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Principio di correttezza e buona fede

Definizione

Un dovere fondamentale, previsto dalla legge, che impone a entrambe le parti di un rapporto (anche durante un processo) di comportarsi in modo leale, onesto e collaborativo.

Norme più ricorrenti in questi provvedimenti

Provvedimenti

Retribuzione di posizione: il Comune taglia, il Giudice non decide
Una dipendente di un Ente Locale ha contestato la riduzione della sua retribuzione di posizione a seguito di una riorganizzazione interna. La lavoratrice chiedeva il pagamento delle differenze economiche, sostenendo che la nuova valutazione del suo incarico fosse ingiusta. La Corte di Cassazione ha respinto la sua richiesta. I giudici hanno stabilito un principio fondamentale: il giudice ordinario non può sostituirsi all'amministrazione nel determinare l'importo della retribuzione di posizione. Può solo verificare che la procedura di valutazione sia stata corretta, trasparente e non discriminatoria. La dipendente non può chiedere direttamente una somma specifica, ma può richiedere la ripetizione della procedura o il risarcimento del danno se dimostra l'illegittimità dell'azione dell'ente. L'Ente Locale ha quindi vinto la causa.
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Diritto di difesa: licenziamento annullato per video negato
Una lavoratrice di un casinò, licenziata per presunte sottrazioni di denaro documentate da video, si è vista negare dall'azienda la possibilità di visionare i filmati durante il procedimento disciplinare. La Corte di Cassazione ha stabilito che questo diniego costituisce una chiara violazione del diritto di difesa del lavoratore. Sebbene i fatti contestati fossero gravi, l'irregolarità procedurale ha reso illegittimo il licenziamento. Di conseguenza, pur confermando la fine del rapporto di lavoro, la Corte ha riconosciuto alla lavoratrice il diritto a un'indennità risarcitoria. La sentenza sottolinea che il datore di lavoro, in base ai principi di correttezza e buona fede, è obbligato a mostrare le prove su cui basa l'accusa, se il dipendente ne fa richiesta per difendersi.
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Sette pignoramenti, un solo debitore: è abuso del processo
Un creditore, in possesso di sette titoli esecutivi per piccoli crediti verso lo stesso debitore, avvia sette distinti pignoramenti invece di uno solo. La Corte di Cassazione ha definito questa condotta un abuso del processo esecutivo. Moltiplicare le procedure senza una reale necessità viola i doveri di correttezza e buona fede, aggravando inutilmente la posizione del debitore. Di conseguenza, il creditore perde il diritto al rimborso delle spese legali extra. Il giudice, infatti, può liquidare i compensi come se fosse stata intrapresa un'unica, corretta azione esecutiva. La richiesta del creditore di vedersi pagate tutte le spese è stata quindi respinta.
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