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Lieve Entità

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Provvedimenti

Lieve entità dello spaccio: no allo sconto se c’è organizzazione
Tre imputati hanno proposto ricorso in Cassazione contestando le pene inflitte per reati di droga e associazione. Il Primo Ricorrente lamentava la mancata qualificazione del fatto come lieve entità dello spaccio, nonostante l'inserimento in una strutturata piazza di spaccio di cocaina e crack gestita dallo zio. Gli altri due ricorrenti contestavano il mancato riconoscimento o la misura di specifiche attenuanti legate alla collaborazione. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili tutti i ricorsi. I giudici hanno chiarito che non si può applicare la lieve entità dello spaccio in contesti organizzati e continuativi, né si possono ridiscutere in sede di legittimità le valutazioni di merito del giudice sulla concessione delle attenuanti, se logicamente motivate. I ricorrenti sono stati condannati al pagamento delle spese e della sanzione pecuniaria.
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Lieve entità spaccio: no allo sconto per chi ha 222 dosi
L'Imputato, già sottoposto agli arresti domiciliari per reati di droga, è stato trovato in possesso di cocaina sufficiente per confezionare 222 dosi. La difesa ha richiesto la qualificazione del fatto come lieve entità spaccio per ottenere una riduzione della pena. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso, confermando che l'elevato quantitativo di droga e la commissione del reato durante la detenzione domiciliare escludono l'applicazione della circostanza attenuante.
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Spaccio di lieve entità: no se guadagni 1.200 euro al giorno
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per tre soggetti coinvolti in un traffico di sostanze stupefacenti. Il primo imputato chiedeva la riqualificazione del reato in spaccio di lieve entità, ma i giudici hanno escluso l'attenuante a causa del suo ruolo di spacciatore di medio calibro con un guadagno giornaliero di circa 1.200 euro. Anche la posizione del secondo imputato, identificato come fornitore abituale e grossista del primo, ha impedito l'applicazione della minore gravità del fatto. Per il terzo soggetto è stata invece respinta la richiesta di attenuante comune, poiché la detenzione della droga non presentava un carattere occasionale o un ridotto disvalore sociale. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibili tutti i ricorsi.
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Co-detenzione di stupefacenti: condannati i fratelli complici
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi di due fratelli condannati per la detenzione di sostanze illecite. Il primo ricorrente contestava il mancato riconoscimento del fatto di lieve entita, mentre il secondo negava la propria responsabilita penale. La Suprema Corte ha chiarito che la co-detenzione di stupefacenti era stata ampiamente dimostrata nei gradi di merito con motivazioni logiche e coerenti. Inoltre, le questioni di fatto non possono essere ridiscusse in sede di legittimita, e le nuove richieste non presentate in appello risultano precluse. Di conseguenza, i giudici hanno confermato le condanne e inflitto una sanzione pecuniaria a favore della Cassa delle ammende.
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Ricettazione di lieve entità: l’auto rubata nega lo sconto di pena
Il Ricorrente è stato condannato per il reato di ricettazione di un'autovettura. Il difensore ha proposto ricorso in Cassazione lamentando la mancata concessione della circostanza attenuante della ricettazione di lieve entità. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile poiché generico e meramente ripetitivo di questioni già esaminate. I giudici hanno chiarito che la ricettazione di lieve entità va esclusa considerando sia l'elevato valore economico del bene (un'autovettura) sia la capacità a delinquere del soggetto. Di conseguenza, il ricorrente perde il ricorso e viene condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Spaccio di lieve entità: no se hai 200 dosi di cocaina
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un automobilista condannato per detenzione di circa 200 dosi di cocaina, suddivise in 72 involucri nascosti nell'auto. L'imputato chiedeva la riqualificazione del reato in spaccio di lieve entità e l'applicazione dell'attenuante del danno di speciale tenuità. La Suprema Corte ha confermato la decisione dei giudici di merito, rilevando che la presenza di bilancini di precisione, denaro in contanti e le modalità di occultamento indicano un'attività di spaccio ben organizzata e non occasionale. Inoltre, la richiesta di attenuante per il profitto minimo è stata dichiarata inammissibile poiché presentata per la prima volta in sede di legittimità. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Concordato in appello: lo sconto di pena blocca il ricorso
Il caso riguarda un uomo condannato per spaccio di sostanze stupefacenti. In secondo grado, la difesa e l'accusa raggiungono un accordo sulla pena tramite il concordato in appello, con contestuale rinuncia ai motivi di impugnazione. Successivamente, l'imputato propone ricorso in Cassazione lamentando la mancata qualificazione del fatto come reato di lieve entità. La Suprema Corte dichiara il ricorso inammissibile. I giudici chiariscono che il concordato in appello preclude la possibilità di contestare in sede di legittimità la qualificazione giuridica del fatto, salvo il caso di pena illegale. Di conseguenza, il ricorrente viene condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Lieve entità dello spaccio: quando il bilancino nega lo sconto
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un soggetto condannato per detenzione e spaccio di sostanze stupefacenti (cocaina, hashish e marijuana). L'imputato richiedeva la riqualificazione del reato nella fattispecie di lieve entità dello spaccio e l'applicazione dell'attenuante del danno di speciale tenuità. I giudici hanno confermato che la lieve entità dello spaccio deve essere esclusa quando anche un solo elemento (come la presenza di diverse droghe, bilancino di precisione, denaro contante e occultamento nel veicolo) indichi un'attività organizzata e non occasionale. Inoltre, la richiesta di attenuante è stata ritenuta inammissibile poiché presentata per la prima volta in Cassazione. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Traffico di stupefacenti: quando lo spaccio diventa associazione
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per diversi soggetti accusati di far parte di un'associazione finalizzata al traffico di stupefacenti operante in Sicilia. Gli imputati gestivano una vera e propria rete commerciale con divisione dei ruoli, cassa comune e disponibilità di armi. I ricorrenti contestavano la loro partecipazione stabile al gruppo e chiedevano la riqualificazione del reato in associazione di lieve entità. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibili tutti i ricorsi. I giudici hanno chiarito che il continuo approvvigionamento di droga dimostra l'adesione al programma criminoso, superando il semplice rapporto di compravendita. Inoltre, la rilevante capacità di rifornimento del gruppo esclude l'ipotesi della lieve entità, rendendo irrilevante la brevità del periodo di osservazione delle forze dell'ordine. Di conseguenza, i ricorrenti perdono il ricorso e sono condannati a pagare le spese e una sanzione pecuniaria.
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Custodia cautelare in carcere: no ai domiciliari per lo spaccio
Il Tribunale di Roma confermava la custodia cautelare in carcere per l'Indagato, accusato di spaccio di stupefacenti. La difesa ricorreva in Cassazione, sostenendo la lieve entità del fatto per il modesto quantitativo di droga (circa 24 grammi di eroina e 2 grammi di hashish) e chiedendo la sostituzione della misura con gli arresti domiciliari e il braccialetto elettronico. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che la valutazione sulla gravità del fatto deve essere globale: la presenza di bilancini, contanti ingiustificati, materiale da taglio e precedenti penali dimostrano un'attività professionale incompatibile con la lieve entità. Inoltre, la custodia cautelare in carcere è inevitabile se il domicilio proposto per gli arresti è inadeguato e condiviso con un coindagato, rendendo inefficace anche il braccialetto elettronico contro il rischio di reiterazione del reato.
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Spaccio di lieve entità: niente sconti ai professionisti
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna a sette anni e sei mesi di reclusione nei confronti di un cittadino straniero, ritenuto colpevole di plurimi episodi di cessione e detenzione di marijuana ed eroina. La difesa ha contestato l'attendibilità dei testimoni e ha richiesto la riqualificazione del reato nella fattispecie di spaccio di lieve entità, oltre al riconoscimento delle circostanze attenuanti generiche e all'annullamento della misura di sicurezza dell'espulsione. I giudici di legittimità hanno dichiarato il ricorso inammissibile. La Corte ha chiarito che lo spaccio di lieve entità va escluso in presenza di un'attività organizzata e professionale protratta nel tempo. Inoltre, ha ritenuto legittimo il diniego delle attenuanti e l'espulsione, data la provata pericolosità sociale del condannato, dedito stabilmente al commercio illecito come unica fonte di reddito.
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Lieve entità o spaccio grave? La Cassazione fissa i limiti
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cittadino condannato per spaccio di stupefacenti e resistenza a pubblico ufficiale. L'imputato chiedeva il riconoscimento della lieve entità del fatto, l'esclusione della recidiva e la concessione delle attenuanti generiche. I giudici hanno confermato la decisione della Corte d'Appello, evidenziando che l'elevato numero di dosi ricavabili (oltre mille) e il valore economico della droga (circa 15.900 euro) escludono la lieve entità. Inoltre, la recidiva è stata correttamente applicata a causa dei numerosi precedenti penali e del fatto che il reato è stato commesso durante l'affidamento in prova ai servizi sociali. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Spaccio lieve e confisca di denaro: annullato il sequestro
Il caso riguarda un uomo condannato in appello per spaccio di droga. Il reato originario è stato riqualificato nella fattispecie di lieve entità. Nonostante la riduzione della gravità del reato, i giudici di secondo grado avevano confermato la confisca di denaro sequestrato all'imputato, applicando le regole della confisca per sproporzione. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso sul punto, stabilendo che la confisca di denaro non può essere disposta in modo automatico o per sproporzione se il reato è di lieve entità. In questi casi, è necessaria la prova di un nesso diretto tra la somma e lo specifico illecito. La Suprema Corte ha quindi annullato senza rinvio la confisca, ordinando la restituzione del denaro.
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Lieve entità dello spaccio: sì anche se il reato è continuato
La Corte di Cassazione ha esaminato i ricorsi di diversi soggetti condannati per traffico di droga. Per due ricorrenti, i ricorsi sono stati dichiarati inammissibili poiché basati su censure generiche circa l'attendibilità dei collaboratori di giustizia. Per altri due coimputati, la Corte ha annullato la sentenza limitatamente all'aumento di pena per continuazione, privo di adeguata motivazione. Infine, per il ricorrente accusato di spaccio singolo, i giudici hanno accolto il ricorso sul mancato riconoscimento della lieve entità dello spaccio. La Cassazione ha chiarito che l'assoluzione dal reato associativo rende contraddittorio escludere la lieve entità dello spaccio solo per una presunta contiguità con il gruppo criminale, e che l'attività continuativa non è incompatibile con tale attenuante. La causa è stata rinviata per un nuovo giudizio.
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Spaccio di lieve entità: no allo sconto per un chilo di eroina
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un uomo condannato per aver fatto da intermediario nella compravendita di un chilo di eroina. L'imputato chiedeva che il reato venisse riqualificato come spaccio di lieve entità, valorizzando il modesto compenso ricevuto di 200 euro. I giudici hanno respinto la richiesta, confermando che l'ingente quantitativo di droga trattato (un chilo) esclude categoricamente l'applicazione dell'attenuante della lieve entità. Di conseguenza, la Cassazione ha confermato la condanna e ha inflitto al ricorrente il pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Lieve entità dello spaccio: quando l’esclusiva esclude lo sconto
L'Imputato è stato condannato per la cessione di due partite da 100 grammi di marijuana. La difesa ha proposto ricorso in Cassazione chiedendo la riqualificazione del reato nella fattispecie di lieve entità dello spaccio, sostenendo l'incapacità del soggetto di gestire grandi traffici. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno confermato la gravità della condotta a causa del sistematico inserimento dell'Imputato in un mercato di spaccio locale con canali di fornitura esclusivi. L'Imputato perde la causa e viene condannato a pagare le spese processuali e tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Detenzione di stupefacenti: uso personale o spaccio punibile?
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per il reato di detenzione di stupefacenti a carico di un uomo trovato in possesso di 20 grammi di cocaina e 74 grammi di hashish. L'imputato sosteneva che l'hashish fosse destinato all'uso personale e chiedeva il riconoscimento della lieve entità del fatto. I giudici hanno dichiarato il ricorso inammissibile. La quantità di droga sequestrata, equivalente a ben 531 dosi medie, e il possesso di un bilancino di precisione dimostrano inequivocabilmente l'attività di spaccio. Inoltre, la detenzione contemporanea di sostanze diverse esclude la minore gravità del reato. Di conseguenza, la Suprema Corte ha rigettato la difesa del ricorrente, confermando la pena detentiva e la multa pecuniaria stabilite nei precedenti gradi di giudizio.
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Spaccio di lieve entità: la cantina-deposito nega lo sconto
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un soggetto condannato per detenzione e spaccio di stupefacenti. L'uomo custodiva in cantina circa 104 grammi di cocaina (pari a 438 dosi) e 19 grammi di marijuana. La difesa chiedeva la riqualificazione del reato in spaccio di lieve entità, sostenendo che il giudice non potesse basarsi solo sul peso della droga. La Suprema Corte ha invece confermato che l'elevata quantità di sostanza, unita alla diversità delle droghe e all'uso di una cantina come deposito organizzato, esclude lo spaccio di lieve entità. Il dato quantitativo può infatti assumere un valore decisivo e assorbente quando dimostra una circolazione non occasionale sul mercato. Di conseguenza, la condanna a quattro anni e un mese di reclusione è diventata definitiva.
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Spaccio di lieve entità: no allo sconto per il corriere recidivo
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cittadino straniero condannato per detenzione di circa cinquanta grammi di droga (eroina e altre sostanze). L'imputato chiedeva la riqualificazione del reato in spaccio di lieve entità, sostenendo che la reale efficacia psicotropa di alcune sostanze fosse minima. La Suprema Corte ha confermato la decisione dei giudici di merito, escludendo l'attenuante sia per il dato quantitativo (oltre mille dosi ricavabili), sia per il ruolo di corriere emerso dalle indagini. È stata inoltre confermata l'aggravante della recidiva, data la presenza di precedenti condanne specifiche e l'uso di falsi nomi. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Lieve entità del fatto: no a sconti per spaccio dai domiciliari
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un uomo condannato per spaccio di droga. L'imputato chiedeva il riconoscimento della circostanza attenuante della lieve entità del fatto per una cessione di hashish. La Suprema Corte ha confermato il rifiuto dell'attenuante: l'uomo ha venduto la sostanza mentre si trovava agli arresti domiciliari, sapendo che la droga era destinata a un detenuto in carcere. Questi elementi escludono la minima offensività della condotta. Di conseguenza, il ricorrente perde la causa e viene condannato a pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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