaria, ha ritenuto necessario l'intervento della sua funzione nomofilattica. Di conseguenza, con l'ordinanza interlocutoria in esame, i giudici hanno deciso di non decidere subito in camera di consiglio, ma di rimettere la trattazione della causa alla pubblica udienza per un esame più approfondito e solenne.
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Risoluzione contratto di leasing: la legge nuova non è retroattiva
La Corte di Cassazione si è pronunciata sulla risoluzione del contratto di leasing per inadempimenti avvenuti prima dell'entrata in vigore della Legge 124/2017. Una società di leasing aveva citato in giudizio i garanti per il mancato pagamento dei canoni da parte dell'utilizzatore. La Corte ha stabilito che la nuova legge non è retroattiva. Di conseguenza, ai contratti risolti prima del 29 agosto 2017 si applica la vecchia disciplina, in particolare l'articolo 1526 del Codice Civile. Questo impone alla società di leasing la restituzione dei canoni riscossi, pur avendo diritto a un equo compenso per l'uso del bene e al risarcimento del danno. L'appello della società è stato quindi respinto.
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