Definizione
Un'autorizzazione concessa al detenuto che ha tenuto una buona condotta di trascorrere un breve periodo di tempo fuori dal carcere per coltivare interessi affettivi, culturali o di lavoro.
Orientamento della Cassazione
Su LexCED 482 provvedimenti della Corte di cassazione su questo tema (2019–2026). Nel 42% dei casi il ricorso è stato dichiarato inammissibile.
Esito del ricorso
- Accolto, anche in parte 21%
- Rigettato 34%
- Inammissibile 42%
- Altro 3%
Provvedimenti per anno
2019
2022
2023
2024
2025
2026
Sezioni
- Penale Sez. 165%
- Penale Sez. 730%
- Penale Sez. 55%
Precedenti più richiamati
- Cass. 5505/2016in 44 provvedimenti
- Cass. 36456/2018in 39 provvedimenti
- Cass. 33743/2021in 43 provvedimenti
- Cass. 11581/2013in 27 provvedimenti
- Cass. 9796/2007in 21 provvedimenti
Dati LexCED, aggiornati ogni giorno. L'esito è letto dal dispositivo dei provvedimenti pubblicati; sono esclusi quelli senza dispositivo leggibile.
Norme più ricorrenti in questi provvedimenti
Provvedimenti
Il Tribunale di sorveglianza nega a una persona detenuta l'affidamento in prova terapeutico. I giudici motivano il rifiuto sostenendo la necessità di testare prima il condannato con permessi premio graduali. L'interessato contesta la decisione: il tribunale ha ignorato il programma di recupero del servizio per le tossicodipendenze, il lavoro disponibile e il sostegno familiare. La Corte di Cassazione accoglie il ricorso e annulla il provvedimento. I giudici di legittimità chiariscono che l'affidamento per motivi di cura persegue finalità terapeutiche autonome. Questo beneficio non richiede il previo superamento dei permessi premio ordinari. Il tribunale deve valutare concretamente l'idoneità del piano clinico prima di negare la misura.
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La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da un detenuto contro il diniego del permesso premio. La magistratura di sorveglianza aveva respinto la richiesta a causa della condotta irregolare dell'uomo, denunciato per aver detenuto e utilizzato un telefono cellulare all'interno del penitenziario per diversi giorni. La difesa sosteneva che i giudici avessero attribuito un peso eccessivo a un singolo episodio disciplinare, trascurando una successiva relazione favorevole degli educatori carcerari. La Suprema Corte ha ritenuto il ricorso basato su contestazioni di puro fatto, rilevando che l'uso illecito dello smartphone, unito a una storia carceraria segnata da plurimi reati, dimostra una spiccata pericolosità sociale. Il detenuto è stato condannato al pagamento delle spese di giudizio e di una sanzione di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Un detenuto condannato per estorsione e spaccio di sostanze stupefacenti ha richiesto l'affidamento in prova al servizio sociale. Il Tribunale di sorveglianza ha respinto l'istanza. I giudici hanno valorizzato la recidiva del soggetto, che era tornato a delinquere subito dopo aver beneficiato di una precedente misura alternativa. L'uomo ha presentato ricorso in Cassazione lamentando la mancata considerazione della sua buona condotta recente e dei permessi premio già ottenuti. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso. La Suprema Corte ha chiarito che i progressi intramurari recenti non bastano per concedere la misura se il percorso fuori dal carcere è ancora troppo breve e sussiste il pericolo di nuovi reati.
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Una detenuta, condannata a oltre cinque anni di reclusione per vari delitti, ha richiesto la concessione della detenzione domiciliare. La difesa ha evidenziato il regolare svolgimento di sette permessi premio e la recente condotta corretta all'interno del penitenziario. Il Tribunale di sorveglianza ha tuttavia rigettato l'istanza, rilevando la gravità dei reati commessi, la presenza di procedimenti penali ancora pendenti e l'alto rischio di recidiva. La Corte di Cassazione ha confermato il provvedimento e ha respinto il ricorso. I giudici hanno chiarito che il positivo svolgimento di uscite temporanee non impone la concessione automatica della misura alternativa, poiché il magistrato può esigere un percorso trattamentale più lungo in carcere.
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Un detenuto condannato all'ergastolo per omicidio aggravato e associazione mafiosa ha richiesto il permesso premio reati ostativi. Il Magistrato e il Tribunale di Sorveglianza hanno respinto l'istanza. Il condannato ha presentato ricorso per cassazione, evidenziando trent'anni di detenzione esemplare, il compimento di percorsi di studio universitario, la formale dissociazione dal clan e la propria indigenza economica. La Suprema Corte ha respinto definitivamente il ricorso. I giudici hanno chiarito che, anche a seguito delle recenti riforme, il detenuto non collaborante deve dimostrare il risarcimento alle vittime del reato o l'assoluta impossibilità oggettiva di adempiere. Inoltre, la condotta carceraria corretta e la mera dissociazione verbale non bastano: il richiedente deve allegare prove specifiche per escludere collegamenti attuali o pericoli di ripristino dei rapporti con la criminalità organizzata.
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Il Tribunale di sorveglianza negava la detenzione domiciliare a un condannato con un residuo di pena inferiore a due anni. I giudici motivavano il rigetto richiamando un vecchio reato ostativo e la presunta mancanza di percorsi esterni al carcere. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del detenuto e ha annullato l'ordinanza con rinvio. I giudici di legittimità hanno chiarito che la quota di pena relativa al reato ostativo risultava già interamente espiata tramite lo scioglimento del cumulo. Inoltre, il condannato aveva già trascorso quattro anni ai domiciliari, tornando in carcere soltanto per l'inagibilità della casa, e aveva ottenuto nove semestri di liberazione anticipata. Il Tribunale deve compiere una valutazione concreta e attuale sulla pericolosità sociale.
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Un detenuto condannato per traffico di stupefacenti e riciclaggio aggravato ha richiesto il permesso premio. Il Tribunale di sorveglianza ha respinto l'istanza evidenziando la mancata collaborazione con la giustizia, la persistenza di collegamenti con la criminalità organizzata e l'assenza di risarcimento del danno verso le vittime. Il condannato ha presentato ricorso in Cassazione facendo leva sulla regolare condotta carceraria e sulla partecipazione alle attività trattamentali. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile e ha condannato il ricorrente al pagamento di tremila euro alla cassa delle ammende. I giudici hanno chiarito che il permesso premio non spetta automaticamente con la buona condotta, poiché per i reati di prima fascia occorre dimostrare la totale recisione dei legami mafiosi e l'adempimento degli obblighi risarcitori, anche attraverso i compensi del lavoro svolto in carcere.
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Il Detenuto, condannato per reati ostativi di prima fascia senza aver collaborato con la giustizia, ha richiesto il beneficio del permesso premio. Il Tribunale di sorveglianza ha dichiarato inammissibile la domanda per mancata allegazione di elementi idonei a escludere collegamenti attuali con la criminalità organizzata e il rischio di un loro ripristino. Il condannato ha presentato ricorso in Cassazione sostenendo l'inapplicabilità delle nuove norme ai reati commessi in passato e richiamando la precedente concessione della liberazione anticipata. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che le norme sui benefici penitenziari si applicano al momento della decisione. Inoltre, l'accesso alle uscite temporanee richiede accertamenti assai più penetranti rispetto alla semplice buona condotta interna. La Corte ha condannato il ricorrente alle spese processuali e al versamento di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Il Condannato, detenuto per gravi reati di associazione mafiosa, ha richiesto un permesso premio. Il Tribunale di Sorveglianza ha negato il beneficio, sostenendo che non avesse dimostrato un effettivo e profondo distacco dal contesto criminale di appartenenza. La Corte di Cassazione ha confermato questa decisione, ribadendo che per ottenere il permesso premio reati ostativi non sono sufficienti la buona condotta in carcere o dichiarazioni superficiali. È necessaria una revisione critica autentica del proprio passato e l'assenza di collegamenti attuali o futuri con la criminalità organizzata.
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Un detenuto, condannato per reati di criminalità organizzata, ha chiesto un permesso premio e ha sostenuto la sua condizione di `collaborazione impossibile`. Il Tribunale di Sorveglianza ha respinto la sua richiesta, ritenendo che il detenuto potesse ancora fornire informazioni utili. Il detenuto ha presentato ricorso. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. Ha confermato che, nonostante la sentenza della Corte Costituzionale abbia mitigato la presunzione di pericolosità per i permessi premio, il Tribunale di Sorveglianza aveva correttamente valutato la possibilità di `collaborazione impossibile` del detenuto, considerando i suoi legami con la criminalità organizzata e la sua capacità di fornire informazioni.
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La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un Detenuto, condannato per traffico di stupefacenti e reato associativo con aggravante transnazionale. Il Detenuto aveva chiesto un permesso premio, ma il Tribunale di Sorveglianza lo aveva negato. La Cassazione ha confermato il diniego, sottolineando la scarsa collaborazione del Detenuto con la giustizia e l'assenza di prove concrete sulla rottura dei suoi legami con l'organizzazione criminale. Anche se la Corte Costituzionale ha aperto alla possibilità del permesso premio senza collaborazione, è fondamentale escludere ogni pericolo di ripristino di attività illecite, circostanza non dimostrata nel caso specifico.
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Il Detenuto, condannato all'ergastolo per reati di matrice mafiosa, ha richiesto la concessione di un permesso premio reati ostativi. La Corte Costituzionale ha chiarito che la mancata collaborazione con la giustizia non impedisce in modo assoluto l'accesso ai benefici penitenziari, trasformando la presunzione di pericolosità da assoluta a relativa. Tuttavia, spetta al detenuto fornire prove concrete circa l'effettiva rottura dei legami con la criminalità organizzata e la mancanza di rischio di un loro ripristino. Il Tribunale di Sorveglianza ha rigettato la richiesta poiché la condotta del richiedente, seppur corretta in carcere, era priva di una reale revisione critica dei reati ed era inserita in un contesto criminale d'origine ancora attivo. La Corte di Cassazione ha confermato la decisione, dichiarando il ricorso inammissibile e condannando il richiedente al pagamento delle spese.
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Un detenuto, condannato all'ergastolo per gravi reati, ha chiesto un permesso premio. Il Tribunale di Sorveglianza ha negato questa richiesta, evidenziando la mancanza di una riflessione critica sulle sue azioni passate e l'assenza di disponibilità verso una giustizia riparativa. Il detenuto ha presentato ricorso, ma la Corte di Cassazione lo ha dichiarato inammissibile. Il ricorso non ha contestato in modo specifico le motivazioni del rifiuto. La decisione sottolinea l'importanza di affrontare criticamente il proprio passato criminale per ottenere benefici penitenziari come il permesso premio.
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La Corte di Cassazione ha dichiarato l'inammissibilità ricorso in Cassazione presentato personalmente da un condannato. Il condannato aveva impugnato il rifiuto di un permesso premio da parte del Tribunale di Sorveglianza. La Suprema Corte ha chiarito che, dopo l'entrata in vigore della Legge n. 103 del 2017, un ricorso per Cassazione deve essere obbligatoriamente sottoscritto da un avvocato abilitato. Il ricorso personale, essendo stato presentato dopo tale data, non rispettava questa condizione essenziale. Di conseguenza, il condannato ha dovuto pagare le spese processuali e una somma alla Cassa delle ammende.
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Un Condannato, detenuto per reati considerati 'ostativi', ha chiesto un permesso premio. Il Tribunale di Sorveglianza ha respinto la sua richiesta perché non aveva attivato la procedura specifica per i detenuti che non collaborano con la giustizia. Il Condannato ha fatto ricorso, sostenendo che bastava dimostrare l'assenza di collegamenti attuali con la criminalità organizzata. La Corte di Cassazione ha confermato la decisione del Tribunale. Ha ribadito che per ottenere un permesso premio per reati ostativi, il Condannato deve fornire prove concrete e specifiche che dimostrino non solo l'assenza di legami attuali, ma anche il pericolo di un loro ripristino, superando la presunzione relativa di pericolosità.
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Una persona condannata per reati gravi ha chiesto un permesso premio. Il Tribunale di Sorveglianza ha negato il beneficio, perché la condannata non ha giustificato la sua mancata collaborazione con la giustizia. La Corte di Cassazione ha confermato questa decisione. La sentenza ribadisce che per i reati ostativi, il condannato che non collabora deve dimostrare l'assenza di collegamenti attuali o futuri con la criminalità organizzata. L'onere della prova spetta al richiedente. La semplice intenzione di usare il permesso premio per allontanarsi dal contesto criminale non è sufficiente. Il ricorso è stato rigettato.
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Un detenuto condannato per associazione mafiosa ha richiesto la concessione del permesso premio dopo una lunga carcerazione e condotta regolare. Il Tribunale di sorveglianza ha rigettato l'istanza evidenziando la mancata prova del definitivo distacco dalla criminalità organizzata. Il detenuto ha proposto ricorso in Cassazione sostenendo che i giudici non avessero dimostrato l'esistenza di legami attuali con la cosca. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici di legittimità hanno chiarito che grava sul detenuto l'onere di fornire elementi concreti e specifici per superare la presunzione di pericolosità sociale. La sola regolare condotta carceraria o il tempo trascorso non bastano a dimostrare l'irreversibile rottura con l'ambiente mafioso. Il condannato ha perso il ricorso ed è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione economica.
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Un detenuto condannato all'ergastolo ha richiesto la concessione del permesso premio dopo molti anni di reclusione. Il Tribunale di Sorveglianza ha respinto l'istanza evidenziando la persistente pericolosità sociale, la mancata dissociazione dal clan mafioso e l'assenza di un percorso di giustizia riparativa. Il detenuto ha presentato ricorso per cassazione, sostenendo che la buona condotta carceraria e lo scioglimento dell'organizzazione criminale originaria giustificassero il beneficio. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che la regolare condotta carceraria non basta per ottenere il permesso premio. Serve una reale revisione critica del proprio passato criminale e la prova dell'interruzione effettiva di ogni legame con la criminalità organizzata. Il detenuto è stato quindi condannato al pagamento delle spese legali.
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La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un detenuto che chiedeva un permesso premio. Il Tribunale di Sorveglianza aveva negato il beneficio, pur riconoscendo la buona condotta, a causa di lacune nella revisione critica dei gravi reati commessi e nella dimostrazione di un effettivo ravvedimento. Il detenuto aveva contestato la decisione per presunta erronea applicazione della legge e motivazione insufficiente. La Cassazione ha ritenuto che il ricorso mirasse a una nuova valutazione dei fatti, già esaminati adeguatamente, e non a un errore di diritto, confermando così il diniego del permesso premio.
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Un detenuto aveva richiesto un permesso premio, ma il Magistrato di Sorveglianza lo ha negato. Il Tribunale di Sorveglianza ha confermato il diniego. Il detenuto ha quindi presentato ricorso alla Corte di Cassazione, lamentando vizi procedurali e mancanza di motivazione. La Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile perché generico e manifestamente infondato. Il ricorrente non aveva contestato in modo specifico le argomentazioni del Tribunale. La decisione ha comportato la condanna del detenuto al pagamento delle spese processuali e di una somma alla cassa delle ammende.
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