Definizione
L'atto con cui il creditore rinuncia volontariamente al proprio credito, liberando il debitore dall'obbligazione.
Orientamento della Cassazione
Su LexCED 82 provvedimenti della Corte di cassazione su questo tema (2022–2026). Nel 38% dei casi il ricorso è stato accolto, almeno in parte.
Esito del ricorso
- Accolto, anche in parte 38%
- Rigettato 36%
- Inammissibile 22%
- Altro 4%
Provvedimenti per anno
2022
2023
2024
2025
2026
Sezioni
- Penale Sez. 158%
- Civile Sez. 223%
- Civile Sez. 119%
Precedenti più richiamati
- Cass. 28257/2021in 12 provvedimenti
- Cass. 593/2015in 8 provvedimenti
- Cass. 42026/2018in 8 provvedimenti
- Cass. 18686/2009in 8 provvedimenti
- Cass. 18885/2019in 6 provvedimenti
Dati LexCED, aggiornati ogni giorno. L'esito è letto dal dispositivo dei provvedimenti pubblicati; sono esclusi quelli senza dispositivo leggibile.
Norme più ricorrenti in questi provvedimenti
Provvedimenti
Una persona condannata ha presentato istanza per ottenere la remissione del debito relativo alle spese processuali e alle somme dovute alla Cassa delle ammende. Il Magistrato di sorveglianza ha rigettato la richiesta a causa della mancanza dei requisiti di legge, ossia la buona condotta e le disagiate condizioni economiche. L'interessata ha proposto ricorso per cassazione, limitandosi a contestare la valutazione dei fatti compiuta dal giudice di merito senza smentire i dati storici accertati. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile e ha condannato la ricorrente al pagamento delle spese di giudizio e di una sanzione di tremila euro.
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Un detenuto sottoposto al regime carcerario speciale ha impugnato il provvedimento con cui il Tribunale di sorveglianza ha negato l'ammissione al patrocinio a spese dello Stato. Il ricorrente sosteneva di essere totalmente privo di redditi, privo di beni intestati e detenuto da decenni, allegando precedenti ammissioni al beneficio in altri processi. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. Per i soggetti condannati per gravissimi reati di criminalità organizzata opera una presunzione legale di possesso di redditi illeciti superiori alla soglia consentita. Tale presunzione può essere superata soltanto dimostrando con elementi fattuali rigorosi e univoci l'effettiva indigenza, senza che bastino l'autocertificazione, la nullatenenza apparente o l'assenza di reddito formale dovuta al lungo stato detentivo.
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Un ex detenuto ha chiesto la remissione del debito per non pagare le spese del processo e le spese di mantenimento in carcere. Il Magistrato di Sorveglianza ha negato il beneficio a causa di una sanzione disciplinare subita durante la carcerazione, confermata da comportamenti negativi dopo il ritorno in libertà. Il condannato ha presentato ricorso in Cassazione sostenendo che il giudice avesse dato troppo peso alla condotta successiva alla scarcerazione. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. Anche un solo illecito disciplinare interno all'istituto penitenziario può dimostrare l'assenza della regolare condotta necessaria per ottenere il beneficio, rendendo legittimo il diniego del giudice.
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Un condannato in affidamento in prova al servizio sociale ha chiesto la remissione del debito per le spese di giustizia e la multa. Il Magistrato di Sorveglianza ha respinto l'istanza sostenendo che l'interessato doveva prima espiare l'intera pena inflitta. L'interessato ha presentato ricorso per Cassazione contro il rigetto relativo alle spese processuali. La Suprema Corte ha accolto il ricorso e ha chiarito che la legge non impone l'espiazione totale della condanna per ottenere il beneficio. Bastano infatti il disagio economico e una condotta carceraria corretta protratta per un tempo ragionevole. La Corte ha quindi annullato l'ordinanza con rinvio al giudice di merito.
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Un condannato richiede la remissione del debito per le spese di giustizia, ma il Magistrato di sorveglianza respinge l'istanza. L'interessato decide di contestare il provvedimento presentando l'atto di persona, senza l'assistenza tecnica di un legale. Il Tribunale di sorveglianza qualifica l'atto come impugnazione di legittimità e lo trasmette alla Suprema Corte. I giudici rilevano che il ricorso per cassazione personale non è più consentito dall'ordinamento dopo la riforma del 2017, la quale impone la firma esclusiva di un difensore iscritto nell'albo speciale dei cassazionisti. Di conseguenza, la Corte dichiara l'atto inammissibile e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali e al versamento di tremila euro in favore della Cassa delle ammende.
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Un detenuto condannato all'ergastolo per omicidio aggravato e associazione mafiosa ha richiesto il permesso premio reati ostativi. Il Magistrato e il Tribunale di Sorveglianza hanno respinto l'istanza. Il condannato ha presentato ricorso per cassazione, evidenziando trent'anni di detenzione esemplare, il compimento di percorsi di studio universitario, la formale dissociazione dal clan e la propria indigenza economica. La Suprema Corte ha respinto definitivamente il ricorso. I giudici hanno chiarito che, anche a seguito delle recenti riforme, il detenuto non collaborante deve dimostrare il risarcimento alle vittime del reato o l'assoluta impossibilità oggettiva di adempiere. Inoltre, la condotta carceraria corretta e la mera dissociazione verbale non bastano: il richiedente deve allegare prove specifiche per escludere collegamenti attuali o pericoli di ripristino dei rapporti con la criminalità organizzata.
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Una società per azioni delibera l'azzeramento del capitale per perdite e il contestuale aumento di capitale. I soci liberano l'aumento compensando i crediti certi ed esigibili vantati verso la società. Il notaio versa l'imposta fissa di duecento euro. L'Agenzia delle Entrate contesta l'operazione e richiede l'aliquota proporzionale dello 0,50% per un totale di oltre ventitremila euro, qualificando la compensazione come autonoma rinuncia al credito. I giudici tributari di merito danno ragione alla società. La Corte di Cassazione ribalta la decisione e accoglie il ricorso dell'Erario. La Suprema Corte stabilisce che l'operazione coinvolge due atti distinti e funzionalmente collegati: la delibera societaria e la compensazione dei singoli soci. Pertanto, l'imposta di registro aumento capitale si applica in misura proporzionale e non fissa.
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Un imprenditore cita in giudizio un istituto di credito chiedendo un ingente risarcimento danni per presunte scorrettezze nelle gare di appalto e la ripetizione d'indebito bancario per presunti interessi usurari e commissioni illegittime applicati sui propri conti e su quelli della sua società fallita. La banca eccepisce la prescrizione decennale dei versamenti solutori e la rinuncia tacita ai crediti da parte degli organi fallimentari prima della cancellazione societaria. Il Tribunale e la Corte d'Appello respingono integralmente le pretese attoree. La Corte di Cassazione conferma la pronuncia di secondo grado, rigettando il ricorso dell'imprenditore: la mancata rivendicazione fallimentare dei crediti societari integra una remissione del debito verso la banca e l'azione restitutoria sui conti correnti personali risulta interamente prescritta. L'imprenditore viene condannato al pagamento di sedicimila euro di spese processuali.
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Una Azienda Ricorrente ha eseguito lavori per una Azienda Controricorrente. Le parti hanno stipulato un accordo per ridurre il debito, condizionato al pagamento puntuale. Poiché l'Azienda Controricorrente non ha pagato integralmente, l'Azienda Ricorrente ha richiesto un decreto ingiuntivo. I giudici di merito hanno qualificato l'accordo come un "contratto di transazione" e hanno revocato il decreto, dato che il pagamento era avvenuto durante il processo. La Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile per mancata localizzazione del documento chiave. In ogni caso, avrebbe rigettato il ricorso, confermando la qualificazione dell'accordo come "contratto di transazione" e ritenendo l'inadempimento non grave, data l'esecuzione successiva del pagamento.
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Un Consiglio Notarile ha contestato sanzioni disciplinari a un professionista. Il professionista ha stipulato circa cinquanta compravendite immobiliari contestualmente rinunciando al prezzo tramite la remissione del debito. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso dell'organo professionale, stabilendo che il dovere di adeguamento del notaio impone un'indagine approfondita sulla reale volontà dei contraenti. Se le parti intendono realizzare un atto di liberalità anziché una vera vendita, il professionista non può limitarsi a registrare le dichiarazioni. L'atto rischia infatti di essere annullato per simulazione. Il notaio deve garantire la certezza giuridica degli effetti e informare le parti sui rischi. La sentenza della Corte d'Appello è stata annullata con rinvio per riesaminare la responsabilità del professionista alla luce di questi principi.
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Un creditore ha richiesto la dichiarazione di fallimento di una società a responsabilità limitata per debiti scaduti superiori alle soglie legali. La società debitrice si è difesa sostenendo la cancellazione di un debito milionario dal bilancio del principale creditore, qualificando la posta contabile come rinuncia al credito. I giudici di merito e la Corte di Cassazione hanno respinto questa tesi: la svalutazione contabile operata dal creditore esprime soltanto l'inesigibilità della somma dovuta alla crisi d'impresa e non costituisce una remissione del debito. I debiti superano quindi i limiti di legge e confermano pienamente la dichiarazione di fallimento.
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Un creditore ha richiesto il fallimento di una società debitrice in liquidazione. La debitrice ha contestato la richiesta evidenziando di non superare la soglia di indebitamento di 500.000 euro vista la rinuncia al credito dei soci pari a 155.000 euro approvata in assemblea per finanziamenti precedenti, oltre ad alcune rettifiche contabili. La Corte d'Appello aveva ritenuto la rinuncia un atto strumentale e inefficace. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso della società debitrice. I giudici di legittimità hanno chiarito che la rinuncia non richiede forme solenni e produce i suoi effetti estintivi del debito. Il calcolo dell'esposizione debitoria deve basarsi sui debiti effettivi al momento della decisione, annullando la sentenza con rinvio.
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Un socio superstite di una società cancellata dal Registro delle Imprese ha cercato di recuperare crediti da una banca. La Corte d'Appello aveva respinto la sua richiesta, presumendo una rinuncia al credito da parte della società estinta, poiché i crediti non erano stati inclusi nel bilancio di liquidazione. La Corte di Cassazione ha cassato questa decisione. Ha stabilito che la cancellazione di una società non implica automaticamente la rinuncia a crediti incerti o illiquidi. La presunzione di rinuncia, infatti, richiede una prova rigorosa di una volontà abdicativa chiara e inequivocabile. Il caso è stato rinviato per una nuova valutazione sulla questione della Cancellazione società e crediti.
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Una figlia aveva ricevuto un prestito dalla madre, poi deceduta. Il fratello chiedeva la restituzione della sua quota del prestito. La sorella sosteneva che il fratello avesse operato una remissione del debito in cambio di un'immagine sacra. La Corte d'Appello aveva respinto questa tesi per mancanza di prove. La Cassazione ha confermato la decisione, ritenendo che la valutazione delle prove testimoniali fosse corretta e che non fosse stata dimostrata l'avvenuta remissione del debito. La ricorrente è stata condannata a pagare le spese legali.
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Un detenuto ha richiesto la remissione del debito relativo alle spese di giustizia e di mantenimento in carcere. Il Magistrato di sorveglianza ha rigettato la richiesta a causa di diversi episodi di indisciplina. Il detenuto ha proposto ricorso in Cassazione. Il ricorrente ha sostenuto che il giudice non dovesse valutare le condotte successive alla domanda o i procedimenti disciplinari non ancora definitivi. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso. I giudici hanno chiarito che la valutazione della regolare condotta deve riguardare l'intero periodo di detenzione. Il giudice può valutare anche i fatti successivi al deposito dell'istanza e gli episodi disciplinari non ancora definitivi per verificare la responsabilità complessiva del detenuto. Il detenuto perde il ricorso e deve pagare le spese processuali.
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Un uomo condannato per associazione mafiosa ha richiesto la riabilitazione penale per cancellare gli effetti della condanna. Il Tribunale di Sorveglianza ha respinto la domanda perché il richiedente frequentava ancora pregiudicati e non aveva risarcito il danno causato dal reato. Per dimostrare il proprio ravvedimento, l'interessato ha versato un contributo di trenta euro a un'associazione antimafia. I giudici hanno ritenuto la donazione irrisoria, non seria e priva di reale valore riparatorio. La Corte di Cassazione ha confermato il rigetto e dichiarato inammissibile il ricorso. La Suprema Corte ha ribadito che il condannato deve provare un allontanamento effettivo dal crimine e adoperarsi concretamente per risarcire le conseguenze civili dell'illecito, condannandolo alle spese e al pagamento di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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La Corte di Cassazione ha confermato il rigetto della richiesta di **remissione del debito** per un detenuto. Il detenuto aveva chiesto di non pagare le spese processuali e di mantenimento in carcere, sostenendo di aver avuto una buona condotta. Tuttavia, i giudici hanno ritenuto che l'introduzione di un telefono cellulare in carcere, sebbene avvenuta anni prima, fosse un episodio grave che escludeva la "regolare condotta" necessaria per il beneficio. La Corte ha ribadito che la buona condotta deve essere costante e che un singolo illecito disciplinare può bastare a negare la remissione, distinguendo questo requisito da quello per la liberazione condizionale.
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Un Condannato ha chiesto la Remissione del debito per una condanna penale e le spese di mantenimento in carcere, sostenendo di trovarsi in disagiate condizioni economiche. Il Magistrato di Sorveglianza ha respinto la richiesta. Il Condannato ha presentato ricorso, lamentando la mancata motivazione e sostenendo che la cessione di immobili ai figli non aveva sottratto beni al patrimonio familiare. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. Ha ribadito che le "disagiate condizioni economiche" richiedono un'assoluta indigenza e che la cessione di beni ai figli, pur rimanendo nel patrimonio familiare, non esclude la possibilità di soddisfare il debito, rendendo la richiesta infondata.
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Un condannato ha richiesto la remissione del debito relativo alle spese processuali derivanti da una condanna definitiva del 2008, pari a oltre 86.000 euro complessivi. Il Magistrato di Sorveglianza ha respinto la richiesta, calcolando la sostenibilità economica solo sulla quota individuale di circa 8.500 euro, escludendo il vincolo solidale tra coimputati. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso dell'interessato: le sentenze definitive anteriori alla riforma del 2009 mantengono l'obbligo solidale per l'intero importo. I giudici hanno annullato l'ordinanza con rinvio per una nuova valutazione del reale carico economico.
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Un cittadino condannato ha richiesto la remissione del debito per ingenti spese di giustizia, dimostrando il proprio stato di disagio economico, il pagamento di un mutuo e l'esito positivo dell'affidamento in prova. Il Magistrato di sorveglianza ha respinto la richiesta basandosi su presunte disponibilità patrimoniali desunte da vicende giudiziarie passate. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del debitore e ha annullato il provvedimento con rinvio. I giudici hanno chiarito che il disagio economico non richiede l'assoluta indigenza e non può essere negato tramite mere presunzioni, imponendo una verifica concreta delle condizioni reddituali attuali e del comportamento tenuto.
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