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Permesso Premio

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Provvedimenti

Permesso premio negato: senza dieci anni scontati stop al ricorso
Un detenuto condannato a venticinque anni di reclusione per sequestro di persona a scopo di estorsione ha richiesto un permesso premio. Il Tribunale di Sorveglianza ha respinto la richiesta a causa della mancata espiazione del periodo minimo di dieci anni di carcere e per l'assenza di revisione critica del reato. L'interessato ha proposto ricorso per cassazione lamentando l'omesso aggiornamento della relazione criminologica interna. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile: la difesa non ha contestato la carenza del requisito temporale dei dieci anni già scontati, condizione ostativa e inderogabile per legge. Il ricorrente deve pagare le spese processuali e versare una somma alla Cassa delle ammende.
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Permesso premio 41-bis: negato a detenuto per legami con la mafia
La Corte di Cassazione ha confermato il diniego del permesso premio 41-bis a un detenuto condannato all'ergastolo per associazione mafiosa e omicidio. Il Tribunale di Sorveglianza aveva respinto la richiesta, evidenziando la mancata collaborazione con la giustizia e la persistenza di collegamenti con la criminalità organizzata ('ndrangheta). La Suprema Corte ha ribadito che, anche in assenza di collaborazione, è fondamentale escludere l'attualità o il pericolo di ripristino dei legami con la criminalità organizzata per concedere il permesso premio 41-bis, cosa che nel caso specifico non è avvenuta. Il ricorso del detenuto è stato dichiarato inammissibile.
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Permesso premio ed ergastolo: stop ai benefici per i boss
Il Condannato, punito con la pena dell'ergastolo per reati di mafia e omicidio, ha proposto ricorso in Cassazione contro il diniego della richiesta di un permesso premio. Il giudice di merito aveva dichiarato inammissibile l'istanza evidenziando la mancanza di elementi atti ad escludere legami attuali o futuri con la criminalità organizzata. La difesa sosteneva che la collaborazione con la giustizia fosse inesigibile. La Corte di Cassazione ha confermato la decisione, precisando che l'inesigibilità della collaborazione non basta: occorre dimostrare la recisione dei rapporti con il clan. Nel caso specifico, sono emersi contatti persistenti tramite i familiari ed è mancata ogni rivisitazione critica dei gravi delitti commessi. Il ricorso è stato dichiarato inammissibile con condanna alle spese e alla sanzione pecuniaria.
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Permesso premio negato tra tentata rieducazione e sanzioni
Il Detenuto ha richiesto la concessione di un permesso premio per incontrare un suo ex docente scolastico. Il Tribunale di Sorveglianza ha respinto l'istanza a causa delle recenti violazioni disciplinari commesse in carcere, come l'uso di sostanze stupefacenti, e del rischio di fuga. Il Detenuto ha impugnato la decisione davanti alla Corte di Cassazione, sostenendo di non aver ottenuto una valutazione aggiornata del proprio percorso. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno evidenziato che la decisione impugnata era motivata in modo solido e priva di vizi logici. Per ottenere il beneficio del permesso premio non basta un generico legame affettivo, ma occorrono una condotta irreprensibile ed una concreta adesione al percorso di rieducazione. La decisione ha comportato la condanna al pagamento delle spese di giudizio.
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Permesso premio negato e criminalità: la Cassazione respinge
Un detenuto legato alla criminalità organizzata ha richiesto la concessione di un permesso premio. Il Tribunale di Sorveglianza ha respinto l'istanza evidenziando la permanente pericolosità sociale del soggetto e la persistenza dei vincoli con il clan di appartenenza. Il condannato ha presentato ricorso in Cassazione lamentando difetti di motivazione della decisione. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici di legittimità hanno chiarito che non spetta alla Cassazione svolgere un nuovo esame dei fatti e dei presupposti per la concessione del permesso premio quando la motivazione del giudice di merito risulta priva di vizi logici. Di conseguenza, il rigetto è divenuto definitivo e il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e al versamento di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Permesso premio: no al diniego basato su relazioni vecchie
Il Tribunale di Sorveglianza ha respinto la richiesta di permesso premio avanzata da un detenuto condannato all'ergastolo, basando la decisione su una relazione di sintesi vecchia di dieci anni. Il Detenuto ha proposto ricorso per Cassazione, lamentando la mancanza di una valutazione aggiornata sul suo percorso rieducativo. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso, stabilendo che il giudice non può negare il permesso premio basandosi esclusivamente su elementi risalenti nel tempo. La Corte ha quindi annullato l'ordinanza, ordinando al Tribunale di Sorveglianza di riesaminare il caso acquisendo informazioni recenti e aggiornate sulla condotta del detenuto.
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Permesso premio negato: la condotta recente non cancella il passato
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un detenuto contro il diniego del permesso premio. Il Tribunale di Sorveglianza aveva respinto la richiesta ritenendola prematura. Nonostante lievi miglioramenti recenti, la complessa storia criminale del soggetto richiedeva un esame più approfondito del suo profilo psicologico. La difesa ha contestato la mancata valutazione dei progressi descritti nella relazione di sintesi. La Cassazione ha stabilito che i giudici di merito hanno motivato la decisione in modo logico e completo, rendendo impossibile una nuova valutazione in sede di legittimità. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Liberazione condizionale: buona condotta contro pericolosità
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso de Il Condannato contro il diniego della liberazione condizionale. Il Tribunale di Sorveglianza aveva respinto la richiesta, ritenendo incompleto il percorso rieducativo dell'uomo, condannato all'ergastolo. Nonostante la concessione di alcuni permessi premio, i giudici hanno valorizzato una nota della Questura che attestava l'elevata pericolosità sociale del soggetto e il suo stabile inserimento nel contesto criminale d'origine. La Suprema Corte ha confermato che la valutazione dei giudici di merito è stata logica e corretta, ribadendo che i permessi premio non bastano a dimostrare il sicuro ravvedimento se persistono collegamenti con la criminalità organizzata. Il Condannato perde il ricorso e viene condannato al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Permessi premio e 41-bis: la Cassazione nega ogni beneficio
Il Detenuto, sottoposto al regime speciale del 41-bis, ha richiesto la concessione di permessi premio. Il Tribunale di Sorveglianza ha respinto la richiesta. Il Detenuto ha quindi proposto ricorso in Cassazione, sollevando anche una questione di legittimità costituzionale sulle norme che vietano i permessi premio ai soggetti in regime differenziato. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che la legge vieta espressamente i permessi premio per chi è sottoposto al 41-bis, poiché tale regime presuppone un collegamento ancora attivo con la criminalità organizzata. Questo collegamento è incompatibile con il sicuro ravvedimento richiesto per i benefici. La Corte ha inoltre confermato che si applica la legge vigente al momento della richiesta, condannando il ricorrente al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Permesso di necessità: ricorso inutile se il parente muore
Un detenuto ha richiesto un permesso di necessità per far visita alla madre malata, impossibilitata a recarsi in carcere. Prima che il Tribunale di sorveglianza decidesse sul reclamo, la madre è deceduta. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso per sopravvenuta carenza di interesse. I giudici hanno chiarito che, a differenza del permesso premio (che incide sul percorso rieducativo complessivo del detenuto), il permesso di necessità è legato a un evento specifico e contingente. Venuto meno l'oggetto della visita, non sussiste più alcun vantaggio pratico per il ricorrente. Il detenuto è stato quindi condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria a favore della Cassa delle ammende.
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Permesso premio negato: il buon comportamento in carcere non basta
Il Tribunale di Sorveglianza ha negato la concessione di un permesso premio a un detenuto, nonostante la difesa evidenziasse il suo buon comportamento e la precedente fruizione di benefici. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso del detenuto. I giudici hanno chiarito che il buon comportamento in carcere può essere superato dalla necessità di un supplemento di osservazione. Nel caso specifico, sono emerse fragilità legate alla dipendenza da alcol e un nuovo cumulo di pene che ha allontanato la data di fine detenzione. Di conseguenza, il detenuto perde il ricorso e viene condannato a pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
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Collaborazione impossibile: no al permesso premio per il boss
Il Tribunale di Sorveglianza ha respinto la richiesta di un detenuto volta ad accertare la collaborazione impossibile per ottenere un permesso premio. Il detenuto, condannato per associazione finalizzata al traffico internazionale di stupefacenti, sosteneva di non poter fornire informazioni utili sui fornitori esteri o sui complici. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che il ruolo di promotore e organizzatore del sodalizio criminale implica necessariamente la conoscenza di dettagli cruciali sulla rete di spaccio e sui canali di approvvigionamento. Pertanto, la mancata resa di dichiarazioni non deriva da una reale impossibilità, ma da una scelta del condannato. Di conseguenza, il ricorso è stato rigettato con condanna al pagamento delle spese e della sanzione pecuniaria.
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Divieto di espulsione dello straniero: smascherato finto coniuge
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cittadino straniero contro il provvedimento di allontanamento dal territorio italiano. Il ricorrente invocava il divieto di espulsione dello straniero coniugato con una cittadina italiana. Tuttavia, i giudici hanno accertato che la convivenza coniugale era cessata ben prima dell'ingresso in carcere. Inoltre, l'uomo aveva intrapreso una relazione con un'altra donna, indicando l'abitazione di quest'ultima per i permessi premio. Di conseguenza, la Suprema Corte ha confermato l'espulsione, ritenendo la richiesta di ripresa della convivenza con la moglie un mero espediente strumentale per evitare il rimpatrio, condannando il ricorrente anche al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Permesso premio negato: la buona condotta non cancella la distanza
Il Tribunale di sorveglianza ha negato la concessione di un permesso premio a un detenuto, collaboratore di giustizia, che intendeva riallacciare i rapporti con la figlia residente in Cina. La Cassazione ha confermato il diniego, stabilendo che il permesso premio non richiede solo la buona condotta, ma anche la concreta utilità e fattibilità dello scopo dichiarato. Nel caso specifico, la distanza geografica, la mancanza di contatti pregressi e le complesse procedure di protezione per la figlia rendevano l'incontro del tutto ipotetico e irrealizzabile. Di conseguenza, lo strumento è stato ritenuto non idoneo rispetto alla finalità affettiva dichiarata. La Suprema Corte ha quindi rigettato il ricorso del detenuto, condannandolo al pagamento delle spese processuali.
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Permesso premio negato: lo spaccio in casa cancella il beneficio
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso de Il Condannato contro il diniego di un permesso premio. Il Tribunale di Sorveglianza aveva respinto la richiesta basandosi sul parere negativo del direttore del carcere. Quest'ultimo evidenziava la necessità di proseguire l'osservazione in istituto, anche a causa di segnalazioni dei Carabinieri su attività di spaccio di droga avvenute nel domicilio del detenuto durante un precedente permesso. La Suprema Corte ha confermato la legittimità del diniego, ritenendo non credibili le giustificazioni del ricorrente. Inoltre, ha chiarito che l'incompatibilità del magistrato riguarda solo chi ha redatto l'atto impugnato. Il Condannato è stato condannato alle spese e a tremila euro per la Cassa delle Ammende.
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Permesso premio: no al rigetto automatico se cambia la legge
Il Tribunale di Sorveglianza ha dichiarato inammissibile la richiesta di permesso premio avanzata da un detenuto per reati ostativi, applicando le nuove e più stringenti regole introdotte dal D.L. 162/2022 senza valutarne la documentazione o concedere un termine per integrarla. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del detenuto, stabilendo che, sebbene il nuovo regime sia applicabile in virtù del principio del tempus regit actum, il giudice non può liquidare la domanda come inammissibile. Il Tribunale avrebbe dovuto esaminare i documenti già prodotti, concedere un termine per adeguarsi ai nuovi oneri di allegazione e attivare i propri poteri istruttori d'ufficio. La sentenza impugnata è stata quindi annullata con rinvio per un nuovo esame.
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Liberazione anticipata negata per violazioni in permesso premio
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso de Il Condannato contro il diniego della liberazione anticipata per un semestre di pena. Il Tribunale di Sorveglianza aveva negato il beneficio a causa del comportamento del detenuto durante un permesso premio: l'uomo aveva frequentato un pregiudicato e pronunciato frasi sul proprio reato interpretate come una grave regressione nel percorso di rieducazione. La difesa sosteneva l'assenza di sanzioni disciplinari e un difetto di motivazione. I giudici di legittimità hanno invece confermato che la valutazione del percorso rieducativo spetta ai giudici di merito, i quali hanno logicamente evidenziato come tali condotte contrastino con il necessario ravvedimento, rendendo legittimo il rigetto dello sconto di pena. Il Condannato perde il ricorso e viene condannato alle spese.
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Affidamento in prova al servizio sociale: negato senza permessi
Il Tribunale di Sorveglianza ha negato l'affidamento in prova al servizio sociale a un detenuto condannato per rapina, percosse e altri reati. La decisione si fonda sul fatto che il percorso rieducativo del condannato e ancora all'inizio, non avendo egli mai sperimentato misure di liberta parziale, come i permessi premio, utili a testarne l'affidabilita all'esterno. Inoltre, il domicilio proposto e stato ritenuto inidoneo. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso del detenuto, confermando che la valutazione del giudice di merito e logica e coerente. Il ricorrente e stato condannato al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Spedizione di droga in carcere: tradito dalla perizia grafica
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un detenuto condannato per la spedizione di droga in carcere. L'uomo, durante un permesso premio, aveva spedito un pacco contenente sostanze stupefacenti all'istituto penitenziario di Saluzzo. I giudici di merito lo avevano condannato a dieci mesi di reclusione e 2.600 euro di multa, basandosi su una perizia grafica che attribuiva con certezza la firma sui documenti di spedizione all'imputato. La Suprema Corte ha ribadito che non è possibile richiedere una nuova valutazione dei fatti in sede di legittimità se la motivazione della sentenza d'appello è logica e coerente. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato anche al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Permesso premio negato: no allo scioglimento del cumulo
Il Tribunale di Sorveglianza ha negato il permesso premio a un detenuto condannato esclusivamente per reati ostativi, tra cui traffico di droga aggravato dal metodo mafioso. Il detenuto ha proposto ricorso in Cassazione sostenendo di aver già espiato la quota di pena ostativa. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che, in presenza di un cumulo di pene composto interamente da reati ostativi, non è possibile procedere allo scioglimento del cumulo per concedere benefici. Inoltre, il ricorso è stato ritenuto generico poiché non ha contestato le valutazioni negative sulla condotta carceraria e sulla pericolosità sociale espresse dai giudici di merito. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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