Definizione
La sostanza chimica contenuta nella droga che produce l'effetto stupefacente sull'organismo.
Orientamento della Cassazione
Su LexCED 350 provvedimenti della Corte di cassazione su questo tema (2019–2026). Nel 75% dei casi il ricorso è stato dichiarato inammissibile.
Esito del ricorso
- Accolto, anche in parte 12%
- Rigettato 11%
- Inammissibile 75%
- Altro 2%
Provvedimenti per anno
2019
2022
2023
2024
2025
2026
Sezioni
- Penale Sez. 769%
- Penale Sez. 418%
- Penale Sez. 613%
Precedenti più richiamati
- Cass. 24509/2018in 10 provvedimenti
- Cass. S.U. 36258/2012in 35 provvedimenti
- Cass. S.U. 12348/2019in 19 provvedimenti
- Cass. 15642/2015in 16 provvedimenti
- Cass. S.U. 12348/2020in 8 provvedimenti
Dati LexCED, aggiornati ogni giorno. L'esito è letto dal dispositivo dei provvedimenti pubblicati; sono esclusi quelli senza dispositivo leggibile.
Norme più ricorrenti in questi provvedimenti
Provvedimenti
I giudici hanno confermato il sequestro preventivo disposto a carico del legale rappresentante di un'azienda agricola per coltivazione di canapa e detenzione di sostanze stupefacenti. Le forze dell'ordine avevano rinvenuto mille piante, serre, macchinari per la lavorazione, oltre quattrocento chili di infiorescenze e svariati chili di resina idonei a ricavare oltre trentamila dosi. La difesa contestava la misura cautelare sostenendo la mancanza di efficacia drogante di parte del materiale e invocando le tutele per la canapa industriale. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dell'indagato. Il reato scatta anche prima del raccolto se le piante appartengono al tipo botanico vietato e possono produrre sostanza stupefacente. L'assenza di documentazione sulla tracciabilità agricola e la presenza di presse per confezionare panetti giustificano pienamente il vincolo cautelare.
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Un uomo è finito agli arresti domiciliari dopo essere stato sorpreso a cedere stupefacenti in strada. La successiva perquisizione nella sua abitazione ha permesso di trovare oltre settecento grammi di hashish in panetti, materiale per confezionare le dosi, denaro contante e una lama sporca di droga. L'indagato ha impugnato la misura sostenendo che l'assenza di analisi tossicologiche di laboratorio impedisse di accertare il principio attivo ed escludesse i gravi indizi di colpevolezza. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. Per i giudici, il test orientativo eseguito dalla polizia giudiziaria (narcotest), unito all'ingente quantitativo di stupefacente, agli strumenti di taglio e al denaro contante, dimostra chiaramente la natura illecita della sostanza e giustifica pienamente la misura cautelare. L'indagato perde il ricorso e deve versare tremila euro alla Cassa delle ammende.
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L'Imputato ha impugnato la condanna per cessione e detenzione di sostanze stupefacenti, chiedendo la riqualificazione della cessione di hashish nella fattispecie di spaccio di lieve entità e sostenendo l'uso personale della cocaina trovata a bordo della propria auto. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso e lo ha dichiarato inammissibile. I giudici hanno chiarito che lo spaccio di lieve entità non può basarsi unicamente sul dato quantitativo della droga o su medie statistiche. I magistrati devono esaminare globalmente tutti gli elementi della condotta, quali la purezza del principio attivo, il frazionamento in dosi e le intercettazioni che provano l'attività commerciale. La Suprema Corte ha confermato la condanna e ha disposto il versamento di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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L'Imputato ha proposto ricorso per cassazione contro la condanna per reati in materia di stupefacenti di lieve entità. Il ricorrente contestava la mancata concessione del minimo edittale, ritenendo insufficiente la motivazione sul trattamento sanzionatorio. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici di legittimità hanno ribadito che la dosimetria della pena rientra nella valutazione discrezionale del giudice di merito. La Corte territoriale ha correttamente motivato la scelta sanzionatoria valorizzando il consistente numero di dosi e l'elevata percentuale di principio attivo. La quantificazione della sanzione rispetta i criteri legali e non presenta vizi logici, precludendo ogni riesame nel giudizio di legittimità. Di conseguenza, l'Imputato perde il ricorso e subisce la condanna al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Un Lavoratore ha presentato ricorso contro una sentenza che lo condannava per traffico di stupefacenti. Egli contestava il mancato riconoscimento delle circostanze attenuanti generiche e l'applicazione dell'aggravante ingente quantità. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno confermato la decisione precedente, evidenziando che la quantità di cocaina (oltre 2 milioni di milligrammi, pari a quasi 15.000 dosi) superava di oltre 2000 volte il valore-soglia stabilito. Questo fatto giustificava pienamente l'applicazione dell'aggravante ingente quantità e il diniego delle attenuanti generiche, data la gravità della condotta e l'elevata purezza della droga.
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Un imputato ha presentato ricorso contro una sentenza che lo condannava per spaccio di droga, chiedendo il riconoscimento del "fatto di lieve entità". La Corte d'Appello aveva negato questa attenuante, evidenziando che la quantità e l'elevato principio attivo della droga, insieme al contesto organizzato del narcotraffico, escludevano lo spaccio di lieve entità. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile, confermando la decisione precedente. L'imputato dovrà pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
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Un imputato ha proposto ricorso per cassazione chiedendo la riqualificazione della propria condotta nell'ipotesi attenuata di fatto di lieve entità in materia di sostanze stupefacenti. La Corte di Cassazione ha respinto la richiesta e dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno evidenziato che la presenza di piante di marijuana e fogliame essiccato da cui estrarre ben 3.342 dosi medie singole impedisce l'applicazione dell'attenuante. L'ingente quantitativo di principio attivo costituisce un indice decisivo che esclude la minima offensività della condotta. Il ricorrente è stato quindi condannato alle spese processuali e al pagamento di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Un Lavoratore è stato condannato per aver detenuto oltre 16 kg di hashish, con un principio attivo di 3,4 kg. La Corte d'Appello ha confermato la condanna, includendo l'aggravante dell'ingente quantità di stupefacenti. Il Lavoratore ha presentato ricorso in Cassazione, contestando l'applicazione di tale aggravante e la mancata prevalenza delle circostanze attenuanti generiche. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso, confermando che la quantità di principio attivo superava ampiamente la soglia stabilita per l'ingente quantità e che la valutazione delle attenuanti rientra nella discrezionalità del giudice di merito. La condanna è stata quindi definitiva.
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Una donna è stata condannata per detenzione con finalità di spaccio di eroina, con pena ridotta per la lieve entità del fatto. Ha presentato ricorso in Cassazione, sostenendo che la droga fosse per uso personale e che il principio attivo non fosse stato accertato. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. Ha confermato la condanna, ritenendo la motivazione della sentenza precedente logica e coerente. La pluralità di dosi confezionate e il materiale per il confezionamento hanno dimostrato la finalità di spaccio, e il narcotest aveva già confermato la sostanza. La donna è stata condannata al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Una donna è stata condannata per detenzione di hashish e cocaina, finalizzata allo spaccio. I giudici hanno accertato il possesso di notevoli quantità di droga, bilancini e materiale per il confezionamento. La donna ha presentato ricorso in Cassazione, contestando la motivazione della condanna e chiedendo la riqualificazione del fatto come **spaccio di droga lieve entità**. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile e infondato. Ha confermato che la valutazione dei giudici precedenti era corretta, evidenziando la quantità e la purezza delle sostanze, oltre agli strumenti per lo spaccio. Non ha riconosciuto la **lieve entità** del reato.
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Un Lavoratore è stato condannato per detenzione illecita di stupefacenti (hashish) con l'intento di spaccio, a seguito del ritrovamento di una quantità significativa di droga confezionata in più pezzi. La Corte d'Appello ha confermato la condanna. Il Lavoratore ha presentato ricorso in Cassazione, contestando la responsabilità e il diniego delle circostanze attenuanti generiche. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile, ritenendo che la quantità e le modalità di confezionamento della droga giustificassero la condanna per spaccio e che il diniego delle attenuanti fosse adeguatamente motivato. Il Lavoratore deve pagare le spese processuali e una somma alla Cassa delle ammende.
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All'interno di un'abitazione condivisa, le Forze dell'Ordine hanno sequestrato oltre sette chilogrammi di hashish, modiche quantità di marijuana e circa trentaquattro grammi di cocaina, insieme a bilancini e sostanze da taglio. I giudici di merito hanno condannato entrambi i conviventi, escludendo la configurabilità dello spaccio di lieve entità. Gli imputati hanno presentato ricorso per Cassazione, sostenendo che la Corte di appello avesse valutato soltanto il peso della droga senza analizzare l'intero contesto dell'azione. La Suprema Corte ha rigettato i ricorsi e confermato le condanne. I giudici hanno stabilito che l'elevata quantità e la capacità organizzativa possono assumere un valore assorbente, escludendo categoricamente la fattispecie attenuata anche in presenza di altri elementi.
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Un Lavoratore è stato condannato per **detenzione di stupefacenti** (20 grammi di cocaina destinati allo spaccio), resistenza a pubblico ufficiale e lesioni. Ha presentato ricorso in Cassazione, contestando la sua responsabilità e la valutazione delle prove. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I motivi presentati dal Ricorrente erano ripetitivi, generici e tentavano di reinterpretare i fatti già esaminati. La Corte ha confermato che la qualificazione della condotta come spaccio non richiede la quantificazione del principio attivo e che la fuga e la colluttazione con i militari erano elementi validi per la condanna. Il Ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una somma alla Cassa delle ammende.
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Un individuo è stato condannato per coltivazione di stupefacenti, avendo piantato 30 esemplari di cannabis. La difesa ha presentato ricorso in Cassazione, contestando l'inutilizzabilità delle prove per vizi nella campionatura e chiedendo la riqualificazione del fatto come lieve entità. Ha inoltre invocato la prescrizione del reato e il riconoscimento delle attenuanti generiche. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. Ha ribadito che la nullità della campionatura non rende inutilizzabile la prova della coltivazione di stupefacenti, se le piante sono idonee a produrre droga. La lieve entità è stata esclusa per la professionalità della coltivazione. Le attenuanti generiche sono state negate per precedenti penali. La prescrizione non era maturata.
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Un Lavoratore, condannato per spaccio di stupefacenti, ha presentato un ricorso per ottenere il riconoscimento della fattispecie di lieve entità del reato. La Corte d'Appello aveva già ridotto la pena, ma il Lavoratore ha insistito per una ulteriore mitigazione. La Cassazione ha dichiarato il suo ricorso inammissibile. La Corte ha ritenuto che il ricorso fosse troppo vago e non affrontasse adeguatamente le motivazioni della sentenza precedente, che aveva considerato la natura della sostanza, il principio attivo e le dosi ricavabili. Il Lavoratore deve pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
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La Corte di Cassazione ha confermato la condanna di un uomo per il reato di coltivazione di stupefacenti e per la detenzione illecita di marijuana e hashish. L'imputato sosteneva che la presenza di sole tre piante di cannabis, unitamente a un certificato medico, dimostrasse la destinazione del prodotto a un uso personale terapeutico. Tuttavia, i giudici hanno escluso la natura rudimentale dell'attività a causa della presenza di una serra professionale, sistemi di illuminazione e termoregolazione, undici flaconi di fertilizzante e 290 grammi di prodotto già essiccato. Unitamente alla disponibilità di bilancini e contanti, tali elementi hanno attestato un'attività strutturata e non una modesta condotta domestica. La Cassazione ha quindi respinto il ricorso, confermando la pena e il diniego della particolare tenuità del fatto.
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La Corte di Cassazione ha confermato la condanna di un imputato per il reato di detenzione di droga. La difesa sosteneva l'assenza di elementi comprovanti la destinazione allo spaccio, facendo leva sulla ridotta percentuale di principio attivo contenuta nella sostanza sequestrata. I giudici di merito hanno invece accertato che il quantitativo consentiva di ricavare almeno cento dosi con effetto drogante. La Suprema Corte ha ritenuto il ricorso unicamente ripetitivo di censure già respinte in appello. L'organo giudicante ha quindi dichiarato inammissibile l'impugnazione, condannando l'interessato alle spese e a una sanzione di tremila euro.
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Un uomo coltivava nella propria abitazione sei piante di cannabis alte circa due metri e deteneva rami essiccati con marijuana. La difesa ha invocato l'uso personale e la mancanza di offensività, chiedendo la non punibilità. Tuttavia, le indagini telefoniche hanno dimostrato cessioni continuative a terzi acquirenti. La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per coltivazione di stupefacenti di lieve entità. I giudici hanno chiarito che la coltivazione domestica non costituisce reato solo se minima e rudimentale, senza alcun legame con il mercato dello spaccio. L'abitualità dello spaccio ha escluso anche la causa di non punibilità per particolare tenuità del fatto. L'imputato perde il ricorso e deve pagare le spese legali.
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Un individuo è stato condannato per detenzione di stupefacenti per spaccio, avendo nascosto 54,6 grammi di marijuana in tre sacchetti e possedendo un bilancino di precisione. Ha presentato ricorso in Cassazione, sostenendo che la droga fosse per uso personale e che mancasse una perizia sul principio attivo. La Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. Ha ribadito che il narcotest è sufficiente per identificare la droga e che la quantità, il confezionamento e gli strumenti trovati indicavano chiaramente la detenzione di stupefacenti per spaccio, non per consumo personale.
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La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per un caso di cessione di sostanza stupefacente. L'Imputato aveva ricevuto una pena di quattro mesi e una multa per aver ceduto droga. Il suo ricorso si basava su due punti: una presunta mancanza di motivazione sull'efficacia della droga e un'errata interpretazione della legge riguardo l'offensività della condotta. La Suprema Corte ha ritenuto che la Corte d'Appello avesse motivato adeguatamente la sua decisione, considerando la quantità della sostanza, il pagamento ricevuto e la condizione di consumatore abituale dell'acquirente. Il ricorso è stato quindi respinto, e la condanna originaria è stata mantenuta.
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