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Misura Cautelare — Anno 2023

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Altri anni per Misura Cautelare

Provvedimenti

Rivolta in carcere: c’ pericolo di reiterazione del reato
Durante la pandemia da Covid-19, si verifica una violenta sommossa nel carcere di Foggia. Il Detenuto, con gravi precedenti penali, partecipa attivamente come promotore della rivolta. Il Tribunale del Riesame dispone la custodia in carcere, ravvisando il pericolo di reiterazione del reato. Il Detenuto ricorre in Cassazione, sostenendo che il lungo tempo trascorso e l'eccezionalit del contesto pandemico escludano l'attualit del rischio. La Suprema Corte dichiara il ricorso inammissibile. I giudici confermano che la gravit della condotta violenta e la personalit aggressiva del soggetto dimostrano un rischio concreto e attuale di recidiva, non superato dal mero decorso del tempo o dalla particolarit del contesto storico. Il Detenuto perde la causa e viene condannato a pagare le spese e una sanzione pecuniaria.
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Sguardo al bar e tentato omicidio: arresti confermati a mani nude
La Corte di Cassazione ha confermato la misura cautelare degli arresti domiciliari per l'indagato, accusato di tentato omicidio aggravato da motivi abietti. L'uomo, insieme ad alcuni complici, aveva aggredito violentemente la vittima all'interno e all'esterno di un bar con calci e pugni diretti a zone vitali, in particolare alla testa, inseguendola poi in auto. La difesa sosteneva l'assenza di intenzione di uccidere, evidenziando l'uso delle sole mani nude. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso, stabilendo che la violenza dei colpi e il dolo alternativo (volontà di ferire o uccidere indifferentemente) integrano pienamente il reato di tentato omicidio. Il pericolo di recidiva è stato confermato anche sulla base di precedenti pendenze penali dell'aggressore.
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Autonoma valutazione delle esigenze cautelari: no al copia-incolla
La Corte di Cassazione ha confermato l'annullamento di una misura cautelare applicata a un ex Consigliere Regionale accusato di corruzione e truffa. Il Tribunale del Riesame aveva annullato il provvedimento poiché il Giudice per le indagini preliminari si era limitato a copiare la richiesta del Pubblico Ministero, omettendo una reale e autonoma valutazione delle esigenze cautelari e dei gravi indizi di colpevolezza. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso dell'accusa, ribadendo che il giudice non può appiattirsi acriticamente sulle tesi della Procura. In mancanza di un'analisi critica e personalizzata delle prove, la misura cautelare è nulla e il Tribunale del Riesame deve annullarla senza poter sanare il difetto di motivazione.
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Revoca delle misure cautelari: meno reati ma l’arresto resta
La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso di un imputato che chiedeva la revoca delle misure cautelari (nello specifico, gli arresti domiciliari). L'imputato sosteneva che, a seguito della riforma Cartabia, alcuni reati erano diventati improcedibili per difetto di querela, riducendo la pena residua. La Suprema Corte ha chiarito che la revoca delle misure cautelari non può basarsi su un mero calcolo matematico della pena residua. Anche i reati non più procedibili restano indicativi della pericolosità sociale del soggetto. Inoltre, la semplice intenzione di seguire un percorso di recupero parrocchiale e il decorso del tempo non bastano ad attenuare le esigenze cautelari. Di conseguenza, la misura degli arresti domiciliari è stata confermata per i restanti reati gravi di ricettazione ed estorsione.
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Carenza di interesse: la revoca della misura cancella il ricorso
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile per carenza di interesse il ricorso presentato dal difensore di un indagato contro la misura degli arresti domiciliari. Nelle more del giudizio di legittimità, infatti, il Giudice per l'udienza preliminare aveva già revocato interamente la misura cautelare per il venir meno delle esigenze cautelari. La Suprema Corte ha chiarito che l'interesse all'impugnazione deve persistere fino al momento della decisione. Inoltre, ha rilevato l'inefficacia della rinuncia al ricorso presentata dal difensore privo di procura speciale, ribadendo che tale atto richiede un mandato specifico. Infine, non è stata disposta alcuna condanna alle spese o alle sanzioni pecuniarie, poiché la perdita di interesse è derivata da un provvedimento favorevole sopravvenuto.
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Gravi indizi di colpevolezza: il dubbio non salva dal carcere
Un indagato è stato sottoposto alla custodia in carcere per tentata estorsione aggravata dal metodo mafioso ai danni di alcuni imprenditori, ai quali era stata chiesta una grossa somma di denaro sotto minaccia. Il Tribunale del Riesame ha applicato la misura cautelare riformando la decisione contraria del primo giudice. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso dell'indagato, confermando la legittimità della misura. I giudici hanno chiarito che per l'applicazione delle misure cautelari bastano i gravi indizi di colpevolezza, ossia un giudizio di alta probabilità di colpevolezza, e non serve la certezza assoluta richiesta invece per una condanna definitiva. Di conseguenza, l'indagato rimane in carcere e dovrà pagare le spese processuali.
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Scambio elettorale politico-mafioso: no ad arresti su congetture
La Corte di Cassazione ha annullato l'ordinanza cautelare di arresti domiciliari nei confronti di un politico locale, accusato del reato di scambio elettorale politico-mafioso. I giudici di merito avevano ipotizzato un accordo illecito basandosi su intercettazioni ambientali e telefoniche tra l'indagato e un esponente di spicco di un clan locale. Secondo l'accusa, il politico avrebbe promesso posti di lavoro in cambio di voti. La Cassazione ha però rilevato gravi lacune logiche e congetture nell'interpretazione dei dialoghi. Inoltre, la Corte ha chiarito che per configurare il reato è necessario dimostrare che il procacciatore di voti abbia agito per conto e nell'interesse dell'intera associazione mafiosa, e non per meri interessi personali o familiari. Il caso è stato rinviato per un nuovo esame.
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Custodia cautelare in carcere: incensurato resta dietro le sbarre
La Corte di Cassazione ha confermato la custodia cautelare in carcere per un giovane indagato per traffico di droga e porto abusivo di armi clandestine. La difesa contestava la mancanza di un'autonoma valutazione da parte del giudice e l'assenza di prove fisiche oltre alle intercettazioni telefoniche. I giudici hanno stabilito che il richiamo agli atti d'indagine è legittimo se accompagnato da un giudizio critico. Inoltre, la gravità dei fatti e i legami con la criminalità organizzata giustificano la misura carceraria, escludendo l'adeguatezza degli arresti domiciliari anche per un soggetto incensurato.
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Spaccio e domiciliari: quando manca l’interesse all’impugnazione
Il Tribunale del Riesame sostituiva la custodia in carcere con gli arresti domiciliari per un indagato accusato di spaccio di stupefacenti, negando però la qualificazione del fatto come di lieve entità. L'indagato proponeva ricorso in Cassazione lamentando tale mancato riconoscimento. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile per carenza di interesse all'impugnazione. Infatti, la misura degli arresti domiciliari è applicabile anche per l'ipotesi attenuata di lieve entità. Di conseguenza, la diversa qualificazione giuridica richiesta non avrebbe apportato alcuna utilità concreta o pratica sulla misura cautelare in atto. L'indagato è stato condannato al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Associazione di stampo mafioso: tra indizi passati e carcere
La Corte di Cassazione ha confermato la misura cautelare in carcere nei confronti di un indagato, accusato di partecipazione a un'associazione di stampo mafioso, detenzione abusiva di armi e rapina aggravata. La difesa contestava la gravità degli indizi, evidenziando l'assenza di dichiarazioni specifiche da parte dei collaboratori di giustizia e la mancanza di attualità delle esigenze cautelari, dato che gli elementi raccolti risalivano ad anni precedenti. I giudici hanno respinto il ricorso, stabilendo che lo stabile inserimento nel clan è dimostrato da precisi indicatori logici, come il ruolo di sentinella e custode delle armi. Inoltre, l'assenza di elementi di recesso e la perdurante operatività del gruppo criminale giustificano il mantenimento della custodia cautelare, operando la presunzione di pericolosità prevista dalla legge per questo tipo di reati.
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Faida familiare e pericolo di recidiva: carcere per il genero
La Corte di Cassazione ha esaminato i ricorsi relativi alle misure cautelari applicate a seguito di una violenta faida familiare. Il Marito, accusato di tentato omicidio per aver sparato contro i parenti della moglie, ha invocato la legittima difesa, ma i giudici l'hanno esclusa per la sproporzione della reazione e l'assenza di un pericolo imminente. La Corte ha confermato la custodia cautelare per quasi tutti gli indagati, ritenendo concreto e attuale il pericolo di recidiva a causa dell'accesa animosità tra le famiglie, non scalfita dal tempo trascorso. Ha invece accolto parzialmente il ricorso di un giovane parente, accusato solo di violenza privata: per lui il Tribunale dovrà valutare se l'incensuratezza consenta la sospensione condizionale della pena, che vieterebbe gli arresti domiciliari.
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Consulenza tecnica di parte: la perizia fonica annulla il carcere
Il Tribunale di Catanzaro confermava la custodia in carcere per l'indagato, accusato di estorsione aggravata dal metodo mafioso. La difesa proponeva ricorso in Cassazione, lamentando l'omessa valutazione di una consulenza tecnica di parte. Tale elaborato tecnico escludeva che la voce registrata in un'intercettazione decisiva appartenesse all'indagato. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso, stabilendo che il giudice non può ignorare una consulenza tecnica di parte se questa affronta un tema decisivo per l'accusa. Di conseguenza, la Suprema Corte ha annullato l'ordinanza di custodia cautelare, ordinando al Tribunale del riesame di rivalutare il caso prendendo in esame la perizia fonica della difesa.
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Presenza fisica dell’estradando: stop se il ricercato fugge
Gli Stati Uniti d'America richiedevano l'estradizione di un cittadino russo, accusato di frode internazionale e riciclaggio. La Corte di appello di Milano accoglieva la domanda, ma l'interessato fuggiva dall'Italia, venendo successivamente arrestato in Russia. La Corte di Cassazione, investita del ricorso, ha stabilito che la presenza fisica dell'estradando sul territorio dello Stato richiesto costituisce un presupposto essenziale e imprescindibile per l'applicazione dell'istituto dell'estradizione. Di conseguenza, accertata con certezza l'assenza del soggetto dall'Italia, i giudici hanno annullato senza rinvio la sentenza di estradabilità e revocato le misure cautelari applicate.
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Sostituzione di misura cautelare: dal carcere ai domiciliari negati
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso de L'Indagato contro il diniego di sostituzione di misura cautelare. L'Indagato, accusato di far parte di un'associazione dedita al narcotraffico, chiedeva la sostituzione della custodia in carcere con gli arresti domiciliari fuori regione con braccialetto elettronico. La difesa sosteneva l'attenuazione delle esigenze cautelari per il decorso del tempo. La Suprema Corte ha confermato che il semplice trascorrere del tempo non riduce la pericolosità sociale. Inoltre, L'Indagato aveva già violato i domiciliari in passato, continuando a gestire i traffici illeciti al telefono. Di conseguenza, i giudici hanno ritenuto inadeguata qualsiasi misura diversa dal carcere, condannando il ricorrente anche al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Traffico di stupefacenti: fornitore occasionale resta in carcere
Il Tribunale del Riesame confermava la custodia in carcere per un uomo accusato di associazione finalizzata al traffico di stupefacenti. L'indagato si difendeva sostenendo di aver svolto solo un ruolo occasionale di fornitore esterno per circa un mese e mezzo, configurando un semplice rapporto di scambio commerciale e non una reale partecipazione al gruppo criminale. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso. I giudici hanno stabilito che anche una fornitura temporanea ma costante di droga, finalizzata ad alimentare l'attività del gruppo, dimostra la volontà di far parte del sodalizio criminoso. Di conseguenza, la presunzione di pericolosità giustifica la massima misura cautelare in carcere.
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Traffico di stupefacenti: da fornitore a socio di fatto
La Corte di Cassazione ha confermato la custodia in carcere per un uomo accusato di far parte di un'organizzazione dedita al traffico di stupefacenti. La difesa sosteneva che l'indagato avesse solo venduto droga in pochi episodi isolati e senza consapevolezza del gruppo criminale. I giudici hanno invece stabilito che un rapporto di fornitura stabile e continuativo, unito a contatti diretti con i vertici del sodalizio e all'uso della forza del gruppo per riscuotere crediti, dimostra la piena partecipazione all'organizzazione. Anche la commissione di singoli reati può provare l'inserimento nel gruppo se l'agente ne sfrutta la struttura. L'appello è stato rigettato con condanna alle spese.
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Revoca della misura cautelare: il tempo non cancella il rischio
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso de L'Indagato contro il diniego alla revoca della misura cautelare. La difesa sosteneva che il semplice decorso del tempo e la custodia subita per un altro reato attenuassero la pericolosità sociale. I giudici hanno invece chiarito che il passaggio del tempo non basta a cancellare le esigenze cautelari senza elementi positivi di cambiamento. Inoltre, i precedenti penali e le violazioni commesse in altri procedimenti dimostrano una spiccata propensione a delinquere. Di conseguenza, la richiesta di revoca della misura cautelare è stata respinta e il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Associazione di stampo mafioso: i conflitti interni non salvano
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di due indagati contro la misura cautelare per il reato di associazione di stampo mafioso. La difesa sosteneva che il loro gruppo criminale non potesse considerarsi un'articolazione dello storico clan locale a causa di violenti contrasti interni. I giudici hanno invece chiarito che l'esistenza di conflitti interni non esclude la natura mafiosa del gruppo, caratterizzato da controllo del territorio, spaccio, estorsioni e sfruttamento del potere di intimidazione. Di conseguenza, la custodia cautelare resta confermata e i ricorrenti sono stati condannati al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Concorso nel reato di devastazione: condannato l’autista del raid
La Corte di Cassazione ha confermato gli arresti domiciliari per un giovane accusato di concorso nel reato di devastazione, aggravato dal metodo mafioso. Il giovane aveva guidato l'auto usata per trasportare il gruppo di fuoco durante una violenta spedizione punitiva contro una famiglia rivale, culminata in spari ad altezza d'uomo e distruzione di veicoli. La difesa sosteneva la sua estraneita, descrivendolo come un mero spettatore inconsapevole. I giudici hanno invece stabilito che fornire l'auto, accompagnare i complici sul luogo del delitto e fuggire alla vista dei Carabinieri costituiscono un contributo materiale e morale decisivo. L'aggravante del metodo mafioso e stata confermata per la natura eclatante e intimidatoria dell'azione, volta ad affermare il controllo sul territorio. L'appello e stato rigettato.
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Sospensione della pena pecuniaria: decide la Sorveglianza
Il Tribunale di sorveglianza di Trento dichiarava la propria incompetenza a decidere sulla richiesta di sospensione della pena pecuniaria avanzata da un condannato in attesa dell'esito dell'affidamento in prova. La Corte di Cassazione ha annullato questa decisione, stabilendo che il Tribunale di sorveglianza ha la competenza esclusiva per disporre la sospensione della pena pecuniaria in via cautelare. Se l'affidamento in prova ha esito positivo e il soggetto si trova in condizioni economiche disagiate, la multa può infatti essere estinta. Di conseguenza, lo stesso giudice che decide sulla misura alternativa deve poter sospendere provvisoriamente il pagamento per evitare un danno ingiusto al condannato prima della decisione finale.
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