Definizione
La malafede (dal latino mala fides) è una motivazione comportamentale per la quale un individuo agisce in modo formalmente corretto, sebbene mascherando le proprie intenzioni in modo da non far trapelare gli obiettivi che realmente persegue. Il termine è più propriamente usato con riferimento alla condotta di colui che sia in relazione falsamente franca con taluno, qualora stia cercando di procurarsi un vantaggio a scapito del suo interlocutore. In senso giuridico, essa non esiste in quanto concetto a sé, ed è solo deducibile a contrario, come antitesi della buona fede (bona fides) la quale, soprattutto in ambito negoziale, si elegge a requisito principe della formazione della volontà dei soggetti. Come termine filosofico, Jean-Paul Sartre ha utilizzato "malafede" (mauvaise foi in francese) per definire i "concetti di malafede", che sono quelle affermazioni che in una posizione esistenziale devono essere credute, contemporaneamente, sia vere che false. Chi abbraccia uno di questi concetti non sta ingannando altre persone, e nemmeno si può dire che commetta un errore logico; ma sta, in un certo senso, ingannando sé stesso. Il termine "malafede" è dunque utilizzato in un senso lontano dal suo significato comune.
Orientamento della Cassazione
Su LexCED 60 provvedimenti della Corte di cassazione su questo tema (2022–2026). Nel 55% dei casi il ricorso è stato dichiarato inammissibile.
Esito del ricorso
- Accolto, anche in parte 25%
- Rigettato 14%
- Inammissibile 55%
- Altro 5%
Provvedimenti per anno
2022
2023
2024
2025
2026
Sezioni
- Penale Sez. 759%
- Civile Sez. 126%
- Civile Sez. 215%
Precedenti più richiamati
- Cass. 11239/2025in 3 provvedimenti
- Cass. 3912/2018in 3 provvedimenti
- Cass. 28483/2025in 3 provvedimenti
- Cass. 2661/2019in 3 provvedimenti
- Cass. 423/2025in 3 provvedimenti
Dati LexCED, aggiornati ogni giorno. L'esito è letto dal dispositivo dei provvedimenti pubblicati; sono esclusi quelli senza dispositivo leggibile.
Norme più ricorrenti in questi provvedimenti
Provvedimenti
Un proprietario terriero vende un fondo con fabbricati privi delle menzioni urbanistiche prescritte. Dieci anni dopo, il venditore chiede al tribunale di accertare la nullità del contratto per irregolarità edilizie, pretendendo la restituzione del bene. Gli eredi dell'acquirente domandano indietro il prezzo pagato e un indennizzo per le migliorie apportate al terreno. La Corte d'Appello condanna il venditore a restituire il prezzo con interessi dal pagamento, oltre a un indennizzo per le sole opere sanabili. La Corte di Cassazione conferma la decisione e rigetta il ricorso del venditore. In una compravendita di immobile abusivo, il venditore in mala fede che causa la nullità deve rimborsare il prezzo ricevuto e non può opporre tardivamente la prescrizione.
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Un Ente pubblico pagava per errore alcune fatture commerciali alla Società fornitrice originaria invece che alla Banca cessionaria, dopo aver ricevuto la notifica di cessione del credito. Costretto da una successiva sentenza a versare nuovamente l'importo alla Banca, l'Ente agiva in giudizio contro la fornitrice originaria per ottenere la restituzione delle somme versate senza causa. Il Tribunale ha accolto la domanda qualificando la vicenda come ripetizione dell'indebito oggettivo. La fornitrice conosceva perfettamente la cessione ed era in mala fede al momento dell'incasso. Il giudice ha quindi condannato la fornitrice a restituire l'intero capitale con gli interessi legali decorrenti sin dal giorno dell'errato pagamento.
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La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per il delitto di ricettazione a carico di un soggetto sorpreso in possesso di beni di provenienza illecita. L'imputato ha omesso di fornire una giustificazione attendibile sulla provenienza delle cose ricevute. I giudici di merito hanno desunto la mala fede proprio da questa mancata spiegazione, ritenendola una chiara volontà di occultamento. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso interamente inammissibile per manifesta genericità dei motivi difensivi, i quali riproponevano argomentazioni già respinte senza confrontarsi con la sentenza d'appello. Il ricorrente deve versare tremila euro alla Cassa delle ammende e rifondere le spese legali alla parte civile.
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Tre imputati, accusati inizialmente di furto aggravato, hanno subito la condanna per concorso nel reato di ricettazione dopo la riqualificazione del fatto in appello. La difesa ha impugnato la sentenza lamentando la mancata garanzia del contraddittorio e contestando la prova della consapevolezza dell'origine furtiva della merce. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi. I giudici hanno confermato che la riqualificazione non ha sorpreso la difesa, poiché richiesta in subordine dagli stessi imputati. Inoltre, la mancata o inattendibile spiegazione sul possesso dei beni dimostra la malafede e la piena consapevolezza dell'origine illecita della refurtiva. La Suprema Corte ha condannato i ricorrenti al pagamento delle spese processuali e di una sanzione di tremila euro ciascuno alla Cassa delle ammende.
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L'Imputato è stato condannato per il reato di ricettazione nei gradi di merito. Successivamente ha proposto ricorso in Cassazione per contestare la propria responsabilità penale. La Corte Suprema ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che la prova della responsabilità per il reato di ricettazione si desume anche dall'assenza di giustificazioni o da indicazioni inattendibili circa la provenienza dell'oggetto ricevuto. L'imputato non deve provare in modo assoluto l'origine del bene, ma ha l'onere di fornire spiegazioni credibili. La mancanza di giustificazioni dimostra l'acquisto in mala fede e la volontà di occultamento. Di conseguenza, L'Imputato perde il ricorso, subisce la conferma della condanna penale e viene condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da un imputato condannato per il reato di ricettazione. L'imputato deteneva una pluralità di beni di valore economico significativo senza fornire spiegazioni attendibili sulla loro provenienza. La Suprema Corte ha ribadito che la consapevolezza dell'origine illecita si ricava dalla natura dei beni e dall'assenza di giustificazioni credibili. I giudici hanno escluso sia l'attenuante della lieve entità sia l'istituto della ricettazione e particolare tenuità del fatto, poiché la consistenza quantitativa e il valore della merce dimostrano un danno rilevante. L'imputato è stato condannato al pagamento delle spese processuali e al versamento di tremila euro in favore della Cassa delle Ammende.
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L'Imputato ha proposto ricorso in Cassazione contro la condanna per il reato di ricettazione. Il ricorrente sosteneva che mancavano le prove sulla provenienza illecita dei beni e sulla sua consapevolezza. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che la prova della provenienza delittuosa e del dolo si desume dalla natura dei beni, dalle modalità di custodia e dall'incapacità dell'accusato di fornire una giustificazione credibile dell'acquisto. La mancata spiegazione attendibile dimostra la cattiva fede e la volontà di occultare l'oggetto. Di conseguenza, l'Imputato è stato condannato al pagamento delle spese processuali e al versamento di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Una società in liquidazione ha impugnato un accordo transattivo firmato con l'INPS nel 2008, chiedendone l'annullamento per transazione su pretesa temeraria ai sensi dell'articolo 1971 del codice civile. L'ente previdenziale aveva richiesto oltre quattro milioni di euro per contributi non versati, iscrivendo un'ipoteca sui beni della società. La ricorrente sosteneva che la pretesa dell'INPS fosse totalmente infondata e avanzata in mala fede, poiché non considerava i versamenti già effettuati da una cooperativa interposta. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando che per annullare l'accordo servono sia la totale infondatezza oggettiva della pretesa sia la mala fede soggettiva del creditore. Nel caso specifico, esisteva una reale incertezza sui debiti (res dubia) e l'INPS aveva agito senza dolo, rendendo valido l'accordo.
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Una società immobiliare acquista dei beni che erano stati precedentemente sottratti ai creditori tramite una catena di vendite. La banca creditrice promuove un'azione revocatoria per rendere inefficaci i trasferimenti. Successivamente, la società venditrice originaria fallisce e la curatela fallimentare subentra nel giudizio. La Corte d'Appello conferma l'inefficacia dell'acquisto del terzo sub-acquirente, ritenendo provata la sua mala fede tramite indizi precisi. Il terzo sub-acquirente ricorre in Cassazione, sostenendo che spettasse ai creditori dimostrare la sua mala fede e che la buona fede si presume. La Corte di Cassazione dichiara inammissibile il ricorso: i giudici di merito hanno accertato concretamente la mala fede dell'acquirente, rendendo irrilevante la discussione teorica sull'onere della prova. Vince la curatela fallimentare.
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Un acquirente ha promosso un'azione di rivendica per ottenere il rilascio di un immobile occupato da un terzo. I giudici di merito hanno accertato che l'immobile proveniva da una catena di trasferimenti originata da una vendita fittizia, colpita da una sentenza che ne dichiarava la simulazione del contratto. L'acquirente è stato ritenuto in mala fede al momento del suo acquisto, rendendogli opponibile la simulazione. La Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso dell'acquirente. La simulazione assoluta è infatti opponibile ai terzi acquirenti che abbiano agito in mala fede, a prescindere dalla priorità delle trascrizioni nei registri immobiliari. L'acquirente ha perso la causa ed è stato condannato per responsabilità aggravata.
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Il Fallimento di un'azienda ha promosso un'azione revocatoria ordinaria per recuperare due rami d'azienda ceduti a società intermedie e poi acquistati da un terzo subacquirente. La Corte d'Appello ha accolto la domanda, ritenendo provata la mala fede del subacquirente sulla base di indizi precisi, come il prezzo irrisorio e i legami familiari tra i primi acquirenti e l'amministratore fallito. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso del subacquirente, confermando la decisione. Per l'accoglimento dell'azione revocatoria ordinaria contro il subacquirente è sufficiente dimostrare che quest'ultimo fosse consapevole del danno arrecato ai creditori dall'originario atto di cessione. Il subacquirente perde i beni e deve pagare le spese processuali.
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Un socio ha chiesto la nullità del contratto di cessione delle proprie quote societarie a un terzo, lamentando una forte sproporzione economica e la presunta mala fede della controparte, ipotizzando persino il reato di usura. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che la semplice sproporzione economica tra le prestazioni e una generica mala fede non sono motivi sufficienti per determinare la nullità del contratto. Di conseguenza, il trasferimento delle quote rimane pienamente valido e il ricorrente è stato condannato a pagare le spese di giudizio.
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Tre soggetti sono stati condannati per il reato di ricettazione in concorso. Hanno proposto ricorso in Cassazione lamentando una valutazione errata delle prove e una pena eccessiva. La Suprema Corte ha dichiarato i ricorsi inammissibili. I giudici hanno chiarito che la prova della consapevolezza dell'origine illecita dei beni può essere desunta anche dalla mancata o inattendibile spiegazione sulla provenienza degli stessi. Inoltre, la pena era già stata calcolata al minimo edittale con il massimo delle attenuanti. I ricorrenti sono stati condannati a pagare le spese processuali e tremila euro ciascuno alla Cassa delle ammende.
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La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per il reato di ricettazione a carico di un soggetto sorpreso alla guida di un ciclomotore rubato. L'imputato sosteneva di essere un semplice utilizzatore occasionale e che i documenti fossero in possesso di un'altra persona. I giudici hanno chiarito che, per configurare il reato di ricettazione, la libera disponibilità del bene rubato è sufficiente. Spetta all'imputato fornire una spiegazione attendibile sulla provenienza lecita del mezzo. Non avendo fornito alcuna giustificazione credibile, la Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile, condannando il ricorrente al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Un'azienda in crisi ha richiesto l'accesso al concordato preventivo per evitare il fallimento. Tuttavia, a causa del sequestro penale della contabilità, non ha depositato tempestivamente i documenti necessari, chiedendo una proroga. Il Tribunale ha respinto la richiesta, ritenendo il piano irrealizzabile, e ha aperto la liquidazione giudiziale. La Corte d'Appello ha confermato la decisione, condannando il legale rappresentante per mala fede a causa del ricorso puramente dilatorio. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso dell'azienda, confermando che il sequestro non giustifica il ritardo se manca la diligenza nel richiedere le copie dei documenti. Inoltre, ha ribadito la condanna del rappresentante per aver agito in mala fede con l'unico scopo di allungare i tempi della procedura.
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Una società, dichiarata in liquidazione giudiziale (la nuova procedura di fallimento), presenta un ricorso fuori tempo massimo. La società si giustifica accusando la mancata notifica della sentenza, dovuta alla sua casella PEC non funzionante e all'irreperibilità del suo legale rappresentante. La Cassazione respinge il ricorso, affermando che è dovere della società mantenere la PEC attiva. La Corte introduce un principio fondamentale: la responsabilità solidale dell'amministratore. Poiché il ricorso era palesemente destinato al fallimento, l'azione legale è stata considerata in 'mala fede'. Di conseguenza, l'amministratore è stato condannato a pagare personalmente, insieme alla società, tutte le spese legali.
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Due individui vengono condannati per ricettazione perché trovati in possesso di beni di provenienza illecita senza riuscire a fornire una spiegazione plausibile. La Corte di Cassazione ha confermato la condanna, stabilendo un principio fondamentale sulla prova della ricettazione: la colpevolezza, e in particolare la consapevolezza dell'origine illegale della merce, può essere dimostrata proprio dalla mancata o non attendibile giustificazione del possesso. Secondo i giudici, questo comportamento rivela la volontà di nascondere un acquisto avvenuto in mala fede. L'appello è stato quindi respinto, rendendo la condanna definitiva.
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La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per ricettazione a carico di un individuo che non ha saputo fornire una spiegazione attendibile sulla provenienza dei beni in suo possesso. Secondo i giudici, la prova della ricettazione e della consapevolezza dell'origine illecita della merce può essere dedotta proprio da questo comportamento. L'incapacità di giustificare l'acquisto o l'omissione di dettagli sulle modalità di ottenimento dei beni diventa un indizio decisivo della volontà di occultare un acquisto in mala fede, impedendo di qualificare il fatto come un più lieve incauto acquisto.
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La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per ricettazione e commercio di prodotti falsi a carico di tre persone. La sentenza stabilisce un principio fondamentale sulla ricettazione e prova della mala fede: la consapevolezza dell'origine illecita della merce si può dedurre da qualsiasi elemento, inclusa la mancata o non credibile spiegazione sul suo possesso. Secondo i giudici, l'incapacità di giustificare la provenienza dei beni è un chiaro segnale di un acquisto avvenuto in mala fede. Di conseguenza, i ricorsi degli imputati sono stati dichiarati inammissibili, rendendo la condanna definitiva.
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La Corte di Cassazione conferma una condanna per ricettazione a carico di un soggetto trovato in possesso di una carta d'identità rubata. La sentenza stabilisce un principio fondamentale sulla prova della ricettazione: il silenzio dell'imputato sulla provenienza del bene è un elemento sufficiente a dimostrare la sua colpevolezza e l'acquisto in mala fede. Questo vale anche se la vittima del furto aveva sospettato che l'imputato fosse l'autore del furto stesso. Il mancato chiarimento sulla provenienza del bene rubato prevale, diventando la prova chiave del reato.
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