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Art. 124 Codice Penale — Anno 2023

Altri anni per Art. 124 Codice Penale

Querela per truffa: il tempo parte solo quando scopri l’inganno
Un uomo condannato per truffa ha proposto ricorso in Cassazione lamentando la tardività della querela e l'assenza di prove. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso, confermando la condanna. I giudici hanno chiarito che il termine per presentare la querela per truffa decorre solo dal momento in cui le vittime acquisiscono la piena consapevolezza del raggiro subito, e non dal momento in cui si verifica il fatto. Nel caso di specie, le dichiarazioni delle persone offese sono state ritenute pienamente credibili. Inoltre, la richiesta di prescrizione è stata rigettata poiché non era ancora decorso il termine massimo di sette anni e mezzo dal reato commesso nel 2016. Il ricorrente è stato condannato anche al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Termine presentazione querela: la certezza batte il sospetto
Un uomo, condannato per appropriazione indebita, ha fatto ricorso in Cassazione sostenendo che la vittima avesse presentato la denuncia in ritardo. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che il termine presentazione querela di tre mesi inizia a decorrere solo quando la vittima acquisisce una conoscenza certa, oggettiva e soggettiva, del fatto-reato, e non dal momento dei primi semplici sospetti. Inoltre, spetta all'imputato dimostrare che la querela sia stata presentata fuori tempo massimo. In caso di incertezza, il dubbio va risolto a favore della vittima. Di conseguenza, la condanna dell'imputato e stata confermata definitivamente.
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Mancata esecuzione dolosa: finto licenziamento, vera condanna
Un creditore avviava un pignoramento presso terzi sullo stipendio del debitore. Il datore di lavoro dichiarava falsamente che il dipendente si era dimesso e che nulla era dovuto, mentre in realtà lo aveva riassunto poco dopo e gli doveva circa 13.000 euro. Il creditore, ottenuta la certezza della frode dal Centro per l'impiego, presentava querela. La Corte di Cassazione ha confermato la condanna del datore di lavoro per il reato di mancata esecuzione dolosa di un provvedimento del giudice. I giudici hanno chiarito che il termine di tre mesi per presentare la querela decorre solo dal momento in cui la persona offesa acquisisce una conoscenza precisa e certa del fatto, e non dal momento in cui sorge un semplice sospetto. Il ricorso dell'imputato è stato quindi rigettato.
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Tardività della querela: la truffa non si scopre al pagamento
Un uomo è stato condannato per il reato di truffa legato alla vendita fittizia di auto provenienti da fallimenti. L'imputato ha proposto ricorso in Cassazione eccependo la tardività della querela, sostenendo che il termine di novanta giorni fosse decorso dall'ultimo pagamento effettuato dalle vittime. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che l'onere di provare la tardività della querela spetta a chi la solleva e che il termine non decorre dal pagamento se in quel momento le vittime non avevano ancora il sospetto di essere state truffate. La Cassazione ha confermato la condanna e inflitto una sanzione pecuniaria al ricorrente.
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Truffa assicurativa: il sospetto non basta, condanna confermata
Una automobilista è stata condannata per truffa assicurativa dopo aver denunciato un falso sinistro stradale. La difesa ha impugnato la sentenza sostenendo che la querela della compagnia assicurativa fosse tardiva, in quanto presentata oltre i novanta giorni dai primi sospetti sull'incidente. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che il termine per presentare la querela non decorre dal semplice sospetto, ma dal momento in cui la persona offesa acquisisce una conoscenza certa e completa del reato e del suo autore. Nel caso specifico, tale certezza è maturata solo con la consegna della relazione finale dell'agenzia investigativa privata. Di conseguenza, la querela è stata ritenuta tempestiva e la condanna dell'imputata è stata confermata.
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Inammissibilità del ricorso per cassazione: no al copia-incolla
Un uomo, condannato per il reato di appropriazione indebita, ha proposto ricorso dinanzi alla Corte di Cassazione. Tuttavia, il suo atto difensivo si limitava a riprodurre fedelmente le medesime contestazioni già sollevate e respinte in secondo grado, senza muovere alcuna critica specifica alla sentenza della Corte d'Appello. La Suprema Corte ha ribadito che la semplice ripetizione dei motivi d'appello determina l'inammissibilità del ricorso per cassazione. L'atto di impugnazione deve infatti contestare direttamente e puntualmente le motivazioni del provvedimento impugnato. Di conseguenza, i giudici hanno dichiarato inammissibile il ricorso, condannando il ricorrente al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria di tremila euro in favore della Cassa delle Ammende.
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Truffa aggravata: condannato il mediatore che raggira il parente
Un mediatore immobiliare, sfruttando legami di parentela, convinceva un acquirente a consegnargli un assegno di oltre 46 mila euro come caparra per l'acquisto di una casa. Il mediatore incassava la somma per sé anziché consegnarla al venditore. Condannato nei primi gradi di giudizio, l'imputato ricorreva in Cassazione sostenendo che il fatto costituisse un mero inadempimento civile o appropriazione indebita, e che il reato fosse improcedibile per tardività della querela a seguito della riforma Cartabia. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. Ha confermato che si tratta di truffa aggravata poiché gli artifici e raggiri erano preordinati a sottrarre il denaro. Riguardo alla procedibilità, la Corte ha stabilito che la volontà punitiva espressa prima della riforma (anche tramite costituzione di parte civile) rende il reato procedibile. L'imputato perde la causa e deve pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
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Truffa aggravata del commercialista: finti invii, condanna vera
Un commercialista ha stipulato un contratto di consulenza con una società, omettendo poi di presentare le dichiarazioni dei redditi per tre anni consecutivi. Per nascondere l'inadempimento, ha inviato ai clienti false ricevute via email, incassando regolarmente i compensi. Scoperto l'inganno tramite un nuovo professionista, i clienti lo hanno querelato. La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per il reato di truffa aggravata dall'abuso di relazioni professionali. I giudici hanno chiarito che l'invio di documenti falsi costituisce un vero e proprio raggiro e che la dipendenza da alcol e droghe non esclude il dolo, poiché il professionista era comunque consapevole delle proprie azioni fraudolente. Il ricorso del commercialista è stato dichiarato inammissibile, confermando la sua colpevolezza e la condanna alle spese.
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Sottrazione di beni pignorati: condanna ferma, fedina da rifare
Un debitore, nominato custode di alcuni beni mobili pignorati (una fresatrice, un aspiratore e un bancone), è stato condannato per il reato di sottrazione di beni pignorati per averli fatti sparire. L'imputato ha fatto ricorso in Cassazione contestando la tempestività della querela e il diniego del beneficio della non menzione della condanna. La Suprema Corte ha rigettato i motivi sulla colpevolezza, rendendo definitiva la condanna penale. Ha però accolto il ricorso sul beneficio della non menzione: i giudici d'appello lo avevano negato erroneamente basandosi su un precedente di particolare tenuità del fatto, che non costituisce una condanna. La sentenza è stata annullata con rinvio limitatamente a questo beneficio.
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Esercizio arbitrario delle proprie ragioni: querela fuori tempo
La Corte di Cassazione ha affrontato il caso di alcuni soggetti accusati inizialmente di estorsione, reato poi riqualificato in esercizio arbitrario delle proprie ragioni. La persona offesa ha sporto querela oltre il termine di tre mesi previsto dalla legge. Nonostante la contestazione dell'aggravante del metodo mafioso, che una legge successiva ha reso procedibile d'ufficio, la Corte ha stabilito che le modifiche peggiorative sulla procedibilità non si applicano retroattivamente. Di conseguenza, prevale il principio del favor rei: il reato richiedeva una tempestiva querela, che è mancata. La Cassazione ha quindi annullato senza rinvio la sentenza di condanna per improcedibilità dell'azione penale.
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Tardività della querela: l’imputato perde se non porta prove
Un automobilista è stato condannato per frode assicurativa in concorso. L'imputato ha proposto ricorso in Cassazione eccependo la tardività della querela da parte della compagnia assicurativa. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno stabilito che l'onere di provare la tardività della querela spetta interamente a chi la deduce (l'imputato) e richiede una prova rigorosa, non basata su semplici supposizioni. Di conseguenza, l'imputato perde la causa e deve pagare le spese processuali e risarcire la compagnia assicurativa.
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Frode assicurativa: condanna definitiva per il falso sinistro
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per il reato di frode assicurativa nei confronti di una conducente che aveva denunciato un falso sinistro stradale. La difesa sosteneva la tardività della querela e l'assenza di prove sufficienti. I giudici hanno chiarito che il termine per presentare la querela decorre solo dal momento in cui la persona offesa acquisisce piena certezza della natura fraudolenta del fatto. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso, confermando la responsabilità penale dell'imputata e il diniego delle attenuanti generiche, giustificato dall'intensità del dolo e dalla totale assenza di pentimento. L'imputata è stata condannata al pagamento delle spese processuali, di una sanzione pecuniaria e al risarcimento delle spese legali in favore della compagnia assicurativa.
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Concordato in appello: l’accordo blocca il ricorso sul furto
L'Imputato, condannato per rapina, lesioni e furto aggravato, concordava la pena in appello rinunciando ai motivi di gravame. Successivamente, proponeva ricorso in Cassazione lamentando la mancanza di querela per il furto, ritenendo la pena illegale a seguito della Riforma Cartabia. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che il concordato in appello preclude la contestazione di vizi non attinenti alla legalità della pena. Inoltre, la costituzione di parte civile della vittima equivale alla presentazione della querela, rendendo infondata la tesi difensiva. L'Imputato è stato condannato al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Tempestività della querela: l’errore materiale non chiude il caso
Il Giudice di Pace assolveva L'Imputato dal reato di lesioni personali ai danni de La Persona Offesa per incertezza sulla tempestività della querela. L'atto riportava infatti una data di presentazione antecedente al fatto di reato, configurando un evidente errore materiale. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del Procuratore Generale, stabilendo che il giudice non può limitarsi a constatare l'incertezza, ma deve esercitare i propri poteri officiosi per accertare la reale data di deposito della querela. La Suprema Corte ha quindi annullato la sentenza di proscioglimento, rinviando il caso al Tribunale per un nuovo esame che verifichi la reale tempestività della querela.
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Tardività della querela: la contestazione tardiva non salva
Un finto consulente finanziario ha raggirato alcuni imprenditori, simulando di essere accreditato per investimenti in Romania e incassando somme per una gara d'appalto mai esistita. Condannato per truffa, l'uomo ha proposto ricorso in Cassazione eccependo la tardività della querela. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. La questione sulla tardività della querela non era infatti mai stata sollevata nei precedenti gradi di giudizio. Di conseguenza, non poteva essere proposta per la prima volta davanti ai giudici di legittimità. L'imputato è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria, mentre nulla è stato riconosciuto alla parte civile per la mancata presentazione di memorie utili alla decisione.
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Frode in danno dell’assicurazione: finti feriti smascherati
Due soggetti hanno simulato lesioni fisiche da incidente stradale utilizzando certificati medici falsi del Pronto Soccorso, allontanandosi in realtà senza visite. Grazie a questi documenti, hanno ottenuto oltre ventimila euro ciascuno dalla compagnia assicurativa. La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per i reati di falsità materiale e frode in danno dell'assicurazione. I giudici hanno chiarito che il termine per presentare querela decorre solo dalla piena conoscenza della truffa (ricezione del rapporto investigativo) e non dai primi sospetti. Inoltre, la gravità del dolo e la mancanza di pentimento escludono la sospensione condizionale della pena. I ricorsi sono stati dichiarati inammissibili, confermando la colpevolezza dei finti danneggiati.
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Detenzione illegale di armi: ereditare un fucile costa caro
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna di un uomo per truffa e detenzione illegale di armi. L'imputato aveva raggirato una donna fingendosi un professionista e trattenendo somme di denaro. Inoltre, deteneva un fucile da caccia ereditato dallo zio senza averlo denunciato. La difesa sosteneva la tardività della querela e chiedeva di riqualificare il possesso del fucile come semplice omessa denuncia. I giudici hanno respinto i motivi: il termine per la querela decorre solo dalla piena consapevolezza del raggiro, mentre l'erede ha l'obbligo assoluto di denunciare le armi ricevute in successione, anche se già denunciate dal defunto. Il ricorso è stato dichiarato inammissibile.
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Diffamazione sui social network: condanna confermata
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per il reato di diffamazione aggravata a carico di un utente che aveva pubblicato post offensivi su una nota piattaforma online. La difesa sosteneva la tardività della querela per l'incertezza sulla data di pubblicazione dei post e giustificava l'uso del termine "mafioso" basandosi su una condanna di primo grado della vittima. I giudici hanno respinto il ricorso, stabilendo che il termine per sporgere querela decorre dal momento in cui la vittima ha conoscenza certa del fatto offensivo, non dalla data di pubblicazione. Inoltre, l'uso di epiteti infamanti e l'accusa di spaccio non sono giustificati da precedenti giudiziari non definitivi. La sentenza conferma che la diffamazione sui social network è punibile e che la tutela della reputazione prevale sulle accuse infondate o premature.
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Remissione di querela: la pace cancella la condanna in Cassazione
Due imputati, condannati in appello per esercizio arbitrario delle proprie ragioni a seguito della riqualificazione delle iniziali accuse di tentata estorsione e rapina, propongono ricorso per Cassazione. Durante la pendenza del giudizio di legittimità, la persona offesa formalizza la remissione di querela, che viene ritualmente accettata dai ricorrenti. La Corte di Cassazione annulla senza rinvio la sentenza impugnata, dichiarando l'estinzione dei reati. I giudici confermano che la remissione di querela, intervenuta in pendenza del ricorso e accettata, prevale su eventuali cause di inammissibilità del ricorso stesso, purché questo sia stato proposto tempestivamente.
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Finto agente e sostituzione di persona: condanna definitiva
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per i reati di truffa e sostituzione di persona a carico di un soggetto che si era presentato sotto falso nome, millantando la qualifica di agente assicurativo, per rilasciare una fideiussione falsa e ottenere merci non pagate per oltre 51.000 euro. I giudici hanno dichiarato inammissibile il ricorso della difesa, chiarendo che la querela presentata dal legale rappresentante di una società è valida anche senza l'indicazione specifica della fonte dei suoi poteri, rientrando tale atto nell'ordinaria gestione. Inoltre, la Suprema Corte ha ribadito la legittimità della testimonianza degli agenti di polizia sulle indagini svolte dai colleghi e la corretta sospensione della prescrizione dovuta all'astensione degli avvocati.
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