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Presunzione Di Pericolosità

Definizione

È un principio legale secondo cui determinate opere, come tubature o cisterne, sono considerate intrinsecamente pericolose per le proprietà vicine. Questa presunzione obbliga a rispettare specifiche distanze dal confine, senza necessità di provare un pericolo effettivo.

Orientamento della Cassazione

Su LexCED 113 provvedimenti della Corte di cassazione su questo tema (2022–2026). Nel 46% dei casi il ricorso è stato dichiarato inammissibile.

Esito del ricorso

  • Accolto, anche in parte 12%
  • Rigettato 41%
  • Inammissibile 46%
  • Altro 1%

Provvedimenti per anno

2022 2023 2024 2025 2026

Sezioni

  • Penale Sez. 142%
  • Penale Sez. 630%
  • Penale Sez. 527%

Precedenti più richiamati

  • Cass. 52303/2016in 3 provvedimenti
  • Cass. 36891/2020in 5 provvedimenti
  • Cass. 3966/2021in 7 provvedimenti
  • Cass. 19283/2017in 4 provvedimenti
  • Cass. 19787/2019in 3 provvedimenti

Dati LexCED, aggiornati ogni giorno. L'esito è letto dal dispositivo dei provvedimenti pubblicati; sono esclusi quelli senza dispositivo leggibile.

Norme più ricorrenti in questi provvedimenti

Provvedimenti

Collaborazione con la giustizia: carcere da rivalutare
Un indagato per reati associativi e patrimoniali chiedeva la revoca o l'attenuazione del carcere dopo aver ottenuto il riconoscimento dell'attenuante speciale per la collaborazione con la giustizia. I giudici territoriali respingevano la richiesta, ritenendo preclusiva l'assenza della motivazione integrale della condanna e interpretando l'entità della pena inflitta come sintomo di una dissociazione incompleta. La Corte di Cassazione ha invece accolto il ricorso dell'indagato, annullando il provvedimento con rinvio. I Supremi Giudici hanno stabilito che il dispositivo della sentenza costituisce un elemento nuovo idoneo a superare la presunzione di pericolosità carceraria. Il giudice della cautela deve esaminare la rottura reale dei legami criminali senza attendere le motivazioni scritte, evitando deduzioni automatiche legate alla severità della pena inflitta.
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Custodia cautelare in carcere: lo studio non cancella la mafia
Un imputato per associazione mafiosa ottiene i domiciliari dopo oltre cinque anni di detenzione preventiva, grazie alla buona condotta, al lavoro carcerario e all'iscrizione universitaria. Il Tribunale del riesame annulla il beneficio e ripristina la misura massima. L'uomo ricorre in Cassazione invocando il tempo decorso e il proprio percorso rieducativo. I giudici supremi confermano la custodia cautelare in carcere. Nei reati di mafia storica la presunzione di pericolosità decade solo con la prova certa della rescissione totale dei legami con il clan.
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Traffico di migranti: confermato il carcere per il reclutatore
La Corte di Cassazione ha confermato la custodia cautelare in carcere per un uomo accusato di far parte di un sodalizio criminale transnazionale specializzato nel traffico di migranti. L'indagato contestava il proprio coinvolgimento e la sussistenza delle esigenze cautelari. La difesa sosteneva che i contatti telefonici e i bonifici coinvolgessero terze persone e che il tempo trascorso attenuasse la pericolosità. I giudici hanno respinto le doglianze difensive. Le intercettazioni, i messaggi e le dichiarazioni dei complici hanno dimostrato un ruolo stabile e continuativo dell'indagato nel reclutamento degli scafisti per le traversate in mare. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile e ha confermato la misura del carcere, condannando l'uomo alle spese legali.
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Custodia cautelare in carcere: presunzione di mafia e conferma
L'Indagato ha proposto ricorso in Cassazione contro la conferma della custodia cautelare in carcere per il reato di associazione di stampo mafioso. La difesa ha sostenuto l'assenza di prove concrete sul ruolo individuale e il mancato riesame di tutti gli argomenti difensivi. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso. I giudici hanno stabilito che le dichiarazioni concordanti di diversi collaboratori di giustizia e i riscontri esterni dimostrano la gravità degli indizi. Inoltre, per i reati di mafia opera una presunzione di sussistenza delle esigenze cautelari. Tale presunzione impone la custodia cautelare in carcere a meno che l'indagato non dimostri la completa rescissione dei legami con l'associazione criminale. L'Indagato resta quindi detenuto.
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Presunzione di Pericolosità Mafiosa: il Tempo Non Cancella i Legami
Un individuo, sottoposto a custodia cautelare per associazione mafiosa e usura, ha presentato ricorso contro la decisione che confermava la misura. Ha sostenuto che il tempo trascorso dall'ultimo reato avrebbe dovuto escludere la sua pericolosità. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. Ha ribadito che la presunzione di pericolosità mafiosa è forte e non viene meno con il semplice passare di pochi anni, specialmente se non ci sono prove di dissociazione dal gruppo criminale e persistono legami. La Corte ha così confermato la custodia cautelare.
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Permesso premio per reati ostativi: la Cassazione chiarisce i limiti
Un Condannato, detenuto per reati considerati 'ostativi', ha chiesto un permesso premio. Il Tribunale di Sorveglianza ha respinto la sua richiesta perché non aveva attivato la procedura specifica per i detenuti che non collaborano con la giustizia. Il Condannato ha fatto ricorso, sostenendo che bastava dimostrare l'assenza di collegamenti attuali con la criminalità organizzata. La Corte di Cassazione ha confermato la decisione del Tribunale. Ha ribadito che per ottenere un permesso premio per reati ostativi, il Condannato deve fornire prove concrete e specifiche che dimostrino non solo l'assenza di legami attuali, ma anche il pericolo di un loro ripristino, superando la presunzione relativa di pericolosità.
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Custodia Cautelare per Droga: Cassazione Conferma il Carcere
Un Individuo è stato accusato di organizzare e dirigere un sodalizio dedito al traffico di stupefacenti. Il Tribunale del Riesame ha confermato la misura della custodia cautelare in carcere, ritenendo sussistenti gravi indizi di colpevolezza e le esigenze cautelari, data la presunzione di pericolosità per i reati associativi. L'Individuo ha presentato ricorso in Cassazione, contestando l'illogicità della motivazione e la mancanza di prove per l'associazione e le esigenze cautelari. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando la decisione del Tribunale. Ha ribadito che il suo compito è solo di verificare la logicità della motivazione, non di riesaminare i fatti. Ha ritenuto che il Tribunale avesse correttamente valutato la gravità indiziaria e la presunzione di pericolosità, non superata da elementi contrari. La custodia cautelare per traffico di stupefacenti è stata quindi mantenuta.
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Sostituzione della custodia in carcere: quando scatta il rigetto
Un imputato condannato in primo grado a oltre otto anni di reclusione per associazione finalizzata al traffico di stupefacenti ha chiesto la sostituzione della custodia in carcere con gli arresti domiciliari. La difesa ha sostenuto l'attenuazione delle esigenze cautelari per via della concessione delle attenuanti generiche e dell'esclusione della recidiva. I giudici di merito hanno respinto l'istanza evidenziando il ruolo di spicco dell'uomo e il mancato distacco dall'ambiente criminale. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso, confermando il carcere e condannando il ricorrente al pagamento di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Custodia Cautelare: Presunzione di Pericolosità Mafiosa e Condanna
Un Lavoratore, condannato in primo grado per associazione mafiosa e altri reati, ha contestato l'applicazione della custodia cautelare in carcere. Ha sostenuto che il Tribunale avrebbe dovuto riesaminare la gravità indiziaria e l'attualità delle esigenze cautelari, considerando il tempo trascorso e il suo comportamento. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. Ha ribadito che per i reati di mafia opera una `presunzione di pericolosità mafiosa`. Dopo una condanna di primo grado, non è necessario rivalutare gli indizi di colpevolezza. La difesa deve dimostrare la rottura definitiva dei legami con l'organizzazione criminale per superare tale presunzione.
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Custodia cautelare per associazione mafiosa: il tempo non dissolve il pericolo
La Corte di Cassazione ha confermato la custodia cautelare in carcere per un individuo accusato di partecipazione ad associazione mafiosa (art. 416-bis c.p.). La difesa aveva contestato la gravità indiziaria e sostenuto che il lungo tempo trascorso dall'ultima attività criminale, unito a un nuovo impiego stabile, dovesse escludere la presunzione di pericolosità. Tuttavia, la Suprema Corte ha ribadito che per i reati di associazione mafiosa vige una presunzione relativa di pericolosità. Il semplice decorso del tempo, senza altri elementi concreti di attenuazione del rischio, non è sufficiente a superare tale presunzione per la custodia cautelare. Il ricorso è stato dichiarato inammissibile.
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Scambio elettorale politico-mafioso: i contatti negano la libertà
Un ex amministratore locale, indagato per lo scambio elettorale politico-mafioso, ha chiesto la revoca degli arresti domiciliari sostenendo che le esigenze cautelari fossero svanite a causa delle sue dimissioni, del tempo trascorso e della mancanza di nuove accuse per elezioni successive. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso. I giudici hanno chiarito che il passaggio del tempo e l'assenza di nuove contestazioni formali non eliminano il pericolo se l'indagato ha continuato a frequentare esponenti della criminalità organizzata anche dopo la competizione elettorale. Di conseguenza, la misura cautelare degli arresti domiciliari resta pienamente valida.
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Custodia cautelare in carcere: il tempo non salva dal clan
Un imprenditore, gestore di una ditta di trasporti in ambulanza, ha subito la misura della custodia cautelare in carcere per reati finanziari ed estorsivi aggravati dal metodo mafioso. La società operava in regime di monopolio sul territorio grazie a minacce contro i concorrenti e alla complicità di personale sanitario ospedaliero. L'indagato ha proposto ricorso in Cassazione sostenendo che il tempo trascorso dai fatti contestati nel 2021 avesse affievolito le esigenze cautelari. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso. I giudici hanno stabilito che nei reati aggravati da matrice mafiosa opera la presunzione di pericolosità. Inoltre, la continuazione dell'attività illecita fino a epoche recenti rende il dato temporale del tutto secondario, confermando la necessità della misura carceraria.
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Traffico illecito di stupefacenti: il ruolo del cassiere
Un indagato ha impugnato la misura degli arresti domiciliari con braccialetto elettronico, contestando l'accusa di partecipazione a un'associazione per delinquere. La difesa sosteneva che l'uomo gestisse soltanto conti bancari e somme di denaro per ragioni familiari, senza aver mai trattato direttamente sostanze proibite né partecipato alle singole cessioni. La Corte di Cassazione ha confermato la misura cautelare. I giudici hanno chiarito che il traffico illecito di stupefacenti punisce qualsiasi condotta funzionale al gruppo criminale. La gestione della cassa comune, i versamenti anomali di contanti e il pagamento dei compensi agli associati integrano pienamente il reato associativo, rendendo legittima la misura restrittiva.
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Custodia cautelare e condanna: quando il carcere torna legittimo
L'Imputato, accusato di associazione mafiosa ed estorsione ai danni di un'impresa eolica, vedeva inizialmente annullata la misura restrittiva per carenza di gravi indizi. Successivamente, il Giudice del giudizio abbreviato lo condannava a oltre undici anni di reclusione. A seguito della sentenza, i giudici riapplicavano la custodia cautelare e il Tribunale del Riesame confermava il carcere. L'Imputato ha proposto ricorso in Cassazione sostenendo l'illegittimità del ripristino della misura sulla base dei medesimi atti. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso. La Suprema Corte ha stabilito che la sopravvenuta sentenza di condanna supera il precedente annullamento cautelare per carenza indiziaria. La decisione di condanna costituisce un accertamento di colpevolezza più approfondito. Si applica quindi legittimamente la custodia cautelare e condanna in presenza di reati associativi di stampo mafioso.
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Deposito telematico dell’impugnazione: PEC non valida
Un imputato per reati di criminalità organizzata e narcotraffico ha presentato ricorso per ottenere gli arresti domiciliari, inviando l'atto tramite posta elettronica certificata anziché mediante il portale dedicato. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile: dal primo aprile 2026 il deposito telematico dell'impugnazione sul portale ministeriale è l'unico canale consentito dalla legge, vietando l'uso della PEC salvo guasti tecnici certificati. I giudici hanno inoltre ribadito che le novità personali dell'imputato, come il matrimonio, la paternità e l'offerta di lavoro, non superano la forte presunzione di pericolosità sociale derivante dai precedenti e dalla gravità delle accuse.
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Sostituzione della misura cautelare tra evasione e presunzioni
Un'indagata per associazione finalizzata al traffico di stupefacenti chiedeva la sostituzione della misura cautelare degli arresti domiciliari con una misura meno restrittiva. La difesa richiamava motivi di salute, il tempo trascorso dai fatti e la disparità di trattamento rispetto a una coindagata. Il Tribunale del Riesame e la Corte di Cassazione hanno respinto l'istanza. I giudici hanno chiarito che i reati associativi prevedono una presunzione legale di pericolosità. Il semplice trascorrere del tempo non costituisce un fatto nuovo idoneo a superare tale presunzione. Inoltre, l'indagata aveva violato le prescrizioni domiciliari ed era stata arrestata per evasione. La Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso e ha condannato la ricorrente al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Custodia cautelare in carcere: il tempo non cancella i legami
L'Indagato ha proposto ricorso in Cassazione contro l'ordinanza del Riesame che ne confermava la custodia cautelare in carcere per il reato di associazione mafiosa. La difesa sosteneva che una conversazione telefonica intercettata fosse ambigua e contestava l'attualità del pericolo a causa del tempo trascorso dai fatti. La Corte Suprema ha rigettato la richiesta, stabilendo che la telefonata dimostra un legame attivo con il gruppo criminale. Inoltre, nei reati di mafia la legge presume la pericolosità sociale del soggetto. Il semplice passaggio del tempo non cancella questa presunzione se manca la prova di un distacco definitivo dal clan. L'Indagato rimane in prigione e deve pagare le spese processuali.
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Concorso in omicidio: confermato il carcere per il complice
La Corte di Cassazione ha confermato la custodia cautelare in carcere per un indagato accusato di concorso in omicidio aggravato. L'uomo ha fornito all'esecutore materiale dell'agguato un terreno di sua proprietà come base logistica, gli ha messo a disposizione i veicoli e lo ha aiutato a far sparire l'arma e il ciclomotore subito dopo il delitto. La difesa richiedeva la riqualificazione del fatto nel reato meno grave di favoreggiamento personale. I giudici hanno chiarito che il favoreggiamento richiede la totale estraneità dell'aiutante alla fase preparatoria o esecutiva del reato. L'assistenza continuativa fornita prima, durante e immediatamente dopo l'agguato integra invece a pieno titolo il concorso in omicidio.
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Tempo silente e misure cautelari: no al carcere evitato per mafia
La Procura ha proposto ricorso in Cassazione contro la decisione del Tribunale del Riesame che aveva negato la custodia cautelare in carcere a L'Indagato, accusato di far parte di un'associazione mafiosa. Il giudice di merito aveva ritenuto superata la presunzione di pericolosita valorizzando il concetto di tempo silente e misure cautelari, la giovane eta dell'uomo all'epoca dei fatti e la sua incensuratezza. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso della Procura, chiarificando che il semplice decorso del tempo non dimostra il definitivo allontanamento dal clan, specialmente se L'Indagato gestiva compiti delicati come la custodia delle armi e il recupero crediti con minacce, accumulando inoltre nuovi carichi pendenti. La Corte ha quindi annullato l'ordinanza, rinviando gli atti per una nuova valutazione.
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Associazione di tipo mafioso: carcere per il monopolio ittico
La Corte di Cassazione ha confermato la custodia cautelare in carcere per un indagato accusato del reato di associazione di tipo mafioso e di molteplici estorsioni nel settore ittico. L'indagato gestiva di fatto una società commerciale intestata fittiziamente a un prestanome. Tramite violenze, minacce e la pesante forza intimidatrice derivante dal proprio gruppo familiare, egli imponeva il monopolio economico sul commercio del pescato locale, costringendo imprenditori e pescatori a cedere quote societarie o a stipulare accordi commerciali svantaggiosi. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso della difesa, ribadendo che la condotta integra la partecipazione a una mafia autonoma ed effettivamente operante sul territorio. Il quadro probatorio e le intercettazioni dimostrano l'attualità della pericolosità sociale e l'assenza di rescissione del vincolo criminale.
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