Definizione
I costi e i compensi degli avvocati che la parte sconfitta deve pagare alla parte vincitrice.
Orientamento della Cassazione
Su LexCED 174 provvedimenti della Corte di cassazione su questo tema (2022–2026). Nel 45% dei casi il ricorso è stato accolto, almeno in parte.
Esito del ricorso
- Accolto, anche in parte 45%
- Rigettato 19%
- Inammissibile 9%
- Estinto 20%
- Altro 6%
Provvedimenti per anno
2022
2023
2024
2025
2026
Sezioni
- Civile Sez. 541%
- Civile Sez. 633%
- Civile Sez. Lavoro26%
Precedenti più richiamati
- Cass. 11601/2018in 4 provvedimenti
- Cass. 3950/2017in 4 provvedimenti
- Cass. 89/2021in 4 provvedimenti
- Cass. 3971/2015in 4 provvedimenti
- Cass. S.U. 32061/2022in 5 provvedimenti
Dati LexCED, aggiornati ogni giorno. L'esito è letto dal dispositivo dei provvedimenti pubblicati; sono esclusi quelli senza dispositivo leggibile.
Norme più ricorrenti in questi provvedimenti
Provvedimenti
Una società impugna una cartella esattoriale relativa alla tassa sui rifiuti emessa dall'ente della riscossione. I giudici d'appello confermano la legittimità della cartella esattoriale e la contribuente propone ricorso davanti ai giudici di legittimità. Durante la causa, la società si cancella dal Registro delle Imprese e formalizza la rinuncia al ricorso producendo la visura camerale. L'ente di riscossione non accetta formalmente la rinuncia. I giudici supremi accertano la tempestività della dichiarazione di rinuncia ed estinguono la causa. L'estinzione del giudizio comporta la condanna della società al rimborso delle spese legali verso la controparte pubblica, ma esclude il versamento dell'ulteriore importo a titolo di contributo unificato.
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Un ente datoriale ha impugnato la decisione di merito che lo obbligava a pagare l'indennità per contratti a termine illegittimi e le spese di lite. La Corte d'Appello aveva leggermente ridotto l'importo risarcitorio dovuto al dipendente, ma aveva addossato le spese legali all'ente. Il datore di lavoro ha presentato ricorso per Cassazione, sostenendo di non essere soccombente dopo lo sconto sul debito. I giudici supremi hanno respinto la tesi datoriale. Il creditore che vede riconosciuto il proprio diritto, anche per una somma inferiore a quella iniziale, non perde la causa. Le spese di lite seguono il risultato globale del giudizio e non spettano alla parte che subisce la condanna principale.
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Un Contribuente ha contestato un fermo amministrativo e una cartella di pagamento. Dopo aver vinto in appello, ha ricorso in Cassazione per la liquidazione spese di lite. La Commissione Tributaria Regionale aveva infatti riconosciuto al Contribuente una somma simbolica per le spese legali, nonostante il valore elevato della controversia. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso. Ha stabilito che i giudici devono motivare adeguatamente la liquidazione delle spese legali, specialmente quando si discostano dai parametri standard, e non possono liquidare somme simboliche. La sentenza è stata cassata e rinviata alla CTR per una nuova decisione sulle spese.
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Un investitore ha affidato a un'azienda l'incarico di acquistare immobili, versando una somma considerevole. L'acquisto non si è concretizzato e l'azienda non ha restituito il denaro. Dopo il rigetto in primo grado, la Corte d'Appello ha riconosciuto la validità del mandato e ha condannato l'azienda a restituire le somme. L'azienda ha presentato ricorso in Cassazione, sostenendo che il mandato per beni immobili richiedesse la forma scritta e contestando la prova dei pagamenti. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso, confermando che il Mandato senza rappresentanza immobiliare non necessita della forma scritta e che le contestazioni sui fatti non erano sufficientemente specifiche. L'azienda ha perso definitivamente la causa.
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La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da un'Azienda di Telecomunicazioni. L'Azienda contestava la condanna al rilascio immobile locato, un terreno, sostenendo di averlo già restituito e che i Proprietari del Terreno non avessero più interesse ad agire. La Suprema Corte ha chiarito che il ricorso mirava a una rivalutazione dei fatti, non consentita in Cassazione. Ha quindi confermato la decisione precedente, condannando l'Azienda al pagamento delle spese legali a favore dei Proprietari del Terreno.
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L'Agenzia delle Dogane contestava la classificazione doganale di prodotti cosmetici importati da un'Azienda, chiedendo maggiori diritti. L'Azienda aveva vinto in appello. L'Agenzia ha proposto ricorso in Cassazione. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso dell'Agenzia delle Dogane perché la notifica del ricorso in cassazione era stata inviata a indirizzi PEC non collegati ai difensori dell'Azienda. Questo ha reso la notifica inesistente, impedendo l'esame del merito della controversia. L'Agenzia delle Dogane ha perso e deve pagare le spese legali.
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La Corte di Cassazione ha esaminato il ricorso di un Cittadino contro una condanna alle spese processuali. Il Cittadino aveva contestato un'intimazione di pagamento per sanzioni amministrative (multe stradali). Il Tribunale aveva condannato il Cittadino a rimborsare le spese legali anche a due Prefetture che non avevano partecipato al primo grado di giudizio. La Cassazione ha accolto il ricorso del Cittadino. Ha stabilito che una parte vittoriosa non può ottenere il rimborso delle spese per un grado di giudizio in cui è rimasta assente (contumace). Inoltre, le autorità amministrative senza difesa tecnica possono richiedere solo le spese effettivamente sostenute, non gli onorari. La sentenza è stata cassata con rinvio al Tribunale per una nuova liquidazione delle spese.
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La Corte di Cassazione ha affrontato un caso di espropriazione per pubblica utilità. Alcuni proprietari avevano ricevuto un'indennità provvisoria. L'Azienda espropriante aveva chiesto la restituzione delle somme ritenute in eccesso tramite una domanda riconvenzionale. Tuttavia, l'Azienda ha poi rinunciato espressamente a questa richiesta. Nonostante la rinuncia alla domanda riconvenzionale, la Corte d'Appello aveva comunque ordinato ai proprietari di restituire le somme. La Cassazione ha annullato questa decisione, ribadendo che un giudice non può pronunciarsi su una domanda a cui la parte ha rinunciato, violando il principio di corrispondenza tra chiesto e pronunciato. I proprietari hanno vinto, evitando la restituzione delle somme e ottenendo il rimborso delle spese legali.
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Un lavoratore ha ottenuto dai giudici di secondo grado il riconoscimento di un trattamento economico previdenziale più favorevole contro l'ente pubblico. Il tribunale ha condannato l'ente a pagare le differenze economiche e a rimborsare le spese legali. Tuttavia, i compensi per la difesa sono stati quantificati in misura eccessivamente ridotta rispetto al valore effettivo del giudizio. Il lavoratore ha quindi impugnato la decisione davanti alla Corte di Cassazione, contestando la violazione dei minimi tariffari di legge. La Suprema Corte ha accolto il ricorso, stabilendo che la liquidazione delle spese di lite non può scendere sotto le soglie minime stabilite dalle tabelle ministeriali per lo scaglione di riferimento. I giudici di legittimità hanno pertanto annullato la sentenza sul punto e disposto un nuovo giudizio per il corretto ricalcolo dei compensi.
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La Corte di Cassazione ha affrontato una divergenza evidente nel dispositivo di un provvedimento tra la cifra numerica e l'importo scritto in lettere per le spese legali. Il testo riportava numericamente la somma di quattromila euro e contemporaneamente la dicitura in lettere per tremila euro. Una delle parti ha quindi presentato formale istanza per ottenere la correzione di errore materiale. I giudici hanno chiarito che, in presenza di un contrasto testuale evidente causato dall'uso degli strumenti informatici di videoscrittura, la somma espressa in lettere prevale su quella in cifre per la sua maggiore precisione analitica. La Suprema Corte ha dunque accolto il ricorso, disponendo la correzione del provvedimento e allineando la cifra numerica all'importo in lettere.
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Un cittadino riceve cartelle esattoriali per spese di giustizia penali e propone opposizione contestando diversi vizi formali e sostanziali. Il Tribunale rigetta integralmente l'opposizione. In sede di impugnazione, la Corte d'Appello accoglie parzialmente la richiesta sul limite del debito ma, valutando la complessiva soccombenza per il rigetto degli altri motivi, compensa solo a metà le spese processuali e condanna il debitore a saldare la quota restante. Il debitore impugna la decisione in Cassazione contestando la regolamentazione delle spese di lite. La Suprema Corte dichiara il ricorso inammissibile per carenza di esposizione sommaria dei fatti e specifica che la liquidazione delle spese di lite deve parametrarsi sull'esito finale globale dell'intera vicenda, considerando l'insieme di tutti i motivi azionati.
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La Corte di Cassazione ha dichiarato l'estinzione del processo in una controversia tra La Ricorrente e L'Azienda Fallita. Entrambe le parti avevano presentato ricorso, ma hanno poi deciso di rinunciare reciprocamente ai propri appelli, accettando le rispettive rinunce. Questa scelta ha portato alla cessazione anticipata della causa. Di conseguenza, il processo si è estinto e la Corte non ha provveduto a condannare alcuna parte al pagamento delle spese legali, riconoscendo la volontà congiunta di chiudere la vertenza. Questo caso evidenzia come la volontà delle parti possa determinare l'estinzione del processo.
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Un'Azienda aveva importato prodotti per il bagno (sali, sapone, crema) in un unico contenitore, dichiarando voci doganali separate. L'Agenzia delle Dogane contestava la Classificazione doganale prodotti, ritenendo che i beni fossero complementari e dovessero rientrare in un'unica voce, chiedendo maggiori diritti. Dopo un iter giudiziario, l'Agenzia ha proposto ricorso in Cassazione. Tuttavia, ha notificato il ricorso a un indirizzo PEC sbagliato, non collegato all'Azienda. La Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile per inesistenza della notifica, condannando l'Agenzia al pagamento delle spese legali.
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Un Lavoratore ha presentato ricorso contro l'INPS e un'Agenzia di Riscossione, ma la Corte d'Appello lo ha dichiarato inammissibile perché depositato oltre i termini. Il Lavoratore è stato condannato a pagare le spese processuali, anche a favore dell'Agenzia di Riscossione, che si era costituita tardivamente. Il Lavoratore ha quindi proposto ricorso in Cassazione, contestando il diritto alle spese per la costituzione tardiva e l'ammontare. La Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando che il diritto alle spese processuali spetta alla parte vittoriosa anche se si è costituita in ritardo, purché la costituzione fosse comunque valida. La tardività incide solo sulle decadenze processuali, non sul diritto al rimborso dei costi.
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La Corte di Cassazione ha esaminato il caso di alcuni Lavoratori che avevano contestato avvisi di addebito INPS per contributi. La Corte d'Appello aveva accolto la loro opposizione, ma aveva deciso la compensazione spese legali, ovvero che ogni parte pagasse le proprie. I Lavoratori hanno impugnato questa decisione, sostenendo che la compensazione non fosse giustificata. La Cassazione ha accolto il ricorso, affermando che la motivazione della Corte d'Appello per la compensazione era insufficiente, specialmente alla luce delle recenti modifiche all'art. 92 c.p.c. che limitano tale possibilità a casi eccezionali. La sentenza è stata cassata con rinvio per una nuova valutazione delle spese.
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Un proprietario di imbarcazione ha chiesto risarcimento per danni, sostenendo che il contratto di ormeggio con una società includeva l'obbligo di custodia. Il Tribunale ha negato il risarcimento, ritenendo l'obbligo non provato. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso del proprietario inammissibile. Ha ribadito che il contratto di ormeggio non include automaticamente la custodia. L'obbligo di custodia deve essere specificamente dimostrato. Il proprietario ha perso la causa e dovrà pagare le spese legali.
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Un'Azienda ha presentato un ricorso contro una decisione della Commissione Tributaria Regionale, ma non ha depositato il ricorso principale nei termini previsti. L'Agenzia delle Entrate, che aveva ricevuto il controricorso, ha chiesto alla Corte di Cassazione di dichiarare l'improcedibilità del ricorso tributario. La Corte ha accolto questa richiesta, stabilendo che il mancato deposito del ricorso principale rende il procedimento non valido. Di conseguenza, l'Azienda è stata condannata a rimborsare le spese legali all'Agenzia delle Entrate.
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L'Azienda di Trasporti ha contestato una decisione dell'Amministrazione Fiscale sulla deducibilità delle quote di ammortamento. La Commissione Tributaria Regionale aveva negato tale deduzione. L'Azienda ha presentato ricorso in Cassazione, sostenendo la presenza di una "motivazione apparente" nella sentenza. La Corte di Cassazione ha ribadito che il suo ruolo è verificare la correttezza logica e giuridica delle motivazioni, non riesaminare i fatti. Ha ritenuto che la Commissione Tributaria Regionale avesse fornito una motivazione adeguata. Per questo motivo, la Corte ha rigettato il ricorso dell'Azienda, condannandola al pagamento delle spese legali a favore dell'Amministrazione Fiscale.
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Un'impresa individuale e una società committente hanno avviato una controversia giudiziaria in materia di appalto, riguardante il risarcimento danni per inadempimento e il mancato pagamento di fatture commerciali. Dopo una pronuncia arbitrale e il successivo giudizio di appello dichiarato inammissibile, l'imprenditore ha proposto ricorso dinanzi ai giudici di legittimità. Nel corso del giudizio, la parte ricorrente ha depositato formale atto di rinuncia, regolarmente accettato dalla società resistente. I giudici hanno dichiarato estinto il procedimento per rinuncia al ricorso per cassazione. L'accettazione reciproca ha impedito la liquidazione delle spese legali a carico del rinunciante ed escluso l'obbligo di versare il raddoppio del contributo unificato, chiudendo definitivamente la lite.
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Un Cittadino ha contestato un'esecuzione, ma il Tribunale si è dichiarato incompetente, rimettendo la causa a un altro giudice e compensando le spese. Il Cittadino ha impugnato solo la decisione sulle spese. La Corte d'Appello ha dichiarato l'appello inammissibile, sostenendo che per una sentenza sulla competenza fosse necessario il "regolamento di competenza". La Cassazione ha accolto il ricorso del Cittadino. Ha stabilito che l'impugnazione delle sole spese di lite, contenute in una sentenza che decide sulla competenza, non richiede il "regolamento di competenza" ma segue le regole ordinarie dell'appello. La Corte d'Appello ha quindi errato.
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