Definizione
Espressione latina che significa 'riguardo alla pena'. Nel contesto del reato continuato, indica che le diverse violazioni vengono unificate solo ai fini del calcolo della sanzione, pur mantenendo la loro autonomia per altri effetti giuridici.
Orientamento della Cassazione
Su LexCED 118 provvedimenti della Corte di cassazione su questo tema (2019–2026). Nel 62% dei casi il ricorso è stato dichiarato inammissibile.
Esito del ricorso
- Accolto, anche in parte 21%
- Rigettato 15%
- Inammissibile 62%
- Altro 2%
Provvedimenti per anno
2019
2022
2023
2024
2025
2026
Sezioni
- Penale Sez. 248%
- Penale Sez. 728%
- Penale Sez. 124%
Precedenti più richiamati
- Cass. 20796/2019in 12 provvedimenti
- Cass. 3731/2000in 5 provvedimenti
- Cass. 36318/2012in 7 provvedimenti
- Cass. 18874/2020in 4 provvedimenti
- Cass. 32989/2018in 4 provvedimenti
Dati LexCED, aggiornati ogni giorno. L'esito è letto dal dispositivo dei provvedimenti pubblicati; sono esclusi quelli senza dispositivo leggibile.
Norme più ricorrenti in questi provvedimenti
Provvedimenti
La Corte di Cassazione ha affrontato il caso di un condannato per violenza sessuale aggravata ai danni di una minore di sedici anni. Il giudice di merito aveva ridotto la pena a due anni e quattro mesi di reclusione riconoscendo l'attenuante della minore gravità come prevalente sull'aggravante. La difesa ha chiesto la sospensione dell'ordine di esecuzione per consentire l'accesso immediato alle misure alternative esterne. I giudici di legittimità hanno respinto il ricorso. La prevalenza dell'attenuante incide solo sul calcolo della pena ma non elimina l'aggravante dalla struttura del reato. I delitti sessuali aggravati contro minori restano ostativi e impongono almeno un anno di osservazione intramuraria della personalità in carcere prima di qualsiasi beneficio.
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Un automobilista perde il controllo del veicolo affrontando una curva su strada bagnata, urta un terrapieno e si ribalta. Il giudice di merito lo condanna per guida in stato di ebbrezza con l'aggravante di aver causato un incidente stradale, ma concede la sostituzione della sanzione con il lavoro di pubblica utilità ritenendo le attenuanti prevalenti. La Corte di Cassazione accoglie il ricorso della Procura e annulla il beneficio. La legge vieta tassativamente il lavoro di pubblica utilità quando il conducente provoca un sinistro. Il bilanciamento favorevole delle circostanze attenua la pena finale ma non cancella l'esistenza dell'aggravante e le relative preclusioni.
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Un funzionario giudiziario è stato condannato per concorso esterno in associazione mafiosa. L'uomo ha favorito un'organizzazione criminale manipolando atti giudiziari e fornendo informazioni riservate, impedendo l'esecuzione di sequestri e agevolando membri della cosca. La Corte di Cassazione ha rigettato il suo ricorso, confermando la condanna. La condotta sistematica e la pluralità dei beneficiari hanno dimostrato un apporto concreto alla vita dell'associazione mafiosa, escludendo il mero favoreggiamento personale.
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L'Imputato propone ricorso in Cassazione contro la condanna per il reato di furto di energia elettrica pluriaggravato. La difesa lamenta un vizio di motivazione sulla responsabilità penale e la mancata concessione della causa di non punibilità per particolare tenuità del fatto. La Suprema Corte dichiara il ricorso inammissibile. I giudici di legittimità ricordano che non è possibile richiedere una nuova valutazione delle prove già esaminate dai giudici di merito. Inoltre, la causa di non punibilità non si applica al furto di energia elettrica pluriaggravato, poiché la pena edittale prevista supera i limiti stabiliti dalla legge. L'Imputato viene condannato al pagamento delle spese processuali e al versamento di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Un Lavoratore è stato condannato per rapina pluriaggravata, lesioni aggravate e ricettazione. La Corte d'Appello ha riformato la sentenza precedente solo per quanto riguarda la pena, aumentandola. Il Lavoratore ha presentato ricorso in Cassazione, contestando il mancato riconoscimento delle attenuanti generiche e la dosimetria della pena. La Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. Ha ritenuto che i giudici d'appello avessero correttamente valutato la gravità dei reati e la personalità negativa del Lavoratore, confermando la pena inflitta e il diniego delle attenuanti generiche.
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Due Ricorrenti hanno presentato un ricorso contro una sentenza della Corte d'Appello. La Corte di Cassazione ha dichiarato l'inammissibilità del ricorso penale. Ha ritenuto che l'annullamento precedente riguardava solo la pena per un reato specifico, non la condanna in sé. I termini di prescrizione non potevano più decorrere. I motivi di ricorso erano già stati giudicati inammissibili in precedenza. La Corte ha condannato i Ricorrenti al pagamento delle spese processuali e di una somma in favore della Cassa delle ammende.
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Un titolare di fatto di un'azienda ha presentato otto false dichiarazioni al Ministero dell'Interno. Queste riguardavano l'emersione di cittadini extracomunitari come lavoratori, mai realmente assunti. La Corte di Cassazione ha riqualificato il fatto come reato di false dichiarazioni ai sensi dell'art. 5, comma 15, d.lgs. n. 109 del 2012. Ha stabilito che per la sussistenza del reato è sufficiente la falsità delle dichiarazioni, indipendentemente dal rispetto delle formalità procedurali. Il ricorso dell'imputato è stato rigettato, confermando la condanna e l'obbligo di pagare le spese processuali per le false dichiarazioni per lavoro irregolare.
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Due donne hanno tentato un *furto aggravato* in un supermercato, rimuovendo i dispositivi antitaccheggio da giocattoli e capi di abbigliamento. Il Tribunale le ha condannate per tentato furto aggravato. La Corte d'Appello ha escluso l'aggravante della destrezza ma ha mantenuto la condanna e la pena. La Cassazione ha confermato l'aggravante del 'mezzo fraudolento' per la rimozione dei dispositivi. Ha però annullato la sentenza limitatamente alla determinazione della pena, poiché la Corte d'Appello non ha spiegato adeguatamente perché l'esclusione di un'aggravante non avesse portato a una riduzione della pena. La questione della pena tornerà in Appello per un nuovo esame.
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La Cassazione ha confermato la condanna per scarico abusivo acque reflue industriali a carico dei rappresentanti di un'azienda agricola. L'azienda, che produceva energia da biogas, aveva stoccato materiali organici su piazzali non adeguatamente mantenuti. Le piogge avevano causato la fuoriuscita di acque contaminate nel reticolato idraulico esterno. I ricorrenti contestavano la classificazione delle acque e la pena. La Corte ha respinto i ricorsi, ribadendo che l'attività dell'azienda non rientrava nelle esenzioni per le acque domestiche e che la gestione era stata difettosa, confermando la violazione delle norme ambientali.
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Un Lavoratore, condannato per furto pluriaggravato con rito abbreviato, ha ottenuto una riduzione della pena in appello tramite un patteggiamento in appello (ex art. 599-bis c.p.p.). Successivamente, ha presentato ricorso in Cassazione contestando la valutazione delle prove e la mancanza di motivazione sul mancato proscioglimento. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. Ha ribadito che chi accetta il patteggiamento in appello rinuncia a contestare la propria responsabilità. Non si può quindi discutere la colpevolezza né la motivazione sul proscioglimento. Il Lavoratore deve pagare le spese processuali e una sanzione.
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Un individuo è stato condannato per rapina aggravata, furto aggravato, lesioni e resistenza a pubblico ufficiale. La Corte d'Appello ha modificato solo la pena, riducendola. L'imputato ha presentato un ricorso per Cassazione, ma la Suprema Corte lo ha dichiarato inammissibile. Il difensore non ha spiegato le ragioni di fatto e di diritto a sostegno del ricorso, violando così le norme procedurali. Questa inammissibilità ricorso penale ha comportato la conferma della condanna e l'obbligo di pagare le spese processuali.
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Un individuo è stato condannato per ricettazione e truffa. La Corte d'Appello aveva riformato la pena (quoad poenam) a un anno e otto mesi di reclusione e 600 euro di multa. L'individuo ha presentato ricorso in Cassazione, sostenendo che l'assegno, trovato in un cassonetto, fosse una res nullius (cosa di nessuno) e quindi non potesse configurare un reato. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. Ha ribadito che un assegno abbandonato, anche se scartato dal titolare, rimane di proprietà della banca emittente. Pertanto, ricevere un assegno con consapevolezza della sua origine illecita costituisce ricettazione. L'individuo ha perso il ricorso ed è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione di 3000 euro.
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Un individuo è stato condannato per il reato di **associazione mafiosa**. La Corte d'Appello ha ridotto la sua pena. L'Imputato ha presentato ricorso in Cassazione, sostenendo la mancata ammissione di prove decisive e l'assenza di una sua affiliazione formale al gruppo mafioso. Ha anche evidenziato presunte contraddizioni nelle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. Ha ribadito che l'appartenenza all'**associazione mafiosa** non richiede un'affiliazione formale, ma un inserimento stabile e funzionale nell'organizzazione. Le argomentazioni difensive sono state ritenute generiche o già adeguatamente affrontate nei precedenti gradi di giudizio.
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Un imputato subisce una condanna per il delitto di associazione finalizzata al traffico di stupefacenti e per il trasporto transnazionale di 59 chili di marijuana dalla Spagna in Italia. La difesa propone ricorso per Cassazione sollevando una questione di legittimità costituzionale. Il ricorrente contesta la mancata differenziazione della pena per le associazioni dedicate alle sole droghe leggere rispetto a quelle per droghe pesanti. Lamenta inoltre l'eccessiva severità della sanzione a fronte del suo stato di incensuratezza. La Corte di Cassazione dichiara il ricorso inammissibile. I giudici confermano che il legislatore punisce legittimamente la struttura organizzativa in modo unitario, a prescindere dal tipo di sostanza trattata dal gruppo.
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Un individuo è stato condannato per frode in assicurazione, reato previsto dall'Art. 642 c.p. La Corte d'Appello aveva ridotto la pena. Tuttavia, la Corte di Cassazione ha annullato la sentenza senza rinvio. La Suprema Corte ha stabilito che la querela, condizione necessaria per procedere, era stata presentata dall'assicurato, anziché dalla compagnia assicurativa, che è la vera persona offesa dal reato di frode in assicurazione. Questa mancanza ha reso l'azione penale improcedibile, evidenziando la distinzione tra persona offesa e danneggiata.
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Un condannato per reati di droga chiede la sospensione dell'ordine di esecuzione della pena detentiva. La difesa sostiene che l'aggravante contestata è stata considerata subvalente nel giudizio di bilanciamento con le attenuanti generiche, facendo venir meno la natura ostativa del reato. La Corte di Cassazione dichiara il ricorso inammissibile. I giudici chiariscono che la neutralizzazione dell'aggravante influisce unicamente sulla quantificazione della pena, ossia quoad poenam. Il fatto resta comunque grave e caratterizzato dalla condotta tipizzata dalla legge. Di conseguenza, il reato rimane ostativo e la sospensione dell'ordine di esecuzione non può essere concessa. Il condannato deve quindi scontare la pena in carcere e pagare tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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L'Imputato, condannato per reati legati agli stupefacenti di lieve entità, ha concordato la pena in secondo grado con la Procura Generale. La Corte territoriale ha recepito l'intesa sanzionatoria riducendo la condanna. Successivamente, il Difensore ha presentato ricorso in Cassazione lamentando il mancato proscioglimento d'ufficio per cause di non punibilità. I Giudici Supremi hanno respinto l'istanza senza formalità, dichiarando il ricorso inammissibile. Il concordato in appello comporta infatti la rinuncia a tutti gli altri motivi di contestazione e impedisce di sollevare questioni di proscioglimento davanti alla Suprema Corte. L'Imputato deve pagare le spese legali e versare quattromila euro alla Cassa delle ammende.
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Un condannato per traffico di stupefacenti con l'aggravante dell'ingente quantitativo ha patteggiato la pena. Il giudice della condanna ha riconosciuto la prevalenza delle circostanze attenuanti generiche rispetto all'aggravante. Il Pubblico Ministero ha emesso l'ordine di carcerazione senza concederne la sospensione. Il condannato ha richiesto la revoca del provvedimento, sostenendo che le attenuanti prevalenti cancellassero la natura ostativa del reato. Il Giudice dell'esecuzione ha respinto la richiesta. La Corte di Cassazione ha confermato il diniego, stabilendo che il giudizio di prevalenza delle attenuanti incide unicamente sulla misura della pena e non cancella la presenza materiale dell'aggravante ostativa. Di conseguenza, la sospensione dell'ordine di esecuzione resta preclusa.
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Un collezionista d'arte ha introdotto in Italia dalla Svizzera un prezioso quadro di un noto artista senza dichiararlo alla dogana, evadendo l'IVA all'importazione per oltre 440.000 euro. A seguito della depenalizzazione del contrabbando semplice, il procedimento penale si è concluso con l'assoluzione perché il fatto non costituisce più reato. L'Agenzia delle Dogane ha tuttavia disposto la confisca doganale del dipinto. Il contribuente ha impugnato il provvedimento, sostenendo che la depenalizzazione avesse cancellato anche la sanzione accessoria della confisca. La Corte di Cassazione, rilevando un contrasto interpretativo sulla sorte della confisca doganale nei casi di illeciti depenalizzati, ha rimesso la questione alle Sezioni Unite per ottenere un principio di diritto definitivo.
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La Corte di Cassazione ha annullato l'ordinanza cautelare a carico di un automobilista accusato di omicidio stradale plurimo. I giudici hanno chiarito che la morte di piu persone non costituisce una circostanza aggravante ad effetto speciale, bensi un concorso formale di reati unificato solo ai fini della pena. Di conseguenza, per il calcolo dei termini di custodia cautelare, si deve fare riferimento alla pena del singolo reato piu grave aumentata per le altre aggravanti. Nel caso specifico, la pena massima non superava i venti anni di reclusione, riducendo il limite massimo della custodia cautelare nella fase delle indagini a sei mesi. Essendo questo termine scaduto prima del rinvio a giudizio, la Corte ha dichiarato l'inefficacia della misura e disposto l'immediata liberazione dell'indagato.
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